Search The Blog

Conferenze

Lezione sul ruolo del project manager



Il nostro relatore Emanuele Rizzo ha preparato una lunga e approfondita lezione sul ruolo di project manager, mettendo in campo la sua esperienza di Risk Management Specialist presso il Project Management Institute.

Qui sotto mettiamo a disposizione: un video introduttivo…

… la lezione completa…

.. e infine le slides utilizzate

Le parole sono finestre oppure muri

Argomenti:

Il prof. Juan Andres Mercado, docente di Etica applicata alla Pontificia Università della Santa Croce, spiega in questo video le nozioni fondamentali del libro “Le parole sono finestre oppure muri. Introduzione alla comunicazione non violenta”, di Marshall Rosenberg.

Storie di ebrei salvati da cattolici durante la persecuzione

Argomenti:

Una interessante pagina di Storia è quella relativa al contributo di molti cristiani per il salvataggio delle popolazioni ebraiche durante la persecuzione nazista.

Lo storico Marco Paolino, docente universitario presso l’Università della Tuscia, ha sintetizzato in alcune trasmissioni su TV2000 alcune di queste vicende. Qui di seguito sono tre puntate di “Una finestra sulla Storia”.

Una famiglia polacca


Jean-Baptiste Janssens, gesuita belga


Cardinale Pietro Palazzini

Gioia, Pace e Libertà. Parole chiave nei tempi del virus



Il nostro conferenziere Andrea Zapparoli, dirigente P.A. e promotore del Laboratorio sul mondo del lavoro, ci lascia alcune brevi considerazioni sul clima che stiamo vivendo nelle nostre città, e soprattutto sulle risorse cui attingere per affrontare con fiducia e positività il futuro che ci aspetta.

InCoronavirus. La lezione della pandemia



Sulla vicenda che tutti ci coinvolge in queste settimane di avvio del 2020, e che inevitabilmente attiva numerose riflessioni di ogni genere, pubblichiamo alcune considerazioni introduttive di Claudio Sartea, Docente di Filosofia del Diritto, Biogiuridica, Bioetica e Diritti Umani presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, tratte dal sito web Pensare il diritto.
Esse, oltre a condividere alcuni spunti di meditazione, intendono aprire un più ampio dibattito scientifico e culturale su uno degli avvenimenti più significativi di questo inizio di millennio.

Durante lo scorso mese di gennaio abbiamo cominciato ad apprendere che in Cina non se la passavano troppo bene a causa della diffusione di uno sconosciuto virus della famiglia dei coronavirus, che per la prima volta si affacciava sulla scena dell’opinione pubblica con pessime credenziali, nonostante l’elegante denominazione scientifica, quasi regale e certamente molto efficace sul piano mediatico. Escluso che si trattasse di un virus di sintesi artificiale – e dunque scoraggiati, almeno in parte, gli instancabili ed occhiuti complottisti della guerra batteriologica o gli strateghi geopolitici delle OPA commerciali su scala globale – si è ripiegato su pangolini e pipistrelli, svolazzanti nei mercati di Wuhan, provincia dell’Hubei.

A febbraio abbiamo avuto in uno sconosciuto paese presso Lodi, dal nome ombroso e minaccioso diventato oggi arcinoto, il primo caso italiano: quello di un giovane in buona salute ricoverato poi per settimane in terapia intensiva, a combattere tra la vita e la morte. Da lì una catena di contagi in crescita esponenziale, fino ai primi decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri ed alle ricadute nella vita quotidiana che tutti conosciamo: le mascherine, le code ai supermercati, le distanze di sicurezza, la chiusura forzata di luoghi d’incontro, sport e divertimento, l’alterazione radicale dei ritmi di vita, l’esclusiva e monomaniacale concentrazione mediatica, l’ossessiva pulizia delle mani ed i martellanti vademecum sulle regole per uscire, sulle regole per rientrare a casa, sulle regole per pulire gli abiti potenzialmente infetti, sulle regole per indossare i presidi protettivi, sulle (sempre più ridotte) eccezioni al generale divieto di uscire di casa, e così via.

L’apnea non può durare sempre, occorre tirare la testa fuori dall’acqua almeno ogni tanto, prendere il respiro ed ossigenare i nostri minacciati polmoni, sia quelli del corpo che quelli dell’anima (non dimentichiamoli questi ultimi, perché sono quelli più vulnerabili e meno facili da curare, oltre che probabilmente quelli più bisognosi di attenzione, almeno negli animali ragionevoli). Vorrei provare a dare un contributo per questo secondo tipo di ossigenazione, da studioso di filosofia giuridica e bioetica.

***

Che cosa c’insegna questa crisi mondiale? Credo che la domanda ne abbia una logicamente precedente: una crisi del genere insegna qualcosa? È in grado di farlo? O addirittura: deve farlo? È mia persuasione che la risposta sia positiva. Gli esseri umani, proprio perché almeno ad intermittenza sono in grado di manifestare, più che razionalità, direi soprattutto ragionevolezza, hanno questo problema, questo potere, questa attitudine: cercare, e talvolta trovare, un senso ai fatti. Per loro, gli eventi non sono puri accadimenti, ma avvenimenti dotati o dotabili di un significato. Un cataclisma sociale come quello che stiamo vivendo, che promette di sconvolgere le nostre esistenze e le nostre relazioni ancor più di quanto non abbia fatto finora, è un ottimo candidato a questa domanda sul senso degli accadimenti, e provoca le nostre intelligenze (sia quelle della mente che quelle del cuore, facendo appello ad entrambi gli esprits di cui parlava Pascal), esigendo una significazione, una risposta di senso. Con buona pace di Nietzsche e dell’atteggiamento nichilista, i fatti non sono stupidi: se lo sono, è loro malgrado ed in ogni caso è prima che incontrino un essere pensante, foss’anche solo una canna. Quando lo incontrano, la loro elaborazione semantica è irrimediabilmente avviata, e ne comincia la trasfigurazione. Così, essi diventano dei vettori di senso, dei messaggeri misteriosi ma necessari come l’ambasciatore inviato dal re nel racconto di Kafka: nonostante il pessimismo del grande narratore praghese sembri impedire, in esito all’apologo, la trasmissione del messaggio al suo destinatario, nessuno può confiscarci la speranza di venirne un giorno a conoscenza, si tratti di comprensione umana o addirittura, come tutto lascia immaginare nell’opera kafkiana, della teofania di una rivelazione.

Ed allora la domanda diventa questa: che cosa questi fatti straordinari vogliono comunicarci? Che cosa ci comunica questo concreto e devastante, inedito e spiazzante avvenimento? Provo di seguito a sbozzarne una sorta di sommario, provvisorio ed incompleto.

1. Solidarietà e riscoperta delle relazioni domestiche e del senso della casa e della famiglia come luogo di appartenenza: l’opposto della globalizzazione, dell’anonimizzazione delle relazioni virtualizzate e sostitutive di quelle faccia a faccia, che è la fonte della minaccia e l’origine fattuale della crisi. Tra i tanti motti di spirito elaborati a livello popolare per sdrammatizzare ed alleggerire la tensione costante ed opprimente di queste settimane, ve n’è uno la cui arguzia sottile ed umanissima mi ha fatto sorridere: “Sono rimasto tutto il giorno a casa con la mia famiglia… sembrano brave persone!”. È proprio vero che residua sempre un margine d’inconoscibilità nelle persone, anche quelle più intime a ciascuno di noi: e l’impresa di esplorarle un po’ di più, di comprenderle meglio, è uno dei doni di questi giorni sventurati. Così, queste ore strane e forzatamente concentrate sulla casa, ristrette tra le mura domestiche, offrono un’opportunità, che non avevamo messo nel conto, per tornare alle festività natalizie, esasperanti e faticose se non sappiamo fare famiglia, oppure, se sappiamo invece farla, intimamente e veritativamente piene di frutti, e che possiamo riavere gratis, senza l’ansia dei regali da comprare e dei cenoni da preparare, tutti concentrati dunque sulla scoperta di questi sconosciuti con cui da tanto tempo conviviamo, alla riconquista amorevole delle persone che abbiamo scelto o abbiamo ricevuto come compagni di viaggio, anche di questo viaggio che non utilizza aerei né treni e che prevede solamente spostamenti psichici ed emotivi, nella costanza degli scenari esterni. Stiamo insomma riscoprendo che l’uomo è (anche) un animale domestico, che anche nel nomade più incallito vi è profonda la nostalgia di una Itaca degli affetti e dei legami più profondi, che decide della sua stessa identità e stabilisce l’agenda dei doveri ed ogni diario di viaggio. Converrà allora guardarsi dal considerare la casa una gabbia, dal proiettare ancora una volta il senso della nostra esistenza, l’inveramento della nostra funzione sociale, fuori di qui, fuori dalla mia dimora, dalla mia famiglia, dalle mie relazioni più profonde e smascheranti (cioè identificative), che sono quelle familiari: chissà che non sia questa l’occasione per imparare a non sfuggire alla chiamata della verità totale, continuando a rimpiazzarla con verità parziali e temporanee, che troppo spesso finiscono per diventare il palco di recite alternative in larga parte immaginarie. Allo stesso tempo, appare incoerente deprecare il fatto che i giovani scalpitino per uscire di casa e tornare ai venerdì ed ai sabati sera, all’happy hour ed ai pub: siamo soliti rimproverarli perché hanno virtualizzato le loro amicizie, magari censuriamo i social o almeno ne stigmatizziamo i limiti relazionali ed invece dovremmo apprezzarli quando, messi alle strette, devono limitarsi a questi rapporti parziali e riduttivi, li intensificano, ma sotto sotto desiderano ardentemente riavviare quanto prima – per carità, nel rispetto delle regole saggiamente stabilite dai governanti – le loro relazioni piene. Tutti, in ogni caso, abbiamo la preziosa opportunità di reimparare, ora che non ne godiamo, la bellezza del tocco, dello sfioramento, della carezza, della pressione calda e tenera dell’abbraccio, dello sguardo dritto negli occhi senza l’inquieto ed assente andirivieni tra schermo e webcam – meraviglie di umanità, doni di pienezza relazionale che tanto più apprezziamo quanto più ci mancano in queste settimane di astinenza forzata e di ristrettezze e riduzioni antropologiche. La retorica del “lontani ma vicini” si spreca, eppure nessuno può negare che la cosiddetta “vicinanza” di cui si parla è quella mediata da una società di telecomunicazione, dall’ondivago flusso di byte da un apparato elettronico all’altro: e che cresce, cresce ogni giorno di più la voglia umanissima del contatto autentico, dello sguardo diretto, della soddisfazione di quei sensi che la realtà virtuale minimizza e la pseudocultura tecnoscientifica addirittura disprezza, come il tatto e l’olfatto. Un bel libro di qualche anno fa lo sintetizzava nel richiamo di un unico odore stupendo, “il profumo dei limoni”.

