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Laboratori

Come armonizzare le visioni di lungo e breve periodo?



Martedì 7 novembre 2017, alle ore 19.30, nuovo appuntamento del ciclo Servant management  con una riflessione del dott. Andrea Pezzi – Direttore Innovation & New Business Solutions at UnipolSai Assicurazioni SpA sul tema “È possibile trovare il giusto trade off tra la visione di lungo periodo e le visioni di breve imposte dagli stakeholder? Come?

Moderatore sarà il dott. Massimo Salza.

L’incontro si svolgerà presso SIDIEF SpA – via degli Scialoja 20, Roma.

Rispetto dei ritmi biologici: mito o realtà?



Venerdì 20 ottobre 2017 si è svolto un incontro del Forum “Pensiero e Società” con Stefano Cianfarani, Presidente Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP), per parlare del tema  “Rispetto dei ritmi biologici: mito o realtà?”

Nel 2017 il Premio Nobel per la Medicina è stato assegnato a tre scienziati statunitensi Jeffrey C. Hall, Michael Rosbash e Michael W. Young per la scoperta dei meccanismi molecolari che controllano i ritmi circadiani. La motivazione del premio è stata “La vita sulla Terra si è sempre adattata alla rotazione del nostro pianeta. Tutti gli organismi viventi, inclusi gli esseri umani, hanno un orologio biologico interno che li aiuta ad anticipare e adattarsi al ritmo regolare della giornata. Ma come funziona effettivamente questo orologio?”

Quanto vende il marchio “America Latina” nel mondo?



È possibile creare per il Continente latino americano un marchio vendibile in tutto il mondo? A questa impegnativa domanda hanno cercato di dare una risposta Donato Di Santo, Segretario Generale dell’IILA (Istituto Italo Latino Americano con sede a Roma) e Juan De La Torre, CEO della società di comunicazione La Machi, con sede a Roma, Barcellona, Buenos Aires e San Francisco. All’incontro organizzato da MediatrendsAmerica (prestigioso Osservatorio sull’America Latina) e svoltosi nel noto albergo Giustiniano di Roma, hanno partecipato numerosi rappresentanti del mondo diplomatico accreditato in Italia, nonché giornalisti italiani ed esteri. Moderatore è stato il giornalista peruviano Roberto Montoya.

Il Segretario Generale dell’IIlA Di Donato ha iniziato il suo intervento ricordando che l’Istituto sta festeggiando il suo cinquantesimo compleanno. Fortemente voluto a suo tempo da Amintore Fanfani, questo organismo non ha uguali nel mondo. Col tempo è diventato un preciso punto di riferimento per tutti i Paesi Latino Americani presenti in Italia ma anche un ponte per gli italiani interessati a visitare, vivere o investire nel subcontinente americano.

Si tratta, secondo Di Donato, di valorizzare due concetti: la pace e la stabilità. Premesse indispensabili per rafforzare ulteriormente i rapporti con un Continente che in passato ha ospitato milioni di italiani. Di Donato ha poi ricordato una serie di iniziative avviate dell’Istituto che ha acquisto anche lo status di osservatore presso le Nazioni Unite.

Uno dei cavalli di battaglia dell’IILA sarà comunque quello di favorire la collaborazione tra le piccole e medie imprese italiane e le omologhe latino americane. Ciò potrebbe comportare, tra l’altro, la possibilità per i giovani italiani di fare degli stage presso aziende dislocate nell’America Latina, e per i giovani di quel Continente di effettuare una esperienza in Italia.

Il responsabile della società La Machi, Juan della Torre, ha messo in rilievo l’importanza di presentare l’America Latina con un’immagine forte. Da una veloce raccolta di pareri tra le persone intervenute all’incontro è emerso che l’America Latina evoca soprattutto colore, gioventù, allegria, integrazione sociale e razziale. L’aspetto più negativo è rappresentato dalla sicurezza. “Ed è su questo aspetto preciso”, ha sottolianto De La Torre, “che i Governi Latino Americani debbono fare molto e comunicare meglio”.

In chiusura dell’incontro il moderatore Montoya a ricordato che MediatrendsAmerica è intenzionata ad allargare la sua attività di ricerca anche gli Stati Uniti e al Canada. Ma sul prossimo appuntamento ha mantenuto il più assoluto Top Secret.

