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Laboratori

Creazione di posti di lavoro nell’epoca post Covid-19

Argomenti:

Martedì 30 giugno si è svolto un incontro sul tema “Creazione di posti di lavoro post Covid-19” con Lorenzo Coslovi, imprenditore e manager.

Laureato in ingegneria elettronica al Politecnico di Torino, ha ricoperto molteplici ruoli in Hewlett Packard nell’ambito vendite e marketing (in Italia) e nell’area corporate development e R&D a Bristol (UK) ed a Palo Alto (USA). Nel 1999 fonda WebResults con la missione di offrire soluzioni cloud CRM a supporto dei processi di business (marketing, vendite e service) per aziende di medie e grandi dimensioni. Lorenzo Coslovi è fellow-member di Elis, organizzazione no-profit rivolta alla promozione di attività di formazione professionale e di solidarietà sociale.

Il futuro economico dell’America Latina nell’attuale crisi mondiale



Quello di Mediatrends America è una conferenza stampa telematica tra gli ambasciatori in Italia e i giornalisti. per discutere “il futuro economico dell’America Latina nell’attuale crisi globale”.

Secondo un rapporto della Banca Mondiale: “La regione dell’America Latina e dei Caraibi (ALC) sta subendo un forte calo della crescita a causa della crisi della Covid-19, che richiederà molteplici risposte di politica pubblica per sostenere i più vulnerabili, evitare una crisi finanziaria e proteggere i posti di lavoro”. Si afferma inoltre che “negli ultimi dodici mesi, una serie di shock ha avuto un impatto sulla crescita economica della regione, a partire dalle tensioni sociali, il crollo dei prezzi internazionali del petrolio e ora la crisi del coronavirus. Di conseguenza, la crescita ne risente.

La conferenza stampa è stata riportata dall’ambasciatore costaricano in Italia, Ronald Flores Vega, che ha affermato che il suo Paese, pur essendo povero, “sta affrontando la pandemia del coronavirus con risultati positivi, finora i decessi sono stati limitati a dieci: sei uomini e quattro donne. Ciò è dovuto all’azione congiunta delle “varie forze del paese che hanno risposto bene agli orientamenti politici”.

Il fatto che questo Paese non abbia un esercito ha permesso a questo risparmio di rafforzare “il sistema sanitario e scolastico” per anni. Infatti, ha detto che il Costa Rica “destina circa l’8 per cento del prodotto interno lordo all’istruzione” e che non si limita a “preparare le persone al mercato del lavoro, ma a dare loro un’istruzione completa”. Si tratta di un dato molto importante se si considera che in Europa la spesa media per l’istruzione è inferiore al 5%, secondo i dati ufficiali.

Domande dei giornalisti
Sergio Mora ha parlato del lavoro dei media in America Latina per affrontare la questione del coronavirus, il giornalista ha detto che nella redazione delle statistiche, come i governi dei loro paesi hanno dato loro, hanno coperto la crisi, cercando di dare informazioni oggettive.
Il giornalista Jorge Piña, quando parlava della situazione nel suo Paese, e di come è stata affrontata, secondo i suoi criteri, c’è stata una serie di “errori che hanno reso la situazione nel Paese ancora peggiore”.
La giornalista peruviana Isabel Recavarren ha detto che la crisi in Perù si è aggravata soprattutto perché il governo non si è consultato con la Chiesa e l’esercito quando ha cercato di gestire la situazione. Considerando che hanno un’importante influenza territoriale.

Honduras
Ieri è stato pubblicato a Tegucigalpa uno studio, presentato dal Forum sociale honduregno sul debito estero (Fosdeh, privato), che afferma che per uscire dalla grave situazione economica il Paese deve “riorientare” le sue politiche pubbliche sulla crescita, apportare cambiamenti alla sua struttura produttiva e “de-strutturare” la corruzione per far posto a un “nuovo ordine sociale”.
Lo studio intitolato “An Effective and Socially Inclusive Response to the COVID-19 Pandemic in Honduras: Integral Transformation that allows for a New Social Order” (Una risposta efficace e socialmente inclusiva alla pandemia COVID-19 in Honduras: una trasformazione integrale che permette un nuovo ordine sociale) afferma che il rallentamento economico e commerciale globale comporterà “grandi difficoltà nel collocare le materie prime nei mercati tradizionali”. E sarà urgente “la generalizzazione della fame e della scarsità di beni di prima necessità per il 70% della popolazione povera e impoverita”, per cui potrebbero esserci “epidemie sociali più frequenti” con l’avanzare dell’immobilizzazione sociale e individuale. È quindi urgente, ha detto il Fosdeh, organizzare un “pacchetto di misure di crescita interna che garantisca un nuovo modello di redistribuzione del reddito.

Nicaragua
La situazione della pandemia COVID-19 in Nicaragua, secondo l’Osservatorio indipendente dei cittadini, che gode di maggiore prestigio rispetto al Ministero della Salute, afferma che 2.687 persone nel Paese sono state infettate e 598 sono morte. Secondo i dati di diverse agenzie, il governo Ortega “non ha posto restrizioni per fermare la diffusione del coronavirus”. A malapena attua misure preventive, promuove l’affollamento e poi manda le persone a fare visite a domicilio.
Secondo le agenzie, gli ospedali non sono in grado di far fronte al gran numero di malati e il numero dei morti aumenta di giorno in giorno. Ma il governo non riporta il numero di persone infettate o uccise giorno per giorno, ma piuttosto settimana per settimana.

El Salvador
È stato il primo paese dell’America Latina ad adottare misure restrittive per fermare la diffusione della malattia, dall’11 marzo. Secondo le disposizioni governative, la popolazione e i residenti stranieri sono stati sottoposti a una quarantena di 30 giorni in alberghi allestiti per questa operazione. Tuttavia, il coronavirus è arrivato anche in El Salvador una settimana dopo. Da ieri, ci sono 83 casi e sei morti.