2. Ridimensionamento della scienza e della biomedicina. A partire dall’Illuminismo la cultura occidentale ha associato la storia al progresso, ed il progresso all’incremento delle conoscenze e poi (già Bacone lo aveva previsto) del potere manipolatorio, della capacità di artificio (scientia propter potentiam). Di colpo, lassù sul trono dell’onniscienza e dell’onnipotenza da cui, novella torre di Babele rinominata Science o Nature, credevamo di dominare il creato, ci raggiunge adesso la novità imprevista e sconcertante: non è vero che sappiamo tutto, anzi, non sappiamo quasi nulla. Non è vero che prima o poi sapremo tutto, certamente non lo sapremo noi, e comunque la natura è sempre capace di sorprese, il contenitore si mantiene sempre più grande del contenuto, e nessun figlio può annientare fino in fondo il padre. E se baconianamente la scienza era per il potere, dalla constatazione umiliante che non sappiamo poi granché deriva anche l’altra, indisponente: non abbiamo il controllo su tutto, anzi, proprio oggi che controlliamo “tanto”, non abbiamo il controllo quasi su nulla, se lo commisuriamo in proporzione a quel che non controlliamo proprio. Ci siamo sì gingillati a lungo in questa illusione del tutto controfattuale, le “magnifiche sorti e progressive” della modernità sembravano, almeno in ambito medico e biologico-genetico, confermare anche le più ottimistiche previsioni: tanto più doloroso e traumatico è stato il ritorno alla verità della nostra condizione, segnata indelebilmente dalla vulnerabilità e dalla soglia della fine, dalla mortalità che tutti ci condanna e tutti ci accomuna, che tutti ci attende (magari speranzosi di un’aldilà migliore) e tutti ci eguaglia e connette profondamente. Forse non è necessario evocare in proposito l’immagine della caduta originale, anche se le affinità sono piuttosto vistose (“Sarete come Dio, conoscerete”): del resto, Goethe lo aveva preconizzato già dagli inizi della modernità adulta, con l’ascesa e la rovinosa caduta del suo personaggio più potente ed indimenticabile, e con la sua finale, gratuita ed immeritata salvezza (chissà se Endokimov pensava anche a Margherita, oltre che alla Vergine Maria e magari alla Sonia di Dostoevskij, quando scrisse sul ruolo della donna nella salvezza del mondo). Abbiamo respirato l’atmosfera gratuita, leggera ma ben poco ossigenata, dell’illusione, dell’onniscienza almeno potenziale e della conseguente onnipotenza: ed oggi scopriamo che non era davvero gratuita, né innocua, né innocente. Non siamo onnipotenti, né onniscienti, e la nostra storia non si muove sulla linea retta di un’inesorabile progressione verso il potere, verso il controllo, verso la sicurezza, o addirittura verso il folle progetto postumanista di un superamento della condizione umana attraverso l’ibridazione di naturale ed artificiale spinta fino alla trasformazione della nostra natura: certamente crescono il sapere e le possibilità, almeno in alcuni, ma nelle scienze umane non vi è il progresso che si registra nelle scienze naturali. Lo ha chiarito definitivamente Ratzinger in quel capolavoro di riflessività teologica ma anche filosofica che è l’enciclica Spe salvi, dove ci aveva ben messo in guardia dalle false hopes, dalle false speranze che guarda caso danno anche il titolo all’importante, ed attualissimo, studio di Daniel Callahan tradotto in italiano La medicina impossibile.

3. Prezzo della globalizzazione e riconfigurazione dell’idea illuministica di progresso (o meglio, sua definitiva archiviazione). Con l’epidemia di Covid-19 abbiamo anche appreso, se ce ne fosse stato bisogno (molti si erano già disincantati, ma qualche strenuo globalista e progressista sicuramente resisteva ancora sulle barricate rimaste in piedi tra le macerie della crisi economica del 2007), che la globalizzazione non è solo un bene, che in generale ogni processo della storia degli uomini ha lati positivi come lati negativi, e non è mai semplice tracciarne una valutazione complessiva (che del resto non è nemmeno compito nostro, se non altro per difetto di visione, per unilateralità spaziotemporale). Ai tempi di Marco Polo non bastava la durata di una vita (assai più breve, invero, di quella media attuale) per importare un virus dalla Cina: oggi in dieci ore è tutto pronto per la trasmissione dei contagi più feroci. Godiamo intensamente dei benefici di queste novità, celebriamo l’aviazione e le tecniche di trasporto rapido di persone e beni: ma dobbiamo anche calcolarne gli effetti dannosi, la straordinaria facilitazione della circolazione di malattie, droghe, prodotti contraffatti o pericolosi, la rapidissima diffusione sui mercati di tutto il mondo di prodotti avariati che in poche ore sfuggono a qualsiasi controllo proprio a causa dell’efficienza che altrove magnifichiamo ed apprezziamo, lodando gli aerei, le autostrade, il commercio elettronico ed il trasporto reale coi suoi nuovi efficacissimi sistemi di mobilitazione ed immagazzinamento delle merci. Visto dall’alto, è un colpo al cuore del mito del progresso: non saranno rimasti in molti quelli che ancora ci credevano, ma adesso diventerebbe ridicolo collocare la storia umana in quello schema semplificativo. Sia chiaro, non c’è in questa constatazione nemmeno l’ombra del luddismo o del misoneismo, ed ancor meno la più remota e pallida traccia di nichilismo: celebrare l’uomo, come fa costantemente l’autentico umanesimo, non significa necessariamente celebrarne la storia (che anzi, è piena di vergogne, oltre che di grandezze), ed ancor meno immaginarla come un irreversibile progresso verso il meglio. A volte è l’uomo stesso che con le storie che egli scrive s’incarica di eliminare dubbi ed equivoci, perpetrando atrocità che soltanto lui è in grado di immaginare ed allestire, magari sotto l’insegna “Il lavoro rende liberi” (qualcuno sostiene che sia invece la verità, a renderci liberi). Altre volte la natura, che ha più forza e certamente molta più immaginazione, precede la nostra iniziativa e ci consegna bell’e confezionate opportunità spettacolari, come questa pandemia, per mettere in discussione le nostre sicurezze e le nostre speranze, per riconfigurare con maggior verosimiglianza le nostre relazioni con il mondo, e cominciare narrazioni nuove, magari più plausibili.

4. Relativizzazione degli assoluti socioculturali. La dura vicenda che ha messo in ginocchio quasi tutto il mondo cosiddetto benestante insegna anche una profonda verità in relazione alle nostre abitudini di vita. Con ben poche differenze rispetto ai nostri antenati, e risalendo per essi fino alle prime origini dell’homo sapiens sapiens, ci accorgiamo grazie ad essa che non esistono, o sono davvero poche e certamente meno di quel che pensassimo, le cose e le abitudini indispensabili della nostra vita e per la nostra vita. Quattro decreti della Presidenza del Consiglio dei Ministri, in meno di due settimane, hanno stravolto le nostre abitudini, e promettono di continuare a farlo ancora per un po’, ed in men che non si dica ci siamo adattati, adeguati (con o senza bisogno della minaccia di sanzioni, e del loro successivo inasprimento), abbiamo avviato efficaci modalità di home working, abbiamo soppiantato le agende consuete con nuove agende piene di appuntamenti ed impegni, e stiamo imparando a convivere con la sedentarietà forzata inventandoci esercizi fisici e modalità relazionali il cui unico limite è il limite dell’umana fantasia. Abbiamo rimpiazzato anche le preoccupazioni (non si può vivere senza cure), al posto del traffico urbano ora temiamo le code nei supermercati, e lo stress non dipende più dall’andirivieni quotidiano o dall’ansia da prestazione lavorativa, ma magari dall’apprensione per la salute dei propri cari anziani e isolati, dal continuo flusso di allarmanti informazioni sulla pandemia (accompagnato, perché negarlo?, dal sottile ma inconfessabile piacere di sentirsi “al centro”, si fa per dire, di un avvenimento epocale come l’attentato alle Twin Towers, di una storia che sarà raccontata), oppure dall’attesa frustrante di una spedizione che non arriva, o di un incremento dei giga disponibili per il traffico internet a casa. Anche gli standard di benessere si sono ridimensionati: ci accontentiamo più serenamente del latte a lunga conservazione senza pretendere ogni giorno a colazione quello fresco, stiamo persino imparando a farci il pane in casa (se solo la farina non si esaurisse così velocemente nei supermercati!), ed impariamo a dedicare tempi prima impensabili alla preparazione dei pasti ed alle telefonate di cortesia o di amicizia. Il planning settimanale ne esce completamente rivoluzionato, e siamo costretti ad interrogarci non solo sulla consistenza delle priorità attuali, ma anche sulla sostanza di quelle antecedenti. A noi decidere se, finito tutto questo (ma sappiamo che in verità nulla finisce, che tutto si trasforma e che il successivo conserva le reliquie del precedente, e che l’icona della genetica è una catena), ripristineremo la tavola di prima, manterremo nella misura del possibile quella attuale, oppure almeno – “non picciol frutto” di tutta questa vicenda globale – rimediteremo sui fondamenti del nostro vivere e su ciò che davvero ha peso, gli dà peso e ci dà peso (l’agostiniano amor pondus).