Come preparare il proprio successore



Martedì 10 ottobre 2017, Alessandro Bernardini – Direttore HR at Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, ha guidato  la riflessione sul tema del successore.
La domanda chiave è: come formare in modo «robusto» i propri collaboratori per poi selezionare il potenziale proprio successore?
Bernardini organizza il suo speech con un approccio multifocale: da una parte riporta le caratteristiche che i collaboratori si aspettano dal proprio capo in ottica di sviluppo, dall’altra le sue personali esperienze con i suoi capi e per finire la sua visione e il suo approccio alla crescita delle persone.
Rispetto al primo punto, le caratteristiche individuate afferiscono a 3 insiemi: quello della comunicazione, quello del metodo, cioè della relazione, e in ultimo quello dei valori.


COMUNICAZIONE 
• Parlare CON le persone e non delle persone
• Saper riconoscere i propri ERRORI
• COMUNICAZIONE EFFICACE E CHIARA, sempre, soprattutto nei momenti difficili; dare sempre FEEDBACK, perché aiutano a crescere

METODO
• Boss vs. Leader: imposizione vs. condivisione
• Valorizzazione delle ATTITUDINI INDIVIDUALI: il capo deve saper capire in cosa eccelle un proprio collaboratore
• Far leva su TUTTO IL TEAM e non su pochi
• Trasferimento delle proprie competenze

VALORI
• ETICITÀ ed equità
• Intelligenza socio organizzativa: saper contestualizzare i problemi
• ENTUSIASMO, creatività e innovazione
• AUTOREVOLEZZA e determinazione nelle decisioni

Quello delineato nella tabella è senza dubbio l’identikit del Servant Leader e ciò è confermato, in senso opposto, dalla descrizione che Bernardini fa della sua esperienza con i propri capi: far pesare il proprio ruolo, uso distorto del conflitto organizzativo, personalizzazione dei risultati, sono solo alcune delle caratteristiche di una tipologia di capo che, lungi dall’essere “servant”, corrisponde più ad un modello antico di leader che mette il proprio successo davanti a tutto.
Parlando infine della propria visione e del proprio approccio alla crescita delle persone, tassello essenziale per l’individuazione e la scelta del proprio successore, Alessandro aggiunge altri elementi al profilo già ben delineato di servant leader:
• Mettere la Persona prima del collaboratore
• Nutrire passione ed entusiasmo per la sperimentazione e l’innovazione
• Prendersi qualche rischio accettando una certa Informalità nella relazione, andando anche un po’ al di là del ruolo
• Delegare ma definire per bene le aspettative
• Far esercitare i propri collaboratori a coltivare l’idea di Auto-sviluppo e non attendere solo che l’azienda ti metta davanti questa o quella opportunità
• Definire bene gli obiettivi e fornire feedback per lavorare in modo congiunto sulle aree di miglioramento
• Trasferire competenze e metodo di lavoro
• Riconoscere i propri errori e non alimentare la cultura della colpa.

Nonostante si riesca a scrivere la ricetta con gli ingredienti giusti per far crescere le persone, scegliere il proprio successore non è affare da poco, e la possibilità di farlo davvero dipende da molti fattori come ad esempio la cultura aziendale o il grado di rigidità dell’organizzazione. Nel rugby il capitano è scelto dallo
spogliatoio, che individua colui che inequivocabilmente è il suo leader… potrebbe essere uno spunto per i nostri team?
Sarebbe bello, ma allo stesso tempo non possiamo omettere, data l’onestà insita nei nostri dibattiti, che a volte il tema “successore” è visto come un problema perché vuol dire che dobbiamo fare un passo indietro per lasciare spazio a quel certo collaboratore è diventato più bravo di noi.

Siamo pronti a farlo?
Ancora una volta, il tutto dipende da come abbiamo inteso il nostro lavoro, da quale “missione” guida il nostro operato e da quanto abbiamo capito che, in effetti, un buon manager è colui che ha preparato un ottimo successore.

 

Cosa comporta mantenere comportamenti etici?



Per la serie di incontri su Servant leadership, martedì 19 settembre 2017 è intervenuta l’arch. Carola Giuseppetti  – Direttore Generale di Sidief S.p.A. sul tema Parafrasando il Papa “Esiste una managerialità con la emme maiuscola? Cosa comporta mantenere comportamenti realmente etici? Esiste una linea di confine invalicabile o a volte va oltrepassata?

L’incontro è stato moderato dall’ing. Roberto Apollonio. Qui di seguito, una relazione sui contenuti della serata.