Corso sulle grandi tradizioni religiose

Argomenti:

Mercoledì 12 febbraio inizia il corso sulle Grandi Tradizioni Religiose, organizzato dal Comitato Giornalismo & Tradizioni Religiose. L’obiettivo del Corso è quello di fornire una conoscenza di base sulle principali tradizioni religiose che costituiscono il fondamento delle diverse culture, influendo sulle formazioni sociali, sulle strutture giuridiche e sulla vita politica ed economica dei vari Paesi.

I temi proposti sono affrontati in modo da delineare, con riferimento alle radici documentali, una sintesi identitaria di ciascuna religione.

Da febbraio a marzo 2020, quattro sessioni di due ore e mezzo con professori ed esperti di cristianesimo, ebraismo, islam e induismo.

Il Corso è stato ideato per giornalisti che si occupano di informazione religiosa; Diplomatici impegnati in contesti variegati, con tradizioni religiose differenti; imprenditori e agenti sociali che desiderano avere ulteriori elementi di comprensione della realtà in cui operano.

Ulteriori informazioni e Programma

Nuove tendenze nell’organizzazione del lavoro

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Nell’ambito del laboratorio Pensiero e Società, giovedì 30 gennaio 2020 si è svolto a svolge a Roma un incontro con Daniele di Fausto, General Manager di Efm, sul tema: “Nuove tendenze del lavoro e nell’organizzazione del lavoro”.

Era il 28 giugno 1883. Quel giorno Thomas Edison inaugurò a Milano la terza centrale elettrica al mondo, dopo quella di New York e Londra. Venne costruita nei pressi del Duomo negli spazi dell’ex teatro di Santa Radegonda ormai in disuso da anni. L’energia prodotta era sufficiente per accendere 4800 lampadine a incandescenza. In quell’anno Edison fece due previsioni. Nella prima previsione intuì il concetto di globalizzazione. Nella seconda che l’uomo avrebbe ridotto la durata del sonno fino a non dormire mai. Riprenderemo in seguito la seconda previsione.

Torniamo per un momento agli inizi del Novecento. L’illuminazione sostituì progressivamente quella a gas illuminante e i mezzi di trasporto basati su motori elettrici (tram, treni, metropolitane, filobus) cambiarono radicalmente la vita quotidiana. Fino a quel momento non esisteva una bolletta dell’energia. Anzi non esisteva una bolletta della luce.
Per circa un secolo dopo l’invenzione di Edison, il termine che era comunemente usato nelle case delle persone era bolletta della luce (e non bolletta energetica). Ed il motivo è semplice. Era la lampadina, la luce, la prima manifestazione innovativa della rivoluzione industriale. Per quanto la tecnologia fosse presente, non erano stati ancora inventati i frigoriferi, le lavastoviglie, i forni, i computer e Netflix. Tutto quello che abbiamo oggi ha impiegato più di 120 anni per essere inventato. E per una persona comune dell’epoca era impossibile immaginare come il mondo sarebbe cambiato grazie a quella invenzione. Grazie alla lampadina.

Questa storia, con qualche differenza ovvia, può essere di aiuto e base per capire e intuire cosa sta succedendo oggi. Se volessimo fare un parallelo con la situazione attuale, potremmo dire che il valore attribuito dalla società industriale all’oro, oggi è stato sostituito dai dati. I dati sono il nuovo oro. E la portata innovativa dell’energia elettrica è stata sostituita dal machine learning.
E per analogia alla nuova elettricità, al nuovo machine learning, mancano ancora (forse per poco) le equivalenti lavatrici e smartphone. Non abbiamo idea ancora di quante cose nuove saranno create e soprattutto quanti e quali concetti nuovi, classi di pensiero saranno creati.
E rispetto allo scenario di profondo, radicale e incerto cambiamento a cui andremo incontro, due sono gli argomenti che catturano la mia attenzione.

Il primo è connesso con la parola “learning”, in particolare allo human learning anche in rapporto alla novità comunque interessante che anche le macchine iniziano ad avere le prime capacità di apprendimento. L’apprendimento, la conoscenza, il sapere, la filosofia, il senso si stanno affacciando verso scenari del tutto nuovi ed avranno sempre più un impatto centrale nello sviluppo della società.

Il secondo punto è l’impatto che questa nuova trasformazione avrà nel mondo economico, nel mondo aziendale, o meglio nel mondo delle imprese, per enfatizzare le difficoltà presente nell’operare in un contesto di estrema incertezza. Le due parole, learning e impresa, sono intimamente collegate in un mondo globale che ha cambiato profondamente i modelli produttivi di riferimento. Abbiamo superato il sistema lavorativo organizzativo fordista, caratterizzato dalla distribuzione interna di funzioni e ruoli sviluppati tramite una apposita gerarchia verticale. Siamo ormai giunti ad una struttura produttiva orizzontale a rete che si basa si basa sulla cosiddetta economia della conoscenza, ovvero sui capitali culturali.
Nell’economia della conoscenza il paradigma delle risorse finite salta e si entra nell’economia dell’abbondanza. E nella economia dell’abbondanza le economie di scala che erano così necessarie per avere un fattore competitivo di vantaggio, lasciano il posto a quelle che possiamo definire economie di scala di apprendimento (large scale learning).

Per iniziare ad immaginare degli scenari, pur nella conferma che non abbiamo ancora idea di quali saranno le prossime invenzioni (per analogia con gli elettrodomestici all’epoca della lampada elettrica), la prima dimensione di indagine che è fortemente impattata dal machine learning è la dimensione temporale. Ed in ordine con il livello di attendibilità della previsione come il machine learning amplia il concetto di passato, di futuro e di presente.

Già oggi lo sviluppo tecnologico è così sviluppato che siamo in grado di “anticipare il miglior passato”. Che significa “anticipare il miglior passato”? Pensate per un momento a tutti gli eventi positivi significativi che sono accaduti nella vostra vita. Alcuni di questi sono stati eventi casuali, altri, forse la maggior parte, sono stati eventi ricercati, eventi desiderati che hanno richiesto un certo percorso temporale prima di verificarsi e che hanno avuto una certa probabilità di successo.