5. Ritorno della dipendenza: dalle istituzioni, dai medici curanti e dagli infermieri e dai loro collaboratori più o meno volontari, dalle terapie intensive e dalle loro macchine, dalle risorse scarse, dalla pazienza di coloro che ci circondano (e dalla loro lealtà e correttezza), da Dio che ci ha creati e s’impegna a custodirci.
È una categoria, quella della dipendenza, piuttosto indigesta agli stomaci moderni, che almeno nella cultura occidentale dominante si sono ingordamente abboffati di libertà, autonomia, autodeterminazione, ed hanno creduto di poter legittimamente relegare la dipendenza nel sottoscala dei fallimenti esistenziali, nell’antro oscuro delle sventure genetiche o biologiche, nella iattura paludosa dei rovesci di fortuna.
Il tutto, facendo leva su non si sa quale premessa sociologica, secondo cui ad un certo punto la storia umana si sarebbe finalmente e beatamente messa sulla strada di un’uguaglianza universale ed autarchica, in cui l’unica legge è quella del mercato (ma poi da quando e da chi il mercato è stato autorizzato ad essere normativo? Non avevamo negato normatività persino alla natura, pur di radicalizzare prometeicamente e faustianamente la nostra indipendenza?): premessa a sua volta modellata su un’antropologia ingenuamente individualistica, riduttivamente imperniata su un paradigma di essere umano che non solo non è mai esistito prima, ma non può esistere nemmeno dopo, e purtroppo o per fortuna non esisterà mai. Non siamo i padri di noi stessi, e questo è quanto basta per rendere impossibile (anche se ahimè non inimmaginabile) l’indipendenza vagheggiata dai filosofi e dagli intellettuali che ci hanno trastullato con il loro liberalismo semplificato ed astratto.
Dipendiamo, invece: ognuno di noi dipende vigorosamente da molti altri, da tutti (in negativo: chiunque può nuocerci), ed in positivo da tanti, tantissimi altri-come- noi, quelli che ci hanno generato, quelli che ci hanno nutrito ed allevato, quelli che ci hanno istruito e continuano a farlo da vicino o da lontano, quelli che, con o senza il nostro consenso (altro mito postmoderno da disinnescare: ben poco di ciò che davvero conta nel mio vissuto reale ha a che vedere con le mie scelte arbitrarie), hanno influito su di noi condizionandoci sia per adesione che per contrasto, quelli che se non oggi certamente domani si prenderanno cura di noi, come la dottoressa che culla lo stivale nell’icona dell’epidemia in Italia, o la commovente infermiera abbattuta dalla stanchezza sulla tastiera del computer in cui sta registrando le ultime cartelle cliniche. Quei soggetti che avevamo cominciato a considerare pericolosi, scatenando contro di loro (e contro il sistema accusato di “paternalismo” che essi rappresenterebbero) le armi della spensierata giurisdizione post caso Massimo, ora ci appaiono in una luce diversa, comprendiamo che senza di loro, ci piaccia o no, da queste crisi non si esce, e ci profondiamo in applausi e gesti di ammirazione, e generosamente doniamo contributi a sostegno del loro lavoro e delle loro ricerche, insomma sospendiamo almeno temporaneamente le critiche, le paure ed i sospetti tornando a metterci nelle loro mani senza più tante pretese di uguaglianza di posizioni e di tutela dei consensi informati. È cambiato qualcosa? Hanno meritato una fiducia nuova? Non si direbbe. Forse è solo che abbiamo smascherato un altro mito, quello della simmetria nelle relazioni professionali: mito, perché la professionalità (che naturalmente deve essere ben fondata e ben manifestata) implica competenze superiori e superiori abilità, e l’esistenza degli esperti, dei professionisti, si spiega proprio in relazione all’indigenza di tutti gli altri. Un’asimmetria che non disegna una disuguaglianza (e proprio a garantire l’equità concorrono il diritto e la deontologia professionale), ma che ribadisce una reale distanza di conoscenze e capacità operative, e conferma la profonda verità implicita nella parola greca “terapia”, che vuol dire servizio, così come la necessità corrispondente di una fiducia schietta e originaria.

6. Scoperta della zona nascosta della nostra organizzazione sociale, o almeno riscoperta valorizzante. In queste surreali, insolite settimane, nelle nostre metropoli si muovono (o dovrebbero, o possono, muoversi) solo quelli che fanno funzionare tutto, e scopriamo che non sono i CEO delle grandi aziende o i parlamentari o i giudici o i professori universitari: no, sono gli operatori ecologici nei loro rumorosi veicoli notturni, sono i trasportatori (quelli dei TIR enormi che attraversano i Continenti e quelli dei camioncini del trasporto latte, quelli che recapitano prodotti acquistati su internet e gli addetti del trasporto pubblico), sono i benzinai, sono le cassiere dei supermercati dietro la loro umida mascherina e gli addetti del banco della carne o del pesce, sono i farmacisti ed i parafarmacisti, sono gli addetti delle pulizie della mia università (e di migliaia di altri edifici pubblici), i soli che s’incontrano ormai nei corridoi, ben bardati di maschere e guanti, sono i responsabili informatici di un’infinità di uffici, a cui non bastano le ventiquattro ore del giorno per soddisfare le innumerevoli richieste di nuove attivazioni o di aiuto nella gestione di software sempre più necessari per lo smart working, sono i donatori di sangue ed i volontari della protezione civile o delle misericordie, che continuano per fortuna a circolare mentre rimpiangiamo l’estrema utilità dei badanti per anziani e delle baby-sitter costrette a rimanere a casa propria, privandoci di un aiuto che scopriamo così prezioso.
I medici, e gli infermieri persino di più, sono richiesti, invocati, assunti dappertutto, si richiamano indietro i pensionati, si allestiscono tendoni fuori dagli ospedali per riempirli poi di personale raccogliticcio ma tanto più necessario ed indispensabile.
Non sono indispensabili gli attori, i cantanti ed i calciatori, che, quando non contraggono il virus (ormai l’elenco è lunghissimo, ma all’inizio c’erano solo, nell’ordine, Tom Hanks e Nicola Rugani), possono solo limitarsi a fare inviti più o meno persuasivi alla popolazione (Jovanotti) o concerti in streaming da casa (Gabbani). Proprio come nell’intensa serie televisiva Downtown Abbey, in cui le vicissitudini della nobiltà che vive ai piani alti poggiano sulle fatiche umili e generose, pienamente consapevoli e dignitose, della servitù del piano di sotto, indispensabili sono quelli che stanno svuotando la campana del vetro sotto casa mia in questo momento, i netturbini che nelle strade del centro di Milano (di solito affollate da agenti di borsa e broker rampanti, oggi tutti a casa a misurarsi la febbre, mentre le modelle dell’alta moda meneghina vanno tutte a ripararsi nelle loro lussuose ville monegasche) stanno spazzando via con getti d’acqua e disinfettante quel che resta ancora del terribile virus, così maledettamente affezionato alle contrade della nostra Capitale del Nord. Li dimenticheremo presto, questi oscuri e indispensabili agenti della salute, del benessere e dell’alimentazione, questi segreti e silenti benefattori che hanno dedicato al nostro corpo le loro mani, la loro competenza, le loro energie diurne e notturne, a volte la loro stessa vita, posponendo alla loro professionalità il rischio personale di contrarre il morbo: ci scorderemo di loro, che pure in buona parte continueranno ad esistere, quando tutto tornerà alla normalità, e torneremo con l’abituale miopia a concentrarci sul nostro successo, sul denaro, sulla carriera, sul potere formale. Eppure il nostro corpo continuerà ad essere buona parte di noi, la sua vulnerabilità continuerà ad essere la nostra personale debolezza, non solo la nostra forza; e la sua finitezza accompagnerà anche allora, e proprio fino alla fine, le nostre ignare giornate.

***

Almeno il virus lasciasse un piccolo germe di saggezza a questa contraddittoria umanità, così arrogante ma così poco consapevole. Almeno una corona ci restasse sulla testa, quella della nostra provvidenziale umiliazione.

Il valore dell’etica nelle relazioni internazionali

Argomenti:

Prof. Massimo Caneva, presidenti dell’Aesi, Associazione Europea di Studi Internazionali

Questi giorni di sosta forzata per via del coronavirus sono anche un’occasione di riflessione sui temi della convivenza civile e dei rapporti interpersonali. Abbiamo chiesto ai conferenzieri di Arss qualche contributo, a partire dalle loro competenze ed esperienze professionali. Ecco un video del prof. Massimo Caneva, esperto di relazioni internazionali.

Messaggio dal Presidente AESI, Prof. Massimo Maria Caneva.