Ci ritroviamo di fronte a 3 domande “semplici”, non certo perché siano di facile risposta ma perché sono immediate, dirette e richiedono vero confronto senza troppi giri di parole.
Ed è con stile pragmatico e in modo altrettanto diretto che Carola Giuseppetti, Direttore Generale di Sidief – sede del ciclo invernale di seminari – avvia la riflessione a partire, come previsto dallo stile degli incontri, dalla propria esperienza attuale e passata.
Sidief è la location giusta perché permette a Carola di raccontare il suo modo di vedere l’Etica nel management e di farlo proprio a partire dalle prime fasi della sua avventura come Direttore Generale: il primo passo è stato scegliere le persone, giuste, sulla base di criteri come la professionalità, la correttezza, la disciplina, la famiglia e la varietà di interessi oltre il lavoro. Il secondo passo è stato trattare tutti con trasparenza, meritocrazia, educazione e ordine. Il risultato? Dopo 4 anni, un team di 133 persone che gestisce, valorizzandolo, il patrimonio immobiliare di Banca d’Italia composto da circa 10.000 unità in 26 città, e con un bilancio costantemente in attivo.
Ciò che emerge dal racconto di Carola è che Etica e business sono un binomio possibile da combinare, ma non è un fenomeno che avviene per caso, richiede una precisa volontà di tutti, manager per primi. Così scopriamo che strumenti come il Codice Etico, scritto e approvato dal board e comunicato e condiviso in prima persona con il personale, diventa un potente strumento di management, in grado di guidare il comportamento di ognuno. Allo stesso modo il regolamento del personale, spesso visto come un documento pieno di “comandi”, è visto come un manifesto che contiene regole, chiare, ma allo stesso tempo migliorabili se il buon senso e il contesto lo richiedono.
Tutto questo ha delle ricadute organizzative non certo trascurabili: coinvolgimento, partecipazione, attenzione ai costi e ai dettagli, solo per citarne alcune. Così, Alessandro Nuvoli, responsabile delle risorse umane fortemente voluto da Carola, ci racconta che si creano gruppi di lavoro per scegliere la macchinetta del caffè, che un collega chiede diversi preventivi per fare una spesa di 100 euro, oppure che il tempo del lavoro viene regolato anche in base al periodo in cui ci sono le recite a scuola per permettere a ciascuno di seguire i propri figli. Utopia? Non proprio, perché in maniera molto concreta ciascuno sa che dovrà tornare in ufficio per terminare il proprio lavoro o, se necessario, dovrà lavorare nel week end per recuperare.
Il Management by Ethics crea un luogo dove esiste la possibilità di dare, di contribuire con il proprio operato. E non è questo uno dei più potenti strumenti di management?
Il manager in grado di creare un contesto simile è un manager con la M maiuscola, uno che sa bene che il suo obiettivo non è soltanto creare regole e farle rispettare per essere soddisfatto del numeretto in fondo a destra alla fine dell’anno.
Il Manager sa che deve prendersi cura delle sue persone e sente la responsabilità di difendere la propria rotta, prendendo certe decisioni, anche quando sarebbe più semplice lasciar perdere o fare delle eccezioni… perché è proprio quando hai principi forti che devi faticare di più per rimanere integro.
A pensarci bene, questo Manager non fa altro che rispettare le aspettative riposte in lui da chi lo ha scelto, perché, come dice Carola “…se hanno scelto me per guidare quest’azienda, un motivo ci sarà, e io non voglio tradire le aspettative…”
Il Manager sa che esiste una linea di confine da oltrepassare…una linea che demarca la differenza tra manager e Manager, tra chi gestisce risorse e chi valorizza Persone; una linea che rappresenta un limite che richiede di essere superato per permettere al manager di fare posto alla Persona e diventare Manager. Tempo (il proprio) a disposizione dell’altro, voglia di comprendere,
flessibilità, integrità, equilibrio tra business e qualità della vita, fermezza, sorriso… sono solo alcune delle caratteristiche presenti in un servant manager, che esercita la sua leadership centrata sui valori, sul cuore e sui comportamenti.
Prendendo in prestito una metafora dal mondo dell’edilizia, possiamo dire che il Manager deve essere DOSATO, VIBRATO e ARMATO. Come nel processo di composizione del cemento, il Manager che agisce per valori deve essere DOSATO, per essere presente nel modo giusto nelle situazioni importanti; come il cemento deve essere VIBRATO per evitare la formazione di bolle d’aria, così il Manager sa
che deve evitare sbavature e facili eccezioni che potrebbero minare la sua integrità e quella di tutta l’azienda. Infine, deve essere ARMATO, cioè solido e resistente per resistere agli urti che inevitabilmente la sua posizione gli riserverà.
L’esperienza raccontata da Carola fa sembrare il connubio etica-management una cosa semplice, ma è evidente che non è così: è lecito chiedersi quanto il contesto Sidief, più simile ad una start up che ad una azienda matura, abbia facilitato le cose oppure se, immaginando di innestare l’intero team di Carola in un’altra realtà aziendale, si otterrebbero gli stessi risultati. Una cosa è certa: il cambiamento lo fanno le persone di un’azienda e non certo i muri e se poi le persone sono guidate da un Manager che ha in mente il principio guida del “fare accadere le cose”, allora le probabilità di vedere il cambiamento realizzato aumentano di molto. E se si sbaglia, esiste sempre la possibilità di dire “Ok, ho sbagliato, scusa” e ripartire.