Grazie all’intelligenza artificiale e alla presenza crescente di dati digitali, ci sarà una crescente possibilità di aumentare le possibilità ed il relativo tasso di successo. Il primo effetto di questa trasformazione è l’efficienza, la riduzione degli errori, la riduzione del tempo (nell’accezione inglese di elapsed).
Siamo quindi già oggi già nella capacità effettiva di anticipare il passato usando tutta la conoscenza prodotta fino a questo momento. E forse con uso proprio (e più consapevole) delle nuove tecnologie saremmo teoricamente in grado di diffondere la conoscenza ad un numero più elevato di persone.

Ad un livello superiore di complessità rispetto all’anticipazione del passato troviamo il secondo concetto, che definiremo “posticipare il peggiore futuro”. Qui il paradigma passa dall’efficienza all’efficacia, dal noto all’ignoto. L’esempio più semplice per poter comprendere la posticipazione del peggior futuro è la lotta della ricerca scientifica contro i tumori o più in generale contro le malattie. La risoluzione di tali problemi (e sono sempre più problemi complessi con moltitudini di variabili) non è nota e bisogna generare nuova conoscenza. Non si tratta più di non cercare di sbagliare, come fanno i navigatori una volta inserita la destinazione. La destinazione in questo caso va scoperta.

Ed in questo caso l’intelligenza richiesta non è tanto l’intelligenza analitica e predittiva, quanto l’intelligenza abduttiva, creativa, generativa. Ad oggi per questi obiettivi è ancora necessaria una forte interazione “human-machine learning”. Qui credo personalmente che sia più spazio per una la fusione di arte e scienza, di sapere umanistico e tecnico. Occorre aumentare sia le domande sia le risposte. E più i processi di ricerca del nuovo verranno aperti e condivisi, più il tasso di innovazione crescerà. E molti problemi che affliggono il presente potranno essere eliminati o quanto meno posticipati.

Nel mondo aziendale, cosi come in quello delle scienze della vita, il tema della longevità è diventato un tema fondamentale. Sono pochissime le aziende che riescono a primeggiare e sopravvivere per un periodo superiore ai 50 anni. E le statistiche stanno confermando trend negativi a riguardo. Come riuscire a posticipare il peggior futuro è il compito principale di moltissimi amministratori delegati di tutte le aziende del mondo. Abbiamo iniziato a vedere alcune applicazioni di tecnologie che riescono a elaborare scenari di simulazione con il quantum computing che fino ad un anno fa era impossibile. Siamo agli albori di questa trasformazione.

Esiste infine una terza trasformazione che oggi è solo possibile ipotizzare. Meno chiara sicuramente e con meno evidenze pragmatiche rispetto alle precedenti. Dal mio punto di vista è quella più interessante, è va sotto il nome di “Sintonizzazione sul presente”.

Nella sintonizzazione sul presente, l’eredità del passato e la proiezione del futuro si possono fondere pienamente in una pluralità di momenti. La dimensione giornaliera, che nell’epoca industriale era strutturata in tre grandi fasi (8h di lavoro, 8h di hobby, 8h di riposo) si è riempita di una pluralità di momenti in cui non è può facile distinguere tra vita personale e vita professionale. Con la crescita delle pratiche di mindfulness nelle aziende, anche la meditazione entra negli spazi temporali del lavoro. Inoltre, i momenti non sono più dei mezzi intermedi per realizzare un obiettivo nel futuro, ma diventano essi stessi un fine.

In ogni momento potremmo avere contemporaneamente e simultaneamente due cose. Uno, potremmo avere un accesso esteso ad un “wisdom on demand”, ad una saggezza “real-time”. Questa abbondanza di sapere può aiutare, da una parte, a non inventare continuamente nuove “ruote” e far ripercorre le difficoltà, le sofferenze e le conseguenze negative del percorso pioneristico a tutti i viandanti di un percorso già battuto. Perché farlo se è evitabile? Conviene valorizzare il passato e investire le risorse nell’esplorare l’ignoto. Questa abbondanza di sapere, dall’altra parte, può aiutarci a capire e scoprire le correlazioni tra le nostre azioni presenti ed i risultati futuri. Attraverso l’attualizzazione del futuro, possiamo incrementare la consapevolezza e la responsabilità delle proprie azioni e scommettere sul fatto che l’uomo agisce maggiormente nel bene se è più consapevole e responsabile.

Due potremmo avere l’eliminazione del superfluo ed il continuo navigare nell’essenziale. Dal punto di vista personale questo significa essere in uno stato di profonda consapevolezza, di centratura dei nostri valori spirituali, con le nostre intelligenze, con le nostre emozioni e con le nostre sensazioni. Essere presenti nel presente, significa anche saper togliere i pesi delle distrazioni, l’eredità personale e la proiezione ideale del proprio voler essere.

Un nuovo stato di consapevolezza che potremmo definire Augmented human learning, una capacità meno orientata all’accumulo quanto alla riduzione. La crescita del fenomeno del biohacking negli ultimi anni va in questa direzione. Abbiamo oggi la possibilità di avere una rappresentazione digitale del nostro stato psicofisico in ogni momento. Possiamo sapere, grazie a tecnologie una volta non accessibili, qual è il nostro livello di energia da quando ci svegliamo fino alla sera, capire se stiamo accumulando stress e come modificare le frequenze delle nostre onde celebrali per aumentare o diminuire la concentrazione e/o lo stato di relax. Per stare in uno stato di costante flusso. In un mondo in cui siamo costantemente bombardati da infinite possibilità di distrazione, abbiamo anche la possibilità (con un certo lavoro di consapevolezza fisica e digitale non banale) di conoscerci meglio e di migliorare il nostro strato di presenza.

L’anticipazione del passato, la posticipazione del futuro e la sintonizzazione sul presente hanno e avranno un impatto diretto sia nella vita dei singoli individui sia nella vita delle organizzazioni aziendali.