Pubblicato da AESI – European Association of International Studies su Domenica 15 marzo 2020

Riflessioni sul senso cristiano del lavoro

Argomenti:

Intervento di Giorgio Faro ai quadri sindacali dell’OCST, Organizzazione Sociale Cristiana del Ticino, il più grande sindacato di ispirazione cristiana in Svizzera (circa 42.000 associati), che ha celebrato lo scorso 2019 il centenario dalla sua fondazione.

  1. Mi sembra un titolo adeguato a un sindacato che fa dell’ispirazione cristiana un elemento distintivo della sua sigla. Se il titolo di questo primo incontro fosse stato: il senso del lavoro, l’argomento apparterrebbe alla competenza della filosofia, che affronta le domande di senso, servendosi di un unico strumento, la ragione. Il riferimento alla religione cristiana implica anche la possibilità di attingere al tesoro della fede. Nell’epoca antica, anche se ci sono lodevoli eccezioni, la tradizione considerava il lavoro manuale degno degli schiavi. Quasi una punizione. I liberi si occupavano di politica, scienza, filosofia. L’unico popolo, cui Dio comincia a rivelarsi è quello ebreo: gli Ebrei, leggendo la Bibbia, dove Dio crea anche la materia, ritenevano -al contrario- che il lavoro fosse un compito affidato da Dio e che l’uomo si esprimesse al meglio proprio con un doppio lavoro specializzato: uno manuale e uno intellettuale. S. Paolo, ad esempio, è apostolo e intellettuale infaticabile; ma anche fabbricatore di tende.
  2. Tuttavia, un’inesatta ricezione del cristianesimo induceva il protestante luterano Kierkegaard (che apprezzo molto) ad affermare che in Paradiso, l’unico compito dei nostri progenitori era “pregare”: cioè, parlare con Dio. Dopo il peccato originale, il compito divenne: “lavorare”, quasi una punizione. Con l’avvento di Cristo, aggiunge il filosofo danese, il dovere attuale è: “pregare e lavorare”. Direbbe S. Benedetto, ora et labora. Anche se è una tesi, per certi versi, attraente -specie nell’affermazione conclusiva-, è scorretta. Infatti, Dio pose l’uomo nell’Eden prima del peccato originale, “perché lo lavorasse e lo custodisse”. “L’uccello nasce per volare, come l’uomo per lavorare”, dice un salmo. E Marx (seguendo Hegel) ha ragione, quando afferma che l’azione che più caratterizza l’uomo è il lavoro, anche se poi ritiene che sia il lavoro stesso a generare l’uomo, senza bisogno di creazione; e che il passaggio dal lavoro alienato al lavoro liberato, cioè la sua auto-redenzione, dipenda dall’uomo stesso: dalla rivoluzione. Ha ragione invece, se si limitasse ad affermare che, nel nostro diventare questa persona che siamo, il lavoro, il mestiere, il rusco, il job, il boulot, la professione sono un fattore -non però l’unico- che contribuisce a formare l’identità di ciascuno di noi. Il lavoro caratterizza anche la nostra identità e influisce sulla nostra personalità.
  3. Conseguenze del peccato originale sono invece la fatica, che accompagna il lavoro, cui si può aggiungere la discriminazione, l’ingiustizia, la strumentalizzazione di chi viene costretto a lavorare solo in vista del risultato, umiliando la sua dignità di persona, a volte in condizioni intollerabili come quelle introdotte in passato dal taylorismo: un metodo “non per lavorare meglio”, -lo attaccava Simone Weil-, “ma solo per produrre più in fretta”.
  4. La Dottrina sociale della Chiesa, nata nel 1891 con la Rerum Novarum di Leone XIII, si è inaugurata proprio a partire dal problema umano della “questione sociale”, cioè sui conflitti generati dal lavoro, che è un tema prima ancora che sociale, antropologico. La bussola della Dottrina sociale, il suo Nord, è la dignità della persona, creata a immagine e somiglianza di Dio. Tommaso d’Aquino arriverà ad affermare che almeno in un campo, l’uomo è più vicino a Dio dell’angelo: nel lavoro. Infatti, gli angeli non lavorano, ma l’uomo che lavora rivela una forte somiglianza con Dio creatore. Mentre quando conosciamo la realtà creata, è la nostra intelligenza che deve adeguarsi alla natura delle cose, che l’uomo non ha creato; al contrario, nel lavoro sono le cose che si devono adeguare ai progetti, alle forme, che l’uomo vuole infondere in un materiale previo, che viene “tras-formato”. Dio crea dal nulla; l’uomo, a partire dal materiale che la natura offre, cui applica la sua intelligenza inventiva. Tommaso d’Aquino vedeva nel lavoro anche un’altra imitazione di Dio, perché tramite il lavoro, l’uomo è provvidenza a sé stesso e per i suoi cari. Non deve, infatti, attendersi tutto dalla Provvidenza divina, come i passeri e i gigli. In senso ampio, dal cristianesimo impariamo che il lavoro umano non è una lotta contro la natura ostile, da cui emanciparsi, ma implica un’umanizzazione della natura, che perfeziona la creazione divina, volutamente imperfetta per lasciare all’uomo il compito di lavorarla. Già Aristotele ricordava che il lavoro umano genera realtà nuove, che la natura non sa produrre.
  5. La preoccupazione per la dignità umana e i diritti correlati è il movente che autorizza la Chiesa cattolica a penetrare i problemi temporali suscitati dalla convivenza umana, a volte difficile: la causa del sorgere del Dottrina sociale. La salvezza dell’uomo non è un fatto astratto, ma esige chinarsi nella storia e nei suoi nodi, in cui l’uomo spesso s’impiglia. Infatti, basti pensare al sottotitolo della Rerum novarum: Sulla condizione degli operai; motivo per cui, Leone XIII fu immediatamente bollato dall’epiteto di “papa socialista”. L’enciclica vietava, tra l’altro, lo sciopero (oggi ammesso dalla Dottrina sociale), ma solo a partire dalla constatazione che -troppo spesso- le successive cariche della polizia o dell’esercito, facevano morti e feriti. Già la seconda enciclica di Dottrina Sociale, Quadragesimo anno, di Pio XI (1931), sempre dedicata al tema del lavoro, introduce la prima definizione del principio di sussidiarietà (adombrato nella Rerum Novarum) A sua volta il principio di sussidiarietà fonda l’autonomia dei corpi sociali intermedi, come garanzie di democraticità contro le derive totalitarie. Il cuore pulsante di una nazione è dato non dallo stato, ma dai corpi sociali intermedi (profit e no profit) che costituiscono il cuore pulsante della società civile. San Giovanni Paolo II, sostenendo l’autonomia di Solidarnosc, ha voluto fondare su quel sindacato l’istanza di libertà, dignità e diritti umani della nazione polacca. Simone Weil in persona, cita senza saperlo, la Quadragesimo anno quando riporta le seguenti parole, attribuite genericamente “a un pontefice” (Pio XI): “Dalle fabbriche, la materia esce nobilitata; gli operai ne escono avviliti” (n. 137).
  6. Può sembrare che la Chiesa non debba immischiarsi in questioni temporali, di cui non è competente (la Dottrina sociale della Chiesa non si occupa solo del tema del lavoro, ma di tanti altri: la pace, l’ecologia di cui la Laudato Sii -di papa Francesco- ne è la pietra miliare, il progresso, la giustizia, la solidarietà, la democrazia, il ruolo della finanza internazionale…). Questa critica avrebbe la sua ragion d’essere, se la Dottrina sociale pretendesse di risolvere problemi tecnici di economia, finanza, politica, sociologia del lavoro e altro. La Chiesa ha invece il dovere di intervenire nei problemi temporali che la storia suscita e che hanno un riflesso sulla salvezza, tutte le volte che vede calpestare la dignità e i diritti umani; ma può farlo, solo in via indiretta. Cioè offre ai cattolici e agli uomini di buona volontà principi tratti dalla Scrittura, da cui partire per escogitare soluzioni precise che, vertendo su questioni opinabili, devono essere proposte sulla base della ragionevolezza umana, assumendo il rischio e la responsabilità da parte di chi le propone.
  7. Non esistono “soluzioni cattoliche” a problemi temporali (si finirebbe nel clericalismo); ma soluzioni portate avanti da cattolici e uomini di buona volontà, che ne assumono la responsabilità personale. E anche tra cattolici, diverse possono essere le proposte di soluzione. La Chiesa come gerarchia dà principi guida; i singoli, tenendoli presenti, cercano di pervenire a soluzioni concrete. Il Vaticano II (nella Gaudium et Spes) conferisce per la prima volta ai laici una missione vocazionale: santificare le realtà temporali, quelle realtà, i cui problemi esigeranno sempre soluzioni opinabili. Agostino ricordava: “In necessariis unitas, in dubiis libertas; in omnibus charitas”. Traduciamo, applicandolo all’oggi: al Magistero e alla gerarchia, spetta additare ciò che è necessario alla fede e alla morale -per la salvezza- e offrire i Sacramenti, mezzi di salvezza (in necessariis unitas); ai laici (che sono anch’essi Chiesa), santificare l’opinabile (in dubiis libertas), da cui libertà e responsabilità (l’opinabile esclude ogni infallibilità). A tutti, Agostino raccomanda: non violenza, ma comprensione, carità, rispetto delle altrui posizioni (in omnibus charitas).
  8. Tuttavia, tornando al tema del senso del lavoro, occorre arrivare a un papa, anche filosofo, Giovanni Paolo II, autore non solo di tre grandi encicliche di Dottrina sociale, Laborem Exercens, Sollicitudo Rei Socialis e Centesimus Annus, ma di un’autentica teologia del lavoro cattolica, che si distingue da quella protestante elaborata a suo tempo da Lutero, trasformata poi in etica del risultato dai calvinisti, quale segno di predestinazione alla salvezza (a patto che il lavoro -per sola grazia di Dio- riesca bene, e quindi sia ben remunerato). Mentre i protestanti nel lavoro vedono solo la sacra obbedienza a un dovere imposto da Dio, ma le opere non servono alla salvezza; al contrario, nella teologia cattolica del lavoro -ferma restando la necessità della grazia, oltre la buona volontà umana- si possono santificare le realtà temporali e quindi anche il lavoro; che ha come fine immediato il risultato, ma come fine ultimo il servizio alle persone, il perfezionamento di chi lavora, la sua santificazione, l’umanizzazione dell’ambiente naturale. La santificazione del lavoro, implica anche che il lavoro sia palestra di virtù umane. Per servire bene gli altri occorre inoltre impadronirsi prima di una tecnica, con cui ottenere le migliori realizzazioni. Anche se la tecnica può non contenere nulla di etico, il dovere di impadronirsene (e aggiornarsi) è un dovere morale, in quanto strettamente connesso al servizio dell’utente e destinatario del nostro lavoro, che è una persona.
  9. Giovanni Paolo II sostiene e fonda, per questo motivo, la superiorità della persona sul prodotto, ossia del lavoro soggettivo, su quello oggettivo; cioè, salvaguarda la dimensione etica intrinseca del lavoro. E ha alcuni precursori, tra cui possiamo additare Simone Weil e J. Escrivà. La giovane intellettuale francese scrive: “non è per il suo rapporto con ciò che produce, che il lavoro manuale raggiunge il più alto valore, ma per il suo rapporto con l’uomo che lo esegue” (S. Weil, Oppressione e libertà, ed. Comunità, Milano 1956, p. 148); J. Escrivà, pioniere della santificazione del lavoro professionale (dal 1928), scriveva alludendo al lavoro: “misuro l’efficacia e il valore delle opere, dal grado di santità che acquistano gli uomini che le compiono” (cit. in J. J. Sanguineti, L’umanesimo del lavoro nel Beato Josemaría Escrivá, in «Acta Philosophica», n.1 (1992), p. 274. I pericoli attuali, che non devono però scoraggiarci, sono l’individualismo dilagante oggi, e l’auto-referenzialità, che ne proviene; ed il relativismo che toglie valore oggettivo alle scelte etiche.
  10. Per Aristotele il lavoro è solo mezzo, mai fine. Solo le azioni che hanno il fine in sé stesse, sono superiori a quelle che cessano, quando raggiungono il risultato. Possiamo inserire il pensare e il vedere come azioni perfette, ma anche il “correre” -se attività desiderata in sé- si distingue dal “correre-per-prendere-il-treno”. Può sembrare che abbia ragione Aristotele, ma ora porto due citazioni che sembrano contraddirlo: additano il lavoro come azione perfetta, nobile in sé, con un fine in sé. Voglio provocarvi con F. Nietzsche e con lo scrittore cattolico Ch. Péguy:
    Nietzsche: “cercasi lavoro per un salario: in ciò tutti gli uomini sono eguali; per tutti il lavoro è un mezzo e non un fine in sé… Esistono però uomini rari, che preferiscono morire, piuttosto che mettersi a fare un lavoro senza piacere di lavorare: sono quegli uomini dai gusti difficili, di non facile contentatura, ai quali un buon guadagno non serve a nulla se il lavoro stesso non è il guadagno dei guadagni” (in: Così parlò Zarathustra).
    E ora Peguy: “un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto come si addice ad un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta… Non occorreva fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli intenditori, né per i clienti del padrone, ma essere ben fatta in sé e per sé, nella sua stessa natura… Un assoluto, un onore esigevano che quella gamba fosse bene fatta. E ogni parte della sedia che non si vedeva, doveva essere lavorata con la stessa perfezione delle parti che si vedevano”. (in: Il denaro).
  11. Proprio Giovanni Paolo II risolve l’apparente aporia, quando afferma che le azioni perfette, non sono quelle che sono perfette in sé, ma in quanto mirano alla perfezione di colui che le esegue. Infatti, entrambe le citazioni sopra riportate fanno capire che il lavorare bene non e tanto un agire perfetto in sé, ma è il prendere sul serio la propria persona, mettersi in gioco, donarsi agli altri nel nostro lavoro. Perciò asserisce che il lavoro è actus personae: un’attività che coinvolge, mette in gioco tutta la persona e ne conferma e valorizza la dignità.
    1. Aristotele, nell’Etica a Nicomaco, ricorda che “l’amare assomiglia a un processo di produzione”. Cioè amore e lavoro hanno in comune la necessità di manifestarsi in opere, cosa che consente all’amore e alla carità cristiana di entrare in gioco anche nel nostro stesso lavoro, in una vertenza sindacale, nella difesa dei diritti umani e della dignità, ove violati da palesi ingiustizie e logiche strumentali: avvalendoci di principi di Dottrina Sociale di partenza, ma assumendoci poi la responsabilità personale delle nostre proposte specifiche. Termino con un riferimento all’insigne psichiatra Victor Frankl, padre della logoterapia, che dalla sua prospettiva professionale esaminò i deportati ebrei del campo di concentramento, con cui condivideva quelle dolorose esperienze. Si rese conto di questo fenomeno: quanti sopravvivevano a quei trattamenti inumani erano, non i più forti fisicamente -come si potrebbe pensare-, ma coloro che avevano un più forte motivo di amare; e, quindi, di lottare per sopravvivere. Lui, personalmente, ne indicò due: il desiderio di rivedere a tutti i costi le persone amate (la famiglia precede il lavoro; Frankl perse la moglie); e l’amore al proprio lavoro, avvertito come quella specifica missione nel mondo, che ognuno ha. San Josemaria Escrivà ricorda un concetto analogo: la vocazione professionale di ognuno non è altro che una parte integrante della sua vocazione alla santità; quella santità non carismatica, che ha per oggetto le attività quotidiane, solo apparentemente senza rilievo, come la vita di lavoro nascosta di Cristo, simile alla nostra. Per Escrivà il lavoro che ha più rilievo agli occhi di Dio non è quello più elevato nella considerazione sociale, ma quello -umile o elevato che sia- svolto con più amore.