 

Mons. Sorondo: “Ecco perché il Papa parla di ecologia”



E’ giusto che il S. Padre si occupi di questioni come i cambiamenti climatici e lo sviluppo sostenibile? E a distanza di due anni, come è stata recepita od osteggiata l’enciclica Laudato Si’? Sono stati i temi al centro dell’incontro organizzato da Mediatrends America Europa, un osservatorio indipendente che studia le tendenze dell’informazione internazionale, che ha visto come relatore mons. Marcelo Sanchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze. Il vescovo argentino è stato tra i principali collaboratori di Papa Francesco nel redigere la lettera sulla tutela ambientale. Il focus dell’incontro era centrato sull’America Latina e ha visto la partecipazione di diversi ambasciatori sud americani presso la S. Sede, ma il discorso si è inevitabilmente allargato agli altri continenti.

La casa comune
“Il Papa ha il diritto-dovere di parlare della nostra relazione con la casa comune che è la terra” ha affermato mons. Sorondo, partendo da due tesi. “La prima è che la Chiesa deve accompagnare lo sviluppo sostenibile degli esseri viventi. Si può dire che la scienza stia riscoprendo la creazione, con 400 galassie sparse nell’universo. Bisognerebbe istituire una festa dedicata a Dio Creatore, perché la creazione è un mistero. Dunque l’uomo è custode del pianeta”. Ma, ha sottolineato Sorondo, “il pianeta è malato. Il clima sta subendo gli effetti del riscaldamento globale ed è un cambiamento antropico, determinato dall’uomo. L’incremento eccessivo di anidride carbonica va a incidere sul ciclo dell’acqua. E se si altera questo, si altera il clima e la vita stessa. Quando si parla di suicidio, non è una metafora”. La seconda tesi è che a soffrire le conseguenze di tali mutamenti “sono i poveri, sia come singoli che come popoli. Ora, tutte queste cose non stanno direttamente nel Vangelo. Ma il Papa assume concetti che stanno nella società”. Il vescovo ha citato Galileo e i due libri, quello della natura e quello della rivelazione, che non sono in contrasto. “Questi cambiamenti per la comunità scientifica sono verità, e verità di fatto. Perciò il Papa ha due motivi per occuparsene. Il primo è appunto che deve utilizzare le verità scientifiche come usa quelle filosofiche: è la sana dottrina che serve all’uomo. Il secondo è che è un’attività umana e tutte le attività umane in qualche modo hanno un’etica, riguardano la fede e la morale”. Il mancato rispetto della natura rischia di “tornare indietro come un boomerang“, pertanto l’”ecologia va affrontata alla pari di temi come il bene comune, la giustizia, la persona umana”.