Le imprese hanno e avranno sempre più bisogno di incorporare una visione eroica ed un’azione energica del loro slancio vitale. La ragione d’essere, lo scopo ultimo, la finalità di una impresa non potrà essere solo uno slogan di marketing da appendere ai muri degli uffici o da scrivere nelle pagine dei siti web al fine di attrarre nuovi talenti e clienti. A riguardo, l’amministratore delegato di uno dei più grandi fondo di investimenti del mondo – “Blackrock” – ha espresso in maniera chiara che la sua società non investirà più nelle aziende che non hanno un impatto trasformativo ed un impatto sostenibile nel tempo. L’esigenza di senso, l’esigenza di filosofia diventa imprescindibile dal concetto di azienda stessa. Il che non significa che l’impresa smette di perseguire obiettivi di sostenibilità economica, ma estende gli obiettivi di sostenibilità alle cause, alle sfide principali che il mondo ha per la propria sostenibilità.

L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha definito i 17 obiettivi mondiali e sta incentivando l’adozione di buone pratiche da parte del mondo aziendale. Nonostante le buone intenzioni, quello che stiamo osservando è una difficoltà delle aziende a sintonizzarsi come organizzazione sul presente. Ovvero c’è uno scarto enorme tra la dichiarazione di un intento e l’incorporazione nei singoli momenti aziendali del Purpose, dello scopo. E questo scarto a mio avviso deriva in particolare da due contraddizioni ancora non totalmente risolte.

La prima contraddizione è che l’impresa privata ha bisogno di un avere un impatto pubblico. Tutte le metriche di valutazioni delle aziende e delle performance manageriali sono orientate sul profitto annuale. Per mitigare questo effetto si stanno affermando i bilanci di impatto, ovvero i bilanci che iniziano a valorizzare anche le conseguenze positive dell’azione aziendale sulla società civile. Ma rimangono ancora bilanci aggiuntivi che si sommano a quelli esistenti. E’ sicuramente un primo passo. C’è da lavorare sulla integrazione ( e quindi sul concetto di sintonizzazione).

La seconda contraddizione è che nella attuale fase di incertezza e di rischio, il livello di tolleranza agli errori si sta ulteriormente riducendo. In tutto il mondo negli ultimi dieci anni, la vita media di un amministratore delegato all’interno della stessa azienda si è abbassato da 7 anni, a 5 anni e l’anno scorso è arrivato a 2,7 anni. L’investimento sul medio lungo periodo non è compatibile con la pressione di dimostrare risultati a breve, brevissimo termine. Difficile trovare investimenti con un ritorno così breve. È come se ci fosse una relazione implicita che con l’aumento della complessità, aumenta l’incertezza e con l’incertezza si riduce la fiducia di trovare soluzioni nuove a problemi nuovi.

Proprio per questo diventa sempre più importante che il “Purpose” dell’azienda sia, non solo presente nella classe dirigente, ma sia diffuso a tutta la popolazione aziendale e vissuto con coerenza e incorporato in tutte le policy, le procedure e riti aziendali.
Pertanto, il superamento delle precedenti contraddizioni può avvenire se le imprese si trasformano da sistemi chiusi a sistemi aperti, sistemi la cui finalità non è il bilanciamento tra bene privato e bene pubblico, ma la realizzazione del bene comune. Inoltre, il concetto stesso di leadership dovrà evolvere da una leadership “egoistica” ad una leadership del “noi”, una leadership consapevole e responsabile a creare le condizioni di sistema affinché il sistema stesso e gli individui possano evolvere e crescere in un percorso condiviso.

Su una cosa Edison si sbagliava. L’annullamento del sonno come chiave per massimizzare il tempo non è la soluzione e non è salutare. La privazione del sonno è una delle cause principali di perdita della capacità di apprendimento e della capacità decisionale. E affinché ci sia anche lo human learning, oltre che il machine learning, il riposo e l’essere presenti a sé stessi diventano centrali per il futuro delle nostre aziende e della nostra società.

Prima di chiudere una speranza di ripetizione del passato. La prima centrale dell’Europa continentale è nata a Milano in un luogo in disuso. Sempre a Milano, nei prossimi anni, a partire dal luogo in disuso dell’Expo nascerà Mind. Mind ospiterà centri di ricerca, università, ospedali, aziende, start up, artisti. Sarà una centrale di idee e di esperienze che potrà trainarci nel mondo nuovo. Sarà un luogo del presente. Un presente sintonizzato.

Lo stereotipo dello scontro di religioni



Il Comitato “Giornalismo & Tradizioni religiose” coinvolge giornalisti, istituzioni ed esponenti delle diverse realtà religiose (cristiani, ebrei, musulmani, induisti, buddisti, ecc.) per favorire la comprensione del fattore religioso nel contesto sociale e nell’opinione pubblica.
Il Gruppo è coordinato dalla Facoltà di Comunicazione della Pontificia Università della Santa Croce, dal Centro Studi sul Medio Oriente (Cemo) e dall’Associazione Iscom. Il 18 dicembre 2019 è stato organizzato a Roma un incontro con Alberto Zanconato, Capo servizio Redazione Internazionale dell’Agenzia Ansa. Zanconato è stato corrispondente a Teheran (1994-1997 e 2001-2011), Tokyo (1997-2001) e Beirut (2011-2018). Ha scritto ‘L’Iran oltre l’Iran. Realtà e miti di un paese visto da dentro’ (2016, seconda edizione ampliata e aggiornata 2017) e ‘Khomeini. Il rivoluzionario di Dio’ (2018).

Qual è la percezione diffusa del rapporto tra le tre grandi religioni?

Se focalizziamo l’attenzione sul rapporto tra Islam e Occidente, la percezione, a livello mediatico ma spesso anche politico, è quella dello scontro tra due universi.Si tratta però di uno stereotipo. I dati dimostrano che nel mondo del dopo 11 settembre 2001 il terrorismo islamico ha preso di mira i Paesi musulmani più dell’Occidente.