Emozioni e serie tv. Se ne è parlato ad Orvieto



Tommaso Cardinale, esperto di comunicazione e redattore di IstanTv, ha parlato a febbraio di “Emozioni e serie tv” ad alcune classi di terza secondaria di primo grado e di prima secondaria di primo grado. Attraverso l’analisi di alcune scene di popolari serie tv è stato ricostruito il modo con cui i personaggi della fiction intercettano le simpatie dello spettatore.

L’incontro si inserisce nell’ambito del progetto “Tu chiamale se vuoi, emozioni”, organizzato dalla Associazione Genitori di Orvieto in collaborazione con Arss e rivolto alle famiglie di Orvieto.

Tu chiamale se vuoi emozioni. Quattro incontri a Orvieto



L’Associazione Italiana Genitori di Orvieto, in collaborazione con Arss, ha organizzato un ciclo di incontri per educare i figli con la mente e il cuore.

Il titolo scelto è “Tu chiamale se vuoi emozioni” e gli incontri sono in programma il 7 e 21 febbraio e il 6 e 20 marzo presso la sede Cittaslow nel Palazzo dei Sette ad Orvieto.

Qui sotto è la locandina.

Il contributo di Aristotele per il futuro delle aziende



Giorgio Faro ha inaugurato il 24 ottobre 2019 il corso “Imparare a comunicare l’impresa virtuosa” con una relazione intitolata “La virtù secondo Aristotele: può un’impresa essere virtuosa?”. Il Corso è organizzato a Bari dalla Business School dell’Ipe e si svolge presso il collegio universitario Poggiolevante da ottobre a gennaio. Nella prima sessione, alla esposizione teoretica del prof. Giorgio Faro, docente di Filosofia alla Pontificia Università della Santa Croce, si è aggiunta la testimonianza di Cesare Avenia, presidente di Confindustria digitale, Fondazione Lars Magnus Eticsson.

Giorgio Faro

1. Breve premessa: perché Aristotele?
Occorre, innanzitutto, dar ragione del titolo di questo incontro inaugurale di una serie; e anche dell’immagine di Aristotele, selezionata per l’occasione. Partiamo da quest’ultima.
L’immagine con il busto di Aristotele, che propaganda questo incontro, la conosco molto bene. Lavoro alla PUSC e il Museo Altemps, di arte romana, si trova proprio di fronte all’ingresso dove lavoro: qui è esposta quella scultura. E’ forse il busto più ricco e bello del grande filosofo. Nella scultura policroma, il mantello è realizzato in un marmo pregiato, di colore diverso dal volto.
Tuttavia, perché tirare in ballo oggi Aristotele, un filosofo nato a Stagira il 19 giugno del 384 a. C. e deceduto il 7 marzo del 322, l’anno dopo la morte di Alessandro Magno?
Se è vero che ogni filosofia è anche figlia del suo tempo e del diverso stato dell’arte della scienza, per cui nella stessa filosofia di Aristotele vi sono aspetti certamente superati, i grandi filosofi conservano sempre qualcosa di perennemente valido e stimolante, sulle questioni ultime di senso dell’esistenza e sul fondamento della realtà che ci circonda. Già il fatto, che conosciamo persino giorno e mese della sua nascita e morte, ci fa capire quanto fosse considerato lo Stagirita nei tempi antichi. Alla domanda che ho posto, lascio perciò rispondere Heidegger:

“Platone e Aristotele parlano ancor oggi il nostro linguaggio. Anche Parmenide ed Eraclito pensano ancora nel nostro modo di rappresentazione. Solo il riferimento alla coscienza storica attuale potrebbe lasciaci credere, che si tratterebbe di personaggi appartenenti al museo della storia spirituale […]. Si continua a credere che la tradizione sia trascorsa, che resti soltanto come oggetto della coscienza storica. Si continua a credere che la tradizione sia propriamente tutto ciò che sta dietro di noi, mentre essa viene invece verso di noi, perché le siamo consegnati…” (M. Heidegger, Che significa pensare?, Sugarco, Milano 1988, pp. 133-134).

