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Benedetto Ippolito

Docente di Storia della filosofia medievale, Università di Roma Tre

Il ritorno del sacro



Un excursus storico, religioso e filosofico sul “Ritorno del Sacro” a cura del professor Benedetto Ippolito, docente di Filosofia Medievale presso l’Università di Roma Tre e organizzato dal Serra International Club di Viterbo nella storica sede Agostiniana del complesso della Santissima Trinità di Viterbo, all’interno della suggestiva Aula del Cenacolo gremita di un pubblico attento e silenzioso.
La figura di Giacomo da Viterbo si colloca perfettamente all’interno del sito scelto per la conferenza dal Presidente del Club Serra di Viterbo avv. Bonotto, poiché è proprio in questa sede che nel 1270 il Beato Viterbese entra a far parte dell’Ordine degli Eremitani di Sant’Agostino vestendo l’abito in questo convento che era uno dei quattro della provincia romana. La sua opera è considerata uno dei primi trattati di dottrina ecclesiologica e una eredità teologico – spirituale come chiave di lettura del tempo moderno.
Oggi siamo testimoni consapevoli di un cambiamento storico – epocale che ci pone di fronte a un’incursione della dimensione del sacro nella vita pubblica, dimensione dalla quale la cultura illuminista ci aveva allontanato, e che ci obbliga ad affrontare di nuovo quel paradigma distintivo tra le cose di Cesare e le cose di Dio, la dualità contemplata nel “De Civitate Dei” di Sant’Agostino o il modello di unità di Eusebio di Cesarea.
Da un lato quindi il forte laicismo dell’Occidente e dall’altro il fondamentalismo con l’uso strumentale di un sacro politicizzato e normato, un atteggiamento pubblico che l’Islam porta con sé e la riconduzione all’antica tesi teocratica della distinzione tra Chiesa e Stato, religione e politica, orizzonte del sacro e del temporale.
Sulla base della filosofia naturale la società umana è un sistema gerarchico complesso nel quale Giacomo da Viterbo fa interagire gli ordini: l’ordine politico basato sulla creaturalità e l’ordine naturale in cui compaiono la Casa come cellula fondante della società, la Città data dall’insieme delle famiglie che vivono l’agorà, il Regno, ossia l’insieme delle famiglie e delle città unite da tradizioni, costumi e regole. Poi c’è la Chiesa che non è casa, né città, né Regno ma ordine che completa nell’universale perché rappresenta l’estensione di una comunità visibile, invisibile e reale che guarda all’eternità della sua visione.
Un passaggio dal particolare all’universale, dalla natura alla grazia, perché non esiste contraddizione tra la vita sociale e la religione se si integrano attraverso la spiritualità, cioè, quel rapporto intimo che si manifesta all’esterno con le virtù e l’esempio; non esiste fede senza una spiritualità autentica e una fede comune; la persona è materia e spirito con una dilatazione oltre l’ambito del visibile e testimonianza del rapporto con Dio.
Il cristiano è portatore di spiritualità e personalizza la propria fede, personalizza il mondo e quindi lo divinizza, il fondamentalista ha una fede manifesta senza una fede personale.
Nel cambiamento della percezione delle cose, si può avere una relazione interculturale se si ha piena conoscenza della dimensione della propria fede che predispone a comunicare e far vivere la distinzione tra la religione e la politica che invece la chiesa orientale mescola di più.
In questo quadro si evidenzia l’attualità di Giacomo da Viterbo, le due civitates di Sant’Agostino diventano due amores, due regni, uno come carne e l’altro come spirito, uno come superbia e l’altro come umiltà, il regno del mondo e quello di Dio, distinti per ordine e modi, non nella solita contrapposizione del bene e del male ma nella relazione e nel coordinamento tra i due, finalizzati al governo della societas Christiana.
In Giacomo due temi ricorrenti sono la potenza di Cristo e la potenza del suo Vicario verso il quale ha una profonda devozione e un grande rispetto che abbiamo avuto modo di verificare dalla lettura del suo scritto a Bonifacio VIII come presentazione del trattato sul Governo della Chiesa letto dal Professore in conclusione della conferenza.
Il Serra International Club di Viterbo ha creato l’occasione per andare a riscoprire il nostro concittadino beato e lo spunto per riflettere sull’integrazione.
Grazie al Presidente, alla Professoressa Maria Ester Ancarani e a tutti i Soci, ai Padri Agostiniani che hanno accolto con piacere l’iniziativa.
Beatrice Valiserra

 

Germania, “terzo sesso” e le ultime follie della giurisprudenza nichilista

Argomenti:

di Benedetto Ippolito, dal sito Formiche

C’era una volta l’Occidente. C’era una volta la visione filosofica universale dell’uomo che dalla Magna Grecia è giunta pian piano fino a noi, attraverso il suo progresso cristiano. Questa grande navigata di scoperta della realtà è riassunta nella famosa definizione che Aristotele ha dato della natura: unione sostanziale di forma e materia.