Secondo i dati del Terrorism Index pubblicato ogni anno dall’Institute for Politics and Peace di Sydney, dal 2002 al 2018 i morti per terrorismo in Europa e nel Nord America sono stati l’1,1% del totale mondiale, contro il 42% del Medio Oriente e Nord Africa, il 30% dell’Asia meridionale (con Stati islamici molto popolosi come il Pakistan e il Bangladesh, o con una forte presenza islamica come l’India), e il 20% dell’Africa subsahariana, che presenta la stessa realtà.

Ancora nel 2018 il 73% delle vittime totali del terrorismo si registrano in quattro Paesi islamici (Afghanistan, Iraq, Somalia e Siria) e in uno a maggioranza islamica (Nigeria). Il terrorismo come attacco al mondo cristiano è dunque uno stereotipo cavalcato per interessi di natura geopolitica ed economica. Ciò non toglie che le minoranze cristiane si siano sentite particolarmente vulnerabili nella bufera che negli ultimi decenni ha sconvolto il Medio Oriente – cominciata con l’invasione americana dell’Iraq, nel 2003 – e che chi ha potuto abbia preferito andarsene, per raggiungere l’Europa, gli Stati Uniti, il Canada.

La regione rischia così di cambiare radicalmente e diventare più povera anche dal punto di vista culturale, visto che queste sono tra le culle delle più antiche comunità cristiane.  Ho parlato con molti cristiani che negli ultimi anni sono arrivati in Libano dopo essere fuggiti dall’Iraq e dalla Siria. Specie quelli del nord dell’Iraq, nella Piana di Ninive, che un giorno si sono trovati tracciata sulla porta la lettera ‘N’ di Nazareno. Un cristiano, appunto, la cui casa può essere impunemente attaccata.

Nasser Jebbo, un profugo fuggito con la famiglia e quella del fratello da Qaraqosh, occupata dalle milizie dell’Isis nell’estate del 2014, già da diverso tempo prima dell’arrivo dell’Isis le cose per i cristiani avevano cominciato a mettersi male. I Jebbo ricordano che dopo la caduta di Saddam, nel 2003, a poco a poco erano cresciute le pressioni perché le donne cristiane si coprissero il capo quando uscivano.

Già prima che il ’Califfato’ apparisse sulla scena, oltre la metà del milione e mezzo di cristiani che vivevano in Iraq aveva lasciato il Paese.

Un esempio seguito da molti cristiani siriani, presi di mira della milizie islamiste nel caos della guerra civile. Il caso più conosciuto è quello del padre gesuita romano Paolo Dall’Oglio, di cui non si sa più nulla da quando scomparve nell’estate del 2013 a Raqqa, controllata dall’Isis.

In Siria, secondo il nunzio apostolico a Damasco, cardinale Mario Zenari, la percentuale dei cristiani si è ridotta dal 6% della popolazione di prima del conflitto al 2% di oggi.  In Egitto la vasta comunità dei cristiani copti – circa il 15% della popolazione – teme ancora l’instaurazione di un regime religioso islamico, dopo l’anno di governo del presidente Mohammad Morsi, dei Fratelli Musulmani, deposto con un colpo di Stato nel 2013 in seguito a massicce manifestazioni popolari.

Con l’abbattimento del sanguinario regime di Saddam Hussein, nel 2003, e molto di più con le Primavere Arabe del 2011, i media e molti politici occidentali si lasciarono trascinare dall’entusiasmo nella superficiale convinzione che i modelli occidentali di democrazia e libertà avrebbero preso automaticamente il posto dei sistemi tirannici abbattuti. Ma per quanto questi regimi siano oppressivi, bisogna sempre chiedersi cosa prenderà il loro posto una volta che saranno crollati.

Un problema che non si sono poste le potenze occidentali che negli ultimi 20 anni hanno rovesciato questi regimi, provocando sconvolgimenti e sofferenze non meno gravi di quelle patite dalle popolazioni – comprese quelle cristiane – sotto i sistemi precedenti. Comunque non bisogna mai dimenticare che i conflitti non sono provocati da uno scontro di religioni, bensì da mire concrete. Lo si capisce se si tiene presente che da un punto di vista storico la collaborazione tra i paesi occidentali e islamici, per interessi vari, è stata, ed è, molto frequente.

Basti pensare al sostegno dato dagli Usa ai Mojaheddin afghani nella guerra contro gli invasori sovietici negli anni ’80 del Novecento, e all’alleanza tra Impero Austro-Ungarico e Califfato turco nella Prima Guerra Mondiale. O, andando indietro nel tempo, all’alleanza tra la Francia e l’Impero Ottomano nel ‘500, contrapposta a quella tra gli Asburgo e l’Impero iraniano dei Safavidi.

Altro esempio è la posizione dell’Iran, Paese a stragrande maggioranza musulmana sciita retto da un regime religioso di questa confessione, che negli anni ’90, durante il conflitto tra lo sciita Azerbaigian e la cristiana Armenia, si schierò dalla parte di quest’ultimo Paese, soprattutto a causa dell’ostilità verso l’Azerbaigian dovuta alle dispute per la spartizione delle risorse petrolifere del Mar Caspio.

Meccanismi  simili sono dietro alla nascita dell’Isis, un’organizzazione sunnita vista agli inizi con simpatia da parte della popolazione di questa confessione che era stata emarginata, repressa ed esposta alle vendette dopo la caduta del regime del sunnita Saddam Hussein, mentre i politici e le milizie sciite affermavano il loro strapotere anche grazie all’appoggio dell’Iran.

E proprio dalla cerchia vicina a Saddam provenivano i comandanti militari del ‘Califfato’ di Abu Bakr al Baghdadi, che nel giugno 2014 si impadronì in pochi giorni di circa un terzo del territorio iracheno.  Poco dopo la figlia di Saddam, Raghad Hussein, disse chiaramente come stavano le cose: “In Iraq – affermò – stanno vincendo gli uomini di mio padre”.