Aristotele -nella storia- ha subito anche parziali momenti di eclissi, ma sempre si assiste alla rinascita di ciò che di perenne e attuale resta del suo pensiero. L’ultima di queste rinascite è avvenuta proprio nel mondo anglosassone, di tradizione empirista. Il filosofo Alasdair MacIntyre, con il libro dal significativo titolo Dopo la virtù (After virtue), ha fatto fiorire negli Stati Uniti e in Inghilterra, un filone neo-aristotelico di straordinaria importanza, con successivo impatto anche in Europa, per cercare di risolvere la crisi della politica oggi diffusa ovunque. Il libro è apparso in Italia nel 1977, pubblicato da Feltrinelli, diventando subito un best-seller, cosa rara per una pubblicazione filosofica. È tuttora un libro che invito a leggere. MacIntyre, di originaria formazione marxista, è uno scozzese emigrato negli Stati Uniti, dove ha fatto fortuna. Ora è emerito, dopo aver insegnato alla Notre Dame University. Tuttora molto critico verso il capitalismo americano, ha anche riscoperto Tommaso d’Aquino, quale grande interprete di Aristotele. Ed è poi divenuto cattolico, motivo per cui -da allora- Feltrinelli non gli pubblica più niente (ma Dopo la virtù, lo ha ripubblicato proprio la mia università: Armando ed., Roma 2006; tuttora reperibile).

2. Perché parlare oggi della Politica di Aristotele?
Per l’incontro odierno, ho pensato che il libro più significativo di Aristotele sia la Politica (consiglio vivamente la lettura di Richard Bodéus, La filosofia politica di Aristotele, Edusc, Roma 2008). Ricordiamoci che Aristotele scrive il suo manuale di etica fondamentale, l’Etica a Nicomaco (di cui si conservano varianti: l’Etica Eudemia e forse anche la Grande Etica, se non scritta da lui, almeno da un suo scolaro), come introduzione alla Politica. Nell’Etica a Nicomaco, Aristotele sostiene che gli ingredienti della felicità umana siano due. Se hai una beautiful mind, è una grande gioia -da filosofo- arrivare a riflettere sulla causa prima e più profonda dell’universo, che per Aristotele è Dio, per quanto molto poco si possa conoscere di lui usando della sola ragione umana, che è poi l’unico strumento di indagine dei filosofi. Se però non hai una beautiful mind speculativa, ogni altro uomo in che modo si può realizzare?

Mettendo gratuitamente a disposizione le proprie virtù, acquisite con l’esercizio (le virtù non sono innate), non solo a favore di amici e famigliari, ma anche al servizio dei concittadini: in vista del bene comune. In questo modo, è in politica che una persona si realizza di più e meglio. Anche se il bene comune non è il fine ultimo dell’uomo: il bene dell’amicizia, il bene famigliare, il bene dell’autosufficienza economica, grazie al lavoro, e il bene comune politico, sono mezzi che agevolano la felicità relazionale della persona. Inoltre, Aristotele distingue anche tra retto amor di sé, che denomina autofilia, distinto dall’egoismo.

L’autofilia consiste nell’operare disinteressatamente e virtuosamente il bene, a favore degli altri; mentre l’egoista si serve degli altri, per operare nel proprio esclusivo interesse. L’egoista vede nell’altro, o un potenziale complice da coinvolgere in un rapporto do ut des; oppure, un concorrente da neutralizzare. Per Aristotele la felicità nasce non dalla constatazione di avere acquisito abiti virtuosi (è il limite dello stoicismo), ma quando attualizziamo le virtù a beneficio degli altri: quando siamo operativi. La felicità aristotelica è un’attività virtuosa, a favore degli altri. Paradossalmente, il modo migliore di perfezionare sé stessi, promuovendo la nostra strada alla felicità, è per Aristotele quello di dedicarsi disinteressatamente a favorire la felicità altrui; ma è impossibile riuscirci, se prima non ci dedichiamo ad acquisire le virtù, che mirano a integrare la nostra dimensione emotiva con quella cognitiva, forgiando il nostro carattere. Siamo tutti persone, ma diventare questo particolare tipo di persona -virtuosa o viziosa-, questo dipende da noi.
Aristotele arriva alla seguente conclusione: l’uomo che sa beneficare non solo familiari e amici, ma anche i concittadini in politica, è colui che meglio si realizza: può non essere necessariamente un filosofo, ed essere egualmente felice. Al contrario, un filosofo che non abbia alcun amico, famigliare o concittadino, da beneficare con le proprie virtù, non può essere felice.

Coerentemente con questo modo di pensare, Aristotele riteneva che il contenuto più rilevante e profondo del bene comune politico, consista nell’agevolare l’acquisizione e la pratica delle virtù ai cittadini, con un’educazione adeguata. Anche Platone, che pure viene criticato nel suo scritto utopico, oggi diremmo un po’ talebano, La Repubblica, condivideva con Aristotele questo stesso fine. Forse per correggere il tiro, Platone scriverà un’ultima importante opera politica Le leggi, varando una costituzione mista, che costituirebbe -per lui- la “meno peggio” tra le forme di governo politiche praticabili. Al contrario, Aristotele elaborerà il suo progetto politico, come il meglio che si possa realizzare. E tra le tante utopie politiche proposte nella storia, guarda caso, quella aristotelica -seppur di difficile attuazione- resta quella più concretamente realizzabile.

3. Perché parlare in questo nostro incontro della Politica di Aristotele?
In un certo senso possiamo dire che Aristotele nel suo trattato di politica, risponde proprio a questa domanda, che per analogia si può poi applicare all’impresa: può una polis, una città-stato, essere virtuosa? In politica la virtù principale è la giustizia, alla base della convivenza umana e della concordia tra cittadini. Può uno stato essere giusto?
Per rispondere a questa domanda, occorre anche formularne un’altra: qual è la principale differenza tra la politica degli antichi e dei moderni?
Proviamo a replicare a tali questioni, partendo da quest’ultima, facendola però precedere da alcune considerazioni preliminari. Intanto, occorre rammentare che la filosofia dà un certo fastidio alla politica; e per alcuni filosofi, come Platone, la politica è cosa troppo importante, per lasciarla a comuni politici… Il più delle volte, i politici ignorano la filosofia; mentre i filosofi si occupano volentieri di politica. Anassagora e Socrate, furono vittime della politica. Aristotele rischiò di esserlo. Thomas More, l’autore di Utopia, fu decapitato.
Platone, comprese che libri e dibattiti servono a poco. Perciò si trasferì due volte a Siracusa, convinto di potersi appoggiare all’autorità dei tiranni locali, per far mettere loro in pratica le proprie idee. Con Dione, gli stava andando bene (ma finì assassinato, dopo qualche anno); con i due Dionigi, il Vecchio e il Giovane, gli andò decisamente male: fu venduto, come schiavo, al mercato di Egina (e riscattato -per sua fortuna- da un amico, che lo riconobbe).

Aristotele invece cercò di convertire un principe alla filosofia: scrive la sua Esortazione alla filosofia dedicandola al re di Cipro, Temisone. Sul suo esempio, Musonio Rufo scriverà il trattato: Anche i re devono studiare filosofia. Aristotele, tuttavia, non crede che i filosofi debbano governare, ma piuttosto -come aveva già cercato di fare Platone- essere consiglieri dei governanti.
Esiste anche una filosofia aziendale e sarebbe bene, come già succede, che laureati in filosofia vi si dedichino, senza per questo proporsi come amministratori delegati. Infatti, per Aristotele, lo statista di professione acquisisce una fronesis politica, una prudenza politica (la prudenza non è cautela, ma la virtù strategica che sa scegliere mezzi adeguati a raggiungere il fine; distinta dall’astuzia, che è un vizio), che lo mette in grado di emanare saggi decreti e provvedimenti per la polis; ma ciò esige un tirocinio che manca al filosofo, dedito agli esercizi teoretici. Per questo, Aristotele ha due diversi campioni per la politica: per lui, Socrate sarebbe il miglior consigliere politico; l’altro campione è Pericle, il miglior statista che Atene abbia mai avuto. Il primo eccelle nella saggezza (fronesis) teorica (conoscenza dei principi universali di azione), connessi alla sofia (la superiore sapienza speculativa); il secondo, nella fronesis, come saggezza pratica, o prudenza politica, che implica l’operare bene scegliendo i mezzi adeguati: non in teoria o in condizioni ideali, ma ora e adesso nelle condizioni date, assumendosi rischio e responsabilità. Per Aristotele, è evidente che la politica -ma anche l’economia- sono strettamente legate all’etica: sono etiche applicate ai relativi contesti.