Tommaso d’Aquino spiega che nell’uomo tale descrizione dice tutto ciò che siamo: spirito incarnato, anima corporea, intelligenza sensibile e volontà libera. Senza comprendere la peculiare unione viva di forma e materia in ogni persona non è pensabile né la soggettività umana, né la sua dignità universale. Ecco perché il rispetto di qualcuno e di qualcuna inizia e finisce sempre con la tutela e salvaguardia del suo corpo animato. Senza il corpo, infatti, la persona non è umana, e la visione dell’uomo diviene astratta e priva di consistenza. Nella dimensione naturale del corpo noi troviamo la parte materiale di noi stessi, la nostra individualità, e l’universalità della nostra intelligenza, e con essa la piena coscienza razionale della sessualità maschile e femminile che ci contraddistingue come esseri pensanti e liberi.

C’era una volta tutto questo… abbiamo detto. Già, perché da Berlino giunge notizia che ora è nata una nuova era. Oltre al maschio e alla femmina bisogna riconoscere, recita una sentenza, il cosiddetto “inter”, forse “divers”, ossia colui che non è né di sesso maschile, né femminile: un angelo, uno spirito, o chissà… certo non un uomo. All’opposto, secondo la definizione dell’Alto rappresentante dei diritti umani dell’Onu, che fa eco alla prima citata sentenza dei giudici di Karlsruhe, vi sono, per l’appunto, persone “cui non possono essere attribuite le tipiche definizioni di maschile o femminile”, e alle quali vanno concessi lo stesso dei diritti umani.

Perché, prima non li possedevano forse?

Difficile dire, in fin dei conti, di che diritti umani e di quale specificità si discetti lassù.

È fin troppo chiaro, invece, che se spogliamo completamente delle note individuanti la definizione dei diritti nativi di una persona non è la confusione che si crea, ma la negazione stessa dell’essenza dell’uomo. A ben vedere, d’altronde, o nella persona includiamo dall’inizio il suo corpo sessuato e non manipolabile a piacere, oppure dalla persona escludiamo la persona stessa, facendo diventare qualcuno un qualcosa di neutro e privo di consistenza reale.

Non nascondiamoci dietro la maschera. L’operazione legislativa in atto nel mondo è ben più seria di qualche nota filosofica marginale che possiamo richiamare ironicamente. Svestire la persona di caratteristiche strutturate ontologicamente, ed originariamente presenti nella sua materialità, significa ridurre al minimo la sostanza umana per mettervi al suo posto una pseudo identità costruita volontaristicamente. Infatti la sentenza arriva non perché qualcuno sia nato senza essere maschio o femmina, il che equivarrebbe peraltro a non avere proprio un corpo umano, ma perché un singolo cittadino “intersessuale” ne ha fatto richiesta individualmente per poter essere così finalmente libero dalla propria sessualità biologica.

Benché, però, sia lampante che la nostra identità personale è “costituita” anche, sottolineo “anche”, da ciò che vogliamo essere e diveniamo di fatto, tale parte d’identità, voluta appunto da noi, è possibile realizzarla in modo umano unicamente se al fondo esiste già da sempre un’identità “costitutiva ed originaria”, questa sì non sottoposta né a manipolabilità, né a svuotamento di sostanzialità materiale.

Come non riconoscerlo?

Gli esseri umani non sono soggetti pensanti puri, né volontà trascendentali in grado di auto crearsi in modo infinito dal nulla: gli esseri umani sono quello che sono dal principio della propria vita, nella propria sostanziale esistenza incarnata, per tutto il tempo che dura l’esistenza. È questo punto di partenza sacro, misterioso e indecidibile che ci fa essere umani, e ci fa riconoscere noi stessi e gli altri come persone che esistono sulla Terra come dotate di una dignità e un valore incommensurabile. È questo presupposto naturale non volontario che ci fa essere anche liberi e attivi. Ed è proprio questo punto di partenza che ci rende tutti uguali tra noi, tutti potenzialmente intelligenti e attivi, pur nelle differenze che ognuno ha rispetto agli altri.

Distruggere la materialità dell’uomo, relativizzare la dualità sessuale che sta alla base della nostra sostanza e della nostra autentica soggettività, vuol dire assecondare surrettiziamente l’egoismo e il relativismo con una giurisprudenza nichilista che respinge qualsiasi limite etico oggettivo che si frapponga al funesto e apocalittico culto libertario della propria ossessiva ricerca singolare di originalità, anche quando questa finisce per essere poi palesemente anti umana.

È bene ricordare, in fin dei conti, che esiste un’unica specie che può di fatto autodistruggersi: e questa è appunto la specie umana. Ed essa comincia la propria dissennata auto demolizione non appena autorizza le persone a manipolare in modo assurdo la vita, l’esistenza, la natura e la propria sessualità incarnata, spalancando il post-umano come autostrada verso il non più umano.

Sant’Agostino tra memoria e ricerca di verità

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Segnaliamo un articolo di Benedetto Ippolito su S. Agostino, intotolato “Sant’Agostino tra memoria e ricerca di verità” e pubblicato l’8 gennaio 2017 sulla rivista Roma Tre News.