Più politica, insomma, che religione. Anche l’ayatollah Rouhollah Khomeini, figura simbolo della rivoluzione iraniana del 1979, diede ampie dimostrazioni di come sapesse servirsi della religione per consolidare il potere della sua fazione a scapito delle altre che avevano partecipato alla sollevazione contro lo Shah. E per far questo non esitò a mettersi contro ed eliminare dalla scena pubblica altri leader religiosi sciiti di primo piano, come l’ayatollah Shariatmadari, contrario, come altri suoi pari, alla guida religiosa dello Stato. Per decenni lo Stato khomeinista iraniano è riuscito ad affermare il suo potere ed esercitare la sua influenza tra gli sciiti di vari Paesi della religione, in particolare l’Iraq e il Libano.

Anche se oggi tale ideologia confessionale appare in crisi proprio in questi Paesi, con masse di giovani sciiti che scendono nelle strade in manifestazioni di protesta contro la corruzione e le difficili condizioni economiche, insensibili al vecchio richiamo dell’Islam politico.

Se dunque sono gli interessi economici e geopolitici ad alimentare le guerre, perché perdura la percezione dello scontro di religioni?

C’è un’abitudine, una pigrizia mentale di cui sono colpevoli molti giornalisti e politici, di classificare le persone appartenenti a religioni e culture diverse secondo stereotipi. Come dice Edward Said, autore de ‘L’Orientalismo’, da noi si tende a vedere “L’Oriente come luogo di avventure. popolato da creature esotiche”.

Qualunque musulmano, dunque, viene identificato non come un essere umano con la sua storia, le sue esperienze, i dubbi, le paure, le gioie e i dolori, cioè come noi, ma semplicemente come un ‘essere islamico’ le cui uniche preoccupazioni sono quelle di andare in moschea a pregare, digiunare durante il Ramadan, evitare il vino e rispettare le regole rituali alla lettera.

Un atteggiamento mentale che appartiene a chi vede nell’Islam  un pericolo, ma anche ai rappresentanti del cosiddetto ‘politicamente corretto’, che vorrebbero vietare i festeggiamenti per il Natale nelle scuole perché convinti che ne possano rimanere offesi gli alunni musulmani e i loro genitori.

Un atteggiamento che è frutto di ignoranza. Nei due decenni che ho passato in Medio Oriente non ho incontrato un solo musulmano che si sentisse offeso da alberi di Natale e presepi, e tutti mi hanno sempre fatto gli auguri per le feste. Inoltre, Gesù è uno dei più importanti profeti dell’Islam e Maria una figura tra le più venerate dai musulmani. Più volte nel Corano si fa anche cenno all’immacolata concezione.

Reza, un amico iraniano che non mancava di recitare quotidianamente le preghiere, non beveva alcol e osservava coscienziosamente il digiuno del Ramadan, mi chiese un giorno, mentre partivo per le vacanze in Italia, di portargli al mio ritorno le statuine del presepio, per suo figlio.

Diverse volte per Natale la televisione di Stato di Teheran ha trasmesso un film sulla Madonna di Lourdes, e i presidenti iraniani non mancano di fare gli auguri al Papa e a tutti i cristiani.

E comunque nessun dialogo può partire dal presupposto che è necessario rinunciare alla propria religione e alla propria cultura, perché ciò sarebbe un controsenso. Anziché preoccuparci di presepi e alberi di Natale faremmo meglio a concentrarci sulle motivazioni politiche che sono all’origine di buona parte della diffidenza nutrita dalle popolazioni orientali verso l’Occidente e il suo passato coloniale.

In una qualunque strada del Cairo, di Baghdad, di Beirut o di Teheran è facile sentire gli sconvolgimenti degli ultimi 20 anni nella regione spiegati con la teoria del Grande Complotto. “Sono gli americani ad aver creato tutto questo, vogliono portarci il caos per preparare un nuovo Sykes-Picot”, mi ha detto Antoine, un amico libanese avvocato, di fede cristiana.

Ecco la ferita che ancora brucia nei rapporti con l’Occidente: l’accordo segreto firmato durante la Prima Guerra Mondiale con cui Francia e Gran Bretagna decisero come si sarebbero spartite il Medio Oriente alla fine delle ostilità, proprio mentre Londra, per il tramite di Lawrence d’Arabia, prometteva agli arabi l’indipendenza in cambio della rivolta contro l’Impero Ottomano.

Ce n’è abbastanza per alimentare diffidenze per almeno un altro secolo. Diffidenze di cui approfittano anche organizzazioni jihadiste. Fra le prime dichiarazioni emesse dall’Isis dopo la proclamazione della rinascita del ‘Califfato’, nell’estate del 2014, vi fu quella intitolata ‘La fine del Sykes-Picot’, con la quale si voleva evidentemente fare appello ai sentimenti anticolonialisti delle popolazioni mediorientali.

E molti anni prima sentimenti nazionalisti ebbero un forte peso, insieme con il malcontento economico, nello scoppio della rivoluzione iraniana del 1979, poi diventata ‘islamica’ sotto la guida di Khomeini.

Ma c’è anche un altro fenomeno che alimenta la diffidenza fra Medio Oriente e Occidente. I musulmani non hanno paura della religione cristiana, ma al contrario, dell’ateismo occidentale. Chi abbia visitato i Paesi musulmani fino agli anni ’70 del Novecento ricorda quanto i costumi fossero più ‘laici’ rispetto ad oggi.

Certe strade del Cairo, di Baghdad, di Damasco, non erano molto diverse da quelle di una città mediterranea europea. Le donne coperte dal velo erano poche, ai tavolini dei bar all’aperto si beveva la birra, i cartelloni pubblicitari e le locandine dei cinema erano quasi gli stessi. Poi, con il passare degli anni, queste realtà simili si sono polarizzate verso estremi opposti. Da una parte un Occidente in cui veniva contestato e in molti casi demolito ogni fondamento della cultura tradizionale, dalla religione alle ideologie politiche, alla famiglia, con l’autorità dei genitori. Un mondo in cui il sesso, soprattutto quello parlato, quello nella pubblicità, nei film e nei media, diventava sempre più esplicito ed obbligatorio, nel nome di una (presunta) liberazione.