A questo punto, riproponiamo la precedente domanda: cosa distingue la politica dei moderni, da quella antica?
Ha cominciato a distinguersi con Machiavelli, che nel Principe, stacca la politica dall’etica e ne fa scienza a sé stante, privilegiando lo studio delle forme di governo, delle strutture e degli automatismi più adeguati alla conservazione di uno stato. In un certo senso, le virtù vengono relegate a qualità private; e troppo spesso, al politico basta esibirne la mera apparenza; mentre ciò che conta, ancora oggi in uno stato moderno, sono le pari opportunità e le regole comuni da rispettare. Trovare le regole più adeguate e offrire a tutti pari opportunità, sembra risolvere oggi il paradigma della giustizia, così che “giusto” può essere considerato oggi un ordinamento giuridico, non una persona.

Aver abbandonato la rilevanza delle virtù personali, come elemento portante e fine della politica, induce sempre a una stessa falsa soluzione quando arrivano le crisi cicliche dell’economia: “occorre cambiare le regole” (o “le strutture”) è l’unico mantra, oggi ripetuto sino alla nausea. E’ come riproporre l’eterno inseguimento tra creatori di nuove serrature e i ladri che imparano poi a forzarle: occorre cambiare i meccanismi… Anche Aristotele riconosce la dovuta importanza alle forme di governo e agli ordinamenti giuridici più auspicabili, o a legislazioni giuste; ma tutto ciò non serve a nulla, se i cittadini di quello stato non sono innanzitutto loro, virtuosi come persone. Detto in altri termini: prima le virtù personali; poi anche regole e strutture adeguate. Qui sta il nocciolo della differenza tra politica degli antichi e dei moderni.

Diamo un motivo, per cui Aristotele pone Socrate come consigliere politico ideale. Socrate ritiene, infatti, che la forza di una polis sia l’educazione alla virtù dei cittadini, senza la quale “i cittadini passeranno tutta la vita a fare e disfare un’infinità di leggi, credendo sempre di trovare la migliore” (Platone, Repubblica, IV,4 425e). Penseranno che cambiare le leggi o le regole, sia l’unica soluzione. Molto spesso poi, in queste occasioni, si finisce per emanare una congerie di leggi repressive per contrastare coloro che violano le regole, creando quell’inflazione legislativa che finisce per limitare le libertà anche dei cittadini virtuosi, danneggiati assieme a quelli non esemplari. Qui ci viene in soccorso Tacito, che di politica se ne intendeva: “tanto più corrotto uno stato, tanto più numerose le leggi” (Annales, III 27,3). Di fatto, Agostino spiegherà meglio il principio. Anche dove le strutture e gli ordinamenti di uno stato fossero i migliori possibili, “se non è rispettata la giustizia [come virtù personale], cosa sono gli stati se non delle grandi bande di ladri?” (De civitate Dei IV,4). La differenza la fa il fine della politica, che è il bene comune; ma per aspirare al bene comune, occorre innanzitutto la virtù personale: e dei cittadini, e dei governanti. A che servono se no, regole e strutture ideali?

4. Paralleli tra polis e impresa
Per analogia, ritengo che il principale investimento di un’azienda sia la crescita delle qualità personali, cioè le virtù dei propri dipendenti; e una selezione attenta tra i nuovi assunti. Tra tutte le utopie politiche, ritengo che quella più realizzabile resta quella proposta di Aristotele e cercherò ora di spiegarne i motivi.

Aristotele era vissuto ai tempi di Alessandro Magno (di cui fu, per breve tempo, precettore), che man mano che estendeva le sue conquiste, dal fiume Indo sino al Nilo, faceva costruire nuove città battezzate con il proprio nome, la più famosa delle quali è tuttora esistente: Alessandria d’Egitto. Ora, sia Platone che Aristotele, erano molto interessati alle colonie; così, come lo furono i coloni europei del Nordamerica. Era l’avventura ideale, per sperimentare nuove forme di governo e di convivenza politica, facendo coesistere fedi e tradizioni diverse. Tornando ad Aristotele, egli riteneva compito di un filosofo, consigliere di un politico, indurre i governanti a trasformare forme deteriori di governo in migliori. Per forme deteriori, Aristotele intendeva il governo di uno (tiranno), pochi (oligarchi) e molti (democrazia popolare) che perseguono i propri interessi (e quindi non il bene comune) a danno degli altri cittadini, che ne vengono strumentalizzati. Pertanto, il buon filosofo farà constatare al tiranno, che il modo migliore di conservare il potere è di comportarsi da re virtuoso, comandando a favore dei cittadini; e non, nel proprio interesse. Così gli oligarchi, dovrebbero essere trasformati in aristocratici (si parla qui di nobiltà, nella virtù); la democrazia popolare dovrebbe trasformarsi in una middle class maggioritaria, laboriosa (autosufficiente), sobria e virtuosa.

Per Aristotele la miglior forma di governo sarebbe la monarchia, se incarnata da una persona molto virtuosa; il problema è che le monarchie sono dinastiche e i figli, troppo spesso, non risultano all’altezza dei padri. Perciò, la forma ideale di politica è per Aristotele la formazione di una middle class maggioritaria, che deve avere due caratteristiche: la virtù dei cittadini e l’autosufficienza nel lavoro. Ai cittadini vengono garantite pari opportunità, attraverso il sorteggio dei posti di responsabilità, tranne la strategia militare (un comandante non si improvvisa, occorre una pratica e un’esperienza di base): equivarrebbe a un amministratore delegato in un’azienda, che deve sapere come difenderla dalla concorrenza e guidarne l’espansione economica. Anche una democrazia popolare esige il sorteggio delle cariche, ma è formata per lo più da poveri, che entrano in politica spesso senza virtù personali; e infine, solo per arricchirsi (quindi, non per il bene comune dei cittadini); così come gli oligarchi entrano in politica, solo per il proprio onore e fama, o quello della propria famiglia, non per il bene comune. Chi invece è autosufficiente con il suo lavoro, non ha bisogno di entrar in politica per arricchirsi, né va a caccia di gloria; ma vi resta mirando solo al bene comune dei concittadini, a patto di essere anche virtuoso e di giovare con le proprie virtù.

È un’utopia impossibile da realizzare? Per Aristotele è assai difficile realizzarla, ma non impossibile. Tornando agli esperimenti coloniali, nel 444 a. C. Pericle fondava una nuova colonia in Lucania, con il nome di Thuorioi (Turi), i cui resti si trovano presso l’attuale Policoro-Siri. Si trattava di una colonia panellenica: ovvero erano stati coinvolti, nella sua fondazione, cittadini greci provenienti dalle più diverse città, cui venivano garantite pari opportunità e una costituzione adeguata. Ora, anche Aristotele poteva escogitare qualcosa del genere, scegliendo di fare abitare una nuova Alessandria coloniale a cittadini reclutati da varie città greche, che avessero queste caratteristiche: essere autosufficienti sul lavoro (con una propria piccola o media impresa famigliare, delegata a un bravo amministratore), ma anche selezionati come sobri e virtuosi. Costoro potevano arrivare così a formare quella maggioritaria middle class, che Aristotele auspicava come la miglior forma di governo possibile, con pari opportunità per essere eletti ed elettori a posti di responsabilità.

Ora, se possiamo mettere qui da parte l’autosufficienza economica (necessaria, per non entrare in politica al solo scopo di arricchirsi), quello che Aristotele pensava è proprio una selezione del personale, in base alle virtù dei singoli. Ciò che oggi fanno molte aziende. Prendo qui spunto dal Prof. Ciappei, che ha paragonato le piccole polis aristoteliche (paragonabili a un nostro comune, dove tutti si conoscono almeno di vista) alle attuali imprese economiche. La prima ricchezza di una polis, o di un’azienda, è anzitutto conferita dalla somma delle virtù delle singole persone che la compongono; e dalla concordia e compartecipazione a un bene comune politico, o aziendale che sia. Poi, occorrono anche regole precise per lavorare in gruppo, un ordinamento interno e strutture adeguate.

Aristotele metterebbe anche in guardia i selezionatori di personale a verificare non solo la presenza di buone virtù intellettuali nei candidati, cosa sempre apprezzata; ma che a dette virtù, che Aristotele designava come dianoetiche (perfezionano l’abilità intellettuale teorica e pratica), corrisponda anche l’esistenza delle ancora più importanti virtù etiche: cioè quelle che definiscono il carattere di una persona. Persone dotate in natura di un’intelligenza sopraffina, se non educano anche il proprio carattere, sono le persone più pericolose e indesiderate da assumere in azienda. Essendo molto intelligenti, ma senza virtù del carattere, possono fare molto danno proprio al bene comune aziendale, manipolando persone e l’azienda stessa, per propri fini individualistici. È noto, inoltre, come sia assai raro riscontrare in una persona molto intelligente la presenza della virtù dell’umiltà (che pure è segno d’intelligenza). Se dovessi indicare un esempio, a livello mondiale, mi viene in mente giusto Joseph Ratzinger.

5. Le virtù più necessarie per Aristotele: prudenza (saggezza strategica), coraggio e … amore?
Quali virtù Aristotele metteva al primo posto, non solo in politica ma anche nel lavoro, che alla sua epoca implicava la presenza di schiavi?

Lo schiavo per natura, è per Aristotele colui che non ha avuto alcuna educazione etica o non si è mai esercitato per conseguire abiti virtuosi. Lo schiavo è tale, perché -di conseguenza- è incapace di agire bene nel proprio interesse; quindi lavora nell’interesse del padrone (ricevendo in cambio vitto e alloggio). Tuttavia, lo schiavo fa parte della famiglia. Perciò, se il padrone riesce a educarlo almeno a due virtù, fondamentali anche in politica, che sono la prudenza (saggezza strategica) e il coraggio, Aristotele riteneva che il padrone dovesse liberare lo schiavo che -grazie all’esercizio di queste due virtù- si mostrasse capace di amministrarsi da solo. E Aristotele liberò i suoi schiavi. Per lui, la schiavitù -quella per natura- non crea una classe chiusa, da cui non si può uscire. Se ne può uscire con l’educazione alle virtù e la loro pratica: l’esercizio.