Dall’altra un mondo islamico sempre più arroccato nella sua reazione di difesa, sempre più (falsamente) puritano perché impaurito da un Occidente che sembra solo in grado di distruggere le vecchie regole, ma non di proporne di nuove per salvaguardare le basi della vita comunitaria. Un Occidente che pare sostituire l’autorità di Dio o dello Stato con quella dell’Individuo, con i suoi sconfinati diritti e la sua ricerca di una sconfinata libertà. Ma anche con la sua solitudine. Quando vivevo in Iran il mio lavoro mi ha costretto per molti anni ad ascoltare i sermoni della Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, e le sue denunce dell’ “invasione culturale dell’Occidente”.

Tuttavia, quello contro cui si scaglia Khamenei non sono gli infedeli seguaci di un’altra religione, ma un mondo che alla religione, ai valori della tradizione, ha voltato le spalle. Evidentemente è questa la possibile invasione, il contagio, che fa più paura. La paura a cui Khamenei dà voce è quella di una disintegrazione del mondo di appartenenza, non più tenuto insieme dal cemento di regole valide per tutti. La paura insomma di quello che lo psicanalista Massimo Recalcati chiama il “nichilismo occidentale, che non è più in grado di dare un senso alla vita e alla morte”, dopo aver “demolito ogni concezione solidaristica dell’esistenza”.

Probabilmente il desiderio di fuggire da questo nichilismo ha spinto molti giovani occidentali ad aderire all’Islam estremista e addirittura arruolarsi nell’Isis, alla ricerca, sicuramente nel postro sbagliato, di punti di riferimento rassicuranti. Uno studio del Centro di prevenzione contro le derive settarie dell’Islam (Cpdsi) è illuminante a questo proposito.

Secondo i risultati dell’analisi, i “soggetti cresciuti in famiglie eccessivamente tolleranti o atee” sono “più propensi a trovare conforto in messaggi che, contrariamente al loro contesto famigliare, diano nette regolamentazioni dottrinali”. ‘Risposta al fondamentalismo laico’ è il titolo di un messaggio video postato su Facebook da Aleppo nel 2013 dal jihadista Anas al Abboubi, detto anche Al Italy, l’italiano.

Al Abboubi era un giovane di origine marocchina, ma effettivamente italiano, perché era vissuto in provincia di Brescia con i genitori da quando aveva 7 anni. Fino al 2012 era un adolescente ribelle, cantante rap con il nome di McKhalif, che parlava con un forte accento bresciano e beveva alcol. Poi, la conversione, che gli fa rinunciare anche alla musica. Dopo un breve arresto, fugge in Siria e si unisce all’Isis. Nel suo messaggio da Aleppo, il giovane definisce la società occidentale “perversa e malinconica”, accusandola di individualismo, promiscuità sessuale, discriminazione e di poco rispetto per gli anziani.

Secondo i due autori che hanno studiato il suo caso, Marco Arnaboli e Lorenzo Vidino, è un vero “atto di accusa ai valori (o meglio, alla mancanza di essi) della società italiana e occidentale”.

Cosa possono fare i media per superare l’approccio schematico e falsato dello scontro di religioni?

I giornalisti hanno innanzitutto il dovere di non farsi coinvolgere nelle ondate emotive del momento, e cercare di analizzare con razionalità i fatti, chiedendosi sempre quali sono i motivi e gli interessi, o i sentimenti nazionalisti, che si nascondono dietro ai presunti conflitti di religione e fomentano l’odio.

Per questo bisogna studiare seriamente la storia e la situazione geopolitica della regione di cui ci si occupa. Purtroppo questo avviene raramente, perché dinanzi ad ogni guerra o scoppio di violenza si è subito sommersi, specie sui social media, da una marea di messaggi e immagini cruente che inducono l’osservatore a reagire in modo semplicemente istintivo, attribuendo sbrigativamente al ‘cattivo’ di turno la colpa di quanto avviene.

Si crea così un circuito politico-mediatico in cui tutti intervengono per dire la loro senza avere conoscenza reale dei fatti. E senza nemmeno preoccuparsi di accertare se le fotografie sono autentiche oppure, come a volte avviene, sono vecchie immagini riutilizzate in contesti completamente diversi.

Il giornalista non dovrebbe mai dimenticare il suo primo dovere, che è anche ciò che lo contraddistingue come professionista: verificare, nei limiti del possibile, ogni informazione e ogni immagine che si trova a trattare. E, quando non è possibile farlo, deve informarne onestamente i lettori.

Viaggiare, e vedere con i propri occhi le cose, è ovviamente di primaria importanza, per chi possa farlo. Si verrebbe così a scoprire che la realtà a volte è molto diversa da come viene gridata sui media. Per fare un esempio, durante le manifestazioni ostili all’Occidente svoltesi negli anni scorsi in alcuni Paesi musulmani, come nel caso della pubblicazione di vignette su Maometto, si sarebbe scoperto che a tali raduni partecipavano qualche centinaio, o in alcuni casi poche migliaia di persone, in città con diversi milioni di abitanti.

Intorno la vita continuava a scorrere normale, ma le telecamere si concentravano solo sui gruppi di manifestanti, intenti magari a bruciare la bandiera americana e di Paesi europei. Così il messaggio che veniva veicolato era che “il mondo dell’Islam è in rivolta contro l’Occidente”.

Perché c’è islamofobia, antisemitismo, cristianofobia in Occidente dove c’è libertà di religione?

Se fino a 50 anni fa i contatti tra religioni e culture diverse erano limitati, il grande movimento di globalizzazione degli ultimi decenni, con la circolazione delle informazioni e delle persone, ha creato un terreno di confronto ravvicinato.

Le nostre società devono ancora prendere le misure e adattarsi a questi nuovi tipi di rapporti. Inoltre, la globalizzazione dell’economia ha portato, insieme con gli indubbi benefici, anche molti scompensi e nuove tensioni tra Paesi ricchi e poveri. Per non parlare della globalizzazione dell’informazione, con la possibilità di diffondere in tutto il mondo in pochi minuti notizie vere o false.

Secondo una frase attribuita al ministro della propaganda del regime nazista, Joseph Goebbels,  una menzogna detta una volta è una menzogna, ma ripetuta continuamente diventa una verità. E le tecnologie di oggi danno la possibilità di ripetere e fare ripetere una menzogna milioni di volte.

In questa situazione è più facile diffondere i sentimenti di odio verso chiunque venga percepito come diverso, e sul quale si può scaricare la responsabilità dei propri problemi e delle proprie sofferenze. Questo fenomeno non si combatte con gli slogan, ma con una difficile e continua opera di educazione dei giovani che faccia capire loro come sia fondamentale il rispetto delle persone, che deve sempre essere reciproco. Le persone vanno rispettate non perché appartengono ad una determinata religione, ma in quanto appunto persone.

Quando si insulta una religione – o qualsiasi profonda credenza – non viene ferita la ‘chiesa’ di appartenenza, ma i sentimenti più intimi delle persone di quella fede. E’ una violenza contro la parte più cara di sé che ciascuno di noi ha. E i mediorientali– come noi – vogliono essere rispettati prima di tutto come esseri umani, e non come caricature di musulmani dietro le quali non è difficile (nemmeno per loro) intravvedere una condiscendenza ipocrita dalle venature razziste.

Cosa possono fare i leader spirituali delle diverse religioni per combattere l’odio e favore i dialogo?

Come dicevoprima, non servono gli slogan, ma un percorso di educazione rivolto in particolare ai giovani che deve fondarsi anche su fatti ed esempi concreti. A questo proposito vorrei citare i tanti sacerdoti e suore che ho visto operare in Medio Oriente, spendendosi a favore di tutti, cristiani o musulmani, pur nella tempesta che ha investito la regione portando una minaccia alla presenza stessa dei cristiani.  Come padre Luciano Burati, 65 anni, dei quali 25 passati a Qamishli, nel nord della Siria vicino alla frontiera con la Turchia, e che poi si è spostato a Kafrun, vicino a Homs, per gestire una casa salesiana che ospita decine di sfollati da Aleppo.

Come madre Annamaria Scarsella, alla quale è stato ordinato di andare a Damasco nel 2011 a dirigere l’ ‘ospedale degli italiani’, anch’esso dei salesiani, dopo 41 anni nelle scuole e nelle missioni del Messico, compreso il Chiapas. Come il padre gesuita olandese Frans van der Lugt, che ha voluto rimanere al fianco dei malati e degli affamati nella città assediata di Homs, dove è stato ucciso nell’aprile del 2014.

Come suor Patrizia Guarino, di Avellino, una francescana quasi ottantenne rimasta a Knayeh, nel nord-ovest della Siria conteso tra l’Isis e Al Qaida, per gestire un dispensario dove venivano curati 6.500 malati all’anno. Come coloro che lavorano all’iniziativa ‘Ospedali aperti in Siria’, voluta dal nunzio Zenari e realizzata dalla ong Avsi, che permette di offrire cure gratuite a migliaia di poveri in due ospedali di Damasco e uno di Aleppo.

Il patrimonio storico e artistico dell’America Latina



Obiettivo dell’incontro è quello di discutere le sfide presenti in America Latina per preservare e valorizzare dal punto di vista religioso, turistico, culturale ed economico i tesori artistici della Chiesa Cattolica nel continente.

Relatore è Carlos Alberto de Pinho Moreira Azevedo, Delegato del Pontificio Consiglio della Cultura.

La colazione di lavoro è in programma martedì 12 novembre 2019, alle ore 10:00 presso la sede della Fondazione di Promozione Sociale, in Palazzo San Calisto, Piazza San Calisto 16, Roma.

Le chiavi per comprendere la crisi in Medio Oriente



Giovedì 31 ottobre 2019 si è svolto l’incontro del Forum Pensiero e Società con Alberto Zanconato, Capo servizio redazione internazionale dell’Agenzia Ansa, sul tema: “Chiavi per capire la crisi internazionale della Siria, Turchia, Iran e Russia”.

Alberto Zanconato è stato corrispondente a Teheran (Iran), Beirut (Libano) e Tokyo (Giappone). Ha scritto “L’Iran oltre l’Iran. Realtà e miti di un paese visto da dentro” e “Khomeini. Il rivoluzionario di Dio”

Alterazioni della salute mentale: sindrome da burnout



Venerdì 28 giugno 2019 si à svolto un incontro del Forum Pensiero e Società con il prof. Wenceslao Vial, autore del libro “Psicologia e Vita Cristiana: Cura della Salute Mentale e Spirituale“. Ha parlato del tema “Sindrome da burnout ed altre alterazioni della salute mentale: come prevenire”.  

Le nuove generazioni dell’America Latina



Qual è il profilo delle nuove generazioni di latinoamericani, e quali le sfide della partecipazione civica e dell’educazione?

Sono i temi sui quali verterà l’incontro con la dott.ssa Ana María de León de AlbaPresidente del IILA e ambasciatrice della Repubblica di Panama in Italia

L’appuntamento con l’ambasciatrice di Panama è per il 2 luglio 2019, alle 9.30, presso l’Hotel NHGiustiniano, Via Virgilio 1, Roma. 

La situazione sociale e politica in Terra Santa



Venerdì 24 maggio 2019 alle ore 21.00 si è tenuto incontro del Forum Pensiero e Società con il giornalista Carlo Paris, dal 2017 corrispondente Rai da Gerusalemme per il Medio Oriente, per parlare della situazione sociale e politica in Terra Santa.