L’esatto contrario della schiavitù economica, teorizzata da Bernard De Mandeville nell’Apologo delle Api: perché pochi uomini intelligenti possano arricchire uno stato, è necessario mantenere una grande massa di lavoratori poveri e laboriosi, escludendoli dall’educazione, che deve perciò risultare molto onerosa, accessibile solo a pochi e ricchi. Una massa di poveri laboriosi sono, per Mandeville, la vera ricchezza delle nazioni. Le uniche virtù, che si richiedono loro, sono la laboriosità e la religione, che deve essere insegnata gratuitamente come effetto consolatorio; per cui Marx parlerà poi di “oppio dei popoli”.

Tornando invece alle due virtù fondamentali di Aristotele, soffermiamoci sulla fronesis (prudenza, saggezza strategica: e non cautela). Tutta l’etica aristotelica è un’etica imperniata sulla saggezza-prudenza, che è la virtù che perfeziona la ragion pratica (facoltà intellettuale), finalizzata all’agire; in tal senso è dianoetica e, come tale, si può anche definire la virtù del giusto mezzo. In morale, le azioni sono il mezzo, con cui raggiungere il bene, che è il fine dell’agire. Quindi la saggezza è virtù strategica perché, non in teoria, ma ora e adesso ci suggerisce l’azione più adeguata a raggiungere il fine. Come si vede, cosa ben diversa dalla cautela.

Tuttavia, essa è anche etica e virtù del giusto mezzo, perché -non in teoria-, ma ora e adesso ci suggerisce quale sia il giusto mezzo, il vertice perché quella azione -prescelta- sia anche eseguita in maniera virtuosa (così da perfezionare il soggetto stesso che agisce), evitando come estremi il vizio per difetto e quello per eccesso. È la prudenza che fissa, ora e adesso, la misura adeguata alle virtù etiche, il loro vertice; e in tal senso è dianoetica, ma anche etica. È l’anello di congiunzione strategico, tra virtù dianoetiche (intellettuali) ed etiche (del carattere).

Aristotele, forse in modo che ci appare oggi un po’ sciovinista, vedeva nel greco l’uomo completo, in quanto dotato e di saggezza strategica e di coraggio. Per lui potevano essere schiavi dei greci i barbari, che si distinguevano in due tipologie: i settentrionali (come Traci, Daci, Sarmati e Sciti), che erano ardimentosi in guerra, ma venivano regolarmente battuti dai Greci, essendo privi di prudenza-saggezza, così che perdevano in battaglia per temerarietà (vizio per eccesso, del coraggio); e gli orientali, cui Aristotele riconosceva la prudenza-saggezza di una civiltà superiore, rispetto ai barbari settentrionali, ma che erano privi di coraggio e quindi di carattere: lo testimonia il fatto, che una coalizione di piccole città greche aveva, per due volte sconfitto gli imperatori persiani invasori (Dario e Serse). Certo le virtù etiche non si riducono solo al coraggio, ma dal momento che conseguire una virtù è sempre un bene arduo, se uno è privo di fortezza, di coraggio, non vi riuscirà mai.

In certo senso, la prudenza strategica è virtù sempre necessaria; ma senza le virtù etiche, in primis il coraggio, il risultato è quello descritto da Ovidio nelle Metamorfosi (cap. III): video meliora proboque, sed deteriora sequor. Ossia, “vedo [con la saggezza] le cose migliori da farsi, ma mi lascio andare alle peggiori” (per mancanza di esercizio nelle virtù etiche, in primis di fortezza).

Quindi, anche per l’assunzione del personale in un’azienda, Aristotele consiglierebbe di valutare specialmente il grado di prudenza (saggezza strategica) e coraggio di una persona. Il coraggio per lui è importante, nella stessa economia. Lo Stagirita temeva la degenerazione di un’economia “naturale” al livello di quella che lui chiamava economia “commerciale”. Infatti, i fautori di un’economia commerciale, nel tentativo di perseguire un benessere eccessivo, cercano anche tutto ciò che può assicurare tale benessere eccessivo, e se non possono riuscirvi con l’economia, lo cercano altrimenti, usando ogni facoltà in modo anti-naturale. Ciò che è proprio del coraggio non è produrre denaro, ma fiducia; […] ciononostante, alcuni conformano al solo fine economico tutte le loro facoltà, come se il produrre denaro fosse il fine universale ed ogni cosa si orientasse a tal fine (Politica, I,9 1258a).

L’importanza del coraggio, generatore di fiducia anche in economia, l’afferma J. M. Keynes, grande ammiratore di Aristotele. Per lui e per von Hayek -così diversi e conflittuali tra loro- non c’è alcun dubbio che Aristotele avesse tutte le ragioni nel precisare che l’economia, come la politica, è una branca dell’etica. Ciò significa porre la persona prima del profitto (o delle regole), pur restando vero che ogni azienda deve anche produrre profitti, se vuol salvaguardare la sua sopravvivenza e il posto ai suoi dipendenti.

Aristotele afferma, parlando dell’amicizia ma anche del lavoro, l’importanza dell’amore (cfr. Etica a Nicomaco, IX,7). Si può, anche oggi, lavorare per tre motivazioni elementari: per piacere, per dovere, o per amore. Solo grazie all’amore, però, nel lavoro si è capaci di dare sé stessi, mettendosi in gioco per gli altri. Aristotele esita, tuttavia, a definire l’amore una virtù, anche se ne ammette una forte affinità (ibidem, VIII,1). Abbiamo intuito che, per lui, ogni virtù è classificabile come vertice, che si staglia sopra due vizi contrapposti: il vizio per difetto; e quello per eccesso. Così il coraggio è un vertice che evita simmetricamente la codardia e la temerarietà. Nel caso dell’amore, Aristotele esita a definirlo una virtù: ammette, infatti, che -nel solo caso dell’amore- l’eccesso non è un vizio (ibidem, VIII,7), ma anzi un elemento ulteriormente capace di perfezionare il soggetto umano. Tommaso d’Aquino, grazie alla rivelazione di un Dio, che si fa uomo e muore per amore, definirà l’amore come: mater, motor et forma virtutum: il movente più decisivo a perfezionare una persona, perfezionandone le virtù.

6. Conclusioni
A differenza del mondo attuale, dove sembra che l’importanza di una persona dipenda solo da ciò che uno fa, Aristotele e Tommaso ricordano che questo non è così importante; ma piuttosto è decisivo cosa fa di sé stesso qualcuno, quando fa qualcosa. Mi viene bene, una vecchia pubblicità della Pirelli: “non importa quanta strada hai fatto, ma come l’hai fatta”.

Le virtù hanno a che fare proprio con il come. Il come è quello che fa la differenza e nobilita, o svalorizza una persona. Ciò è rilevante anche nella selezione del personale, nel mondo del lavoro. Mi chiedo, comunque, se oggi non sia necessario un primo (e preferibilmente unico) contratto a termine (una specie di tirocinio), inferiore all’anno solare. Risulta infatti talora difficile valutare le virtù, da un semplice colloquio con un potenziale dipendente, anche se -in alcuni casi- a persone esperte è possibile.

Infine, se -per Aristotele- compito abituale del filosofo consigliere di un governante è indurre la trasformazione di regimi deteriori in migliori, Thomas More invita un filosofo/consigliere a restare al suo posto, anche se non fosse possibile realizzare tale intento. Dove non sia possibile ottenere il bene comune, il consigliere politico ha il dovere di cercare -almeno- di arginare il male: evitare guai peggiori, in attesa di tempi migliori. Un bravo giocatore di poker sa giocare al meglio, anche quando il sorteggio delle carte, in quella mano, lo ha penalizzato. Il generale tedesco Kesselring ha dimostrato -sul finire della II guerra mondiale- come sia possibile gestire, in modo sorprendentemente efficace, anche un’inevitabile e graduale ritirata. Il fronte tedesco è crollato altrove, non in Italia.

Thomas More, che ha unito alla prudenza/saggezza politica anche il coraggio, ci rimise la vita; e, forse anche per questo, è oggi patrono dei politici. Per analogia, in momenti di crisi, è molto facile vendere la propria azienda o svenderne “i rami secchi”; ci sono però anche imprenditori, nonché proprietari di azienda, che preferiscono rimetterci di persona, ma continuare a governare la propria azienda, cercando di salvare il posto dei propri dipendenti e superare insieme la congiuntura sfavorevole; o almeno, tentare di farlo. Fanno pensare alla distinzione evangelica tra buoni pastori e mercenari.

Infine le virtù personali sono sempre necessarie, non solo ai cittadini -prima ancora di regole adeguate-, ma anche nel variegato mondo del lavoro. Varrebbe la pena indagare, se vi sia anche un patrono degli economisti. Pare che vi sia e sia addirittura un apostolo, san Matteo, che forse ci insegna proprio quello che teorizzava Aristotele: un ritorno, una conversione al fine naturale dell’economia (concorrere al bene comune, sotto l’egida della politica), rinunciando alla “economia commerciale” degli individualisti (i pubblicani, che ricevevano dai Romani l’appalto sulle tasse, facevano abitualmente “la cresta”). Resta però da chiedersi, allora, come mai Cristo abbia affidato a Giuda, e non a Matteo, la custodia della cassa…