Il mondo laico
La sensazione, tuttavia, è che la Laudato Si’ abbia avuto un’accoglienza migliore in ambito non cattolico. E’ così? E perché? “Effettivamente ha avuto una buona accoglienza nel mondo accademico e in quello non cristiano che già da anni si occupava di questi temi, li conosceva da più tempo“. E il vescovo ha fatto un esempio. Il re di Norvegia ha organizzato un convegno sulla deforestazione al quale, oltre a scienziati, esperti e politici, ha voluto che partecipassero anche aborigeni di diverse parti del mondo, dall’Amazzonia all’Africa all’Asia, perché era stato due volte in Brasile dove aveva riscontrato nella popolazione indigena una preoccupazione simile a quella degli scienziati per il riscaldamento globale, pur non comprendendone le cause. “Ma anche il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, se ne era occupato. E lo stesso Benedetto XVI, in un’omelia di Natale, aveva detto che Gesù nasceva in una ‘baracca’ a significare che veniva a ricreare il mondo distrutto dal peccato. Non a caso fu definito ‘il Papa verde‘. Ora, è vero che ci sono interpretazioni eccessive. In Belgio – ha raccontato Sorondo – ci sono stati dei vegani che hanno interpretato l’enciclica in senso vegetariano… Ma in generale i vescovi non sono molto preparati sui temi ecologici. Penso che bisognerebbe creare degli istituti di climatologia nelle università cattoliche” per migliorare la formazione.

Le conseguenze
Lo sfruttamento incontrollato della Terra ha tra le sue conseguenze la povertà che diventa una forma di schiavitù e “crea migrazione, lavoro forzato, tratta di esseri umani e prostituzione, che è quanto di più disumano si possa trovare. Benedetto XVI, tornando dal suo viaggio in Germania, disse chiaramente la prostituzione non si può giustificare perché è un degrado della donna e ancora di più, un crimine contro l’umanità. E non è vero che non c’è niente da fare: si può e si deve fare molto”.

L’Onu e Cop 21
L’influenza del Papa è servita, ha ricordato mons. Sorondo, a votare all’unanimità all’Onu i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile. Altrettanto importante il risultato del Cop 21 che obbliga tutti i Paesi ad agire per diminuire il riscaldamento globale. “Molto grave“, per questo, la decisione di Trump di non rispettare gli accordi, anche se sia l’opinione pubblica che la stessa amministrazione americana sono divise. “Così hanno perso la leadership morale del mondo” ha affermato Sorondo, aggiungendo che “al Cop 21 ci sono stati scienziati che si opponevano ai dati sul riscaldamento ma sappiamo che erano pagati dalla lobby dei petrolieri”.

La sfida
Il cancelliere dell’Accademia ha concluso ricordando che occorre cambiare le modalità di produzione dell’energia e le attività umane, riducendo il fossile e valorizzando le energie rinnovabili: “Ci sono problemi, come ad esempio lo stoccaggio – ha detto Sorondo – ma rappresentano un’opportunità, occasioni di lavoro. Serve un programma comune. Con questa enciclica il Papa ha allargato i temi della dottrina sociale della Chiesa”.

di Andrea AcaliInterris

Il Medio Oriente instabile. Visto da Pechino e Teheran

Argomenti:

Venerdì 16 giugno a Roma si è svolto un incontro del laboratorio dedicato ai temi del Medio Oriente e Mediterraneo. Pubblichiamo qui il resoconto di Francesco Bechis per Formiche.

Quando si discute del caos dello scenario mediorientale, tanto più adesso che alla guerra in Siria si stanno aggiungendo nuove tensioni fra i paesi del golfo persico e il Qatar, capita spesso di dimenticarsi di una potenza che in quell’area ha qualcosa di più di qualche affare economico: la Cina. Venerdì mattina in una colazione di lavoro promossa a Roma dal Centro Studi per il Medio Oriente (CEMO) della Fundación Promoción Social de la Cultura, si è cercato di fare il punto degli interessi cinesi nell’area con l’ex Ambasciatore di Italia a Pechino e a Teheran  Alberto Bradanini e il professore della China University of Political Sciences Alessandro Dri.

La crisi diplomatica tra Qatar e gli altri paesi del golfo rischia di dividere il Medio-Oriente in due fronti, con il Qatar e la Turchia da una parte e Arabia Saudita, Bahrein, Egitto e Emirati Arabi dall’altra. Se non è chiara la posizione che assumeranno gli Stati Uniti, che prima criticano il Qatar e poi siglano col suo ministro della Difesa un accordo per la vendita di 36 Jet F5, è ancora meno chiara la posizione che la Cina vorrà tenere sulla crisi diplomatica del golfo.

“Esattamente come gli Stati Uniti, la Cina agisce da regolatore esterno nelle crisi regionali” spiega l’Ambasciatore Bradanini, per anni in rappresentanza diplomatica a Pechino, e dunque fine conoscitore della politica estera cinese. A suo parere i cinesi non interverranno direttamente per risolvere la rottura dei rapporti fra i paesi del golfo, “la Cina ha le idee chiare, non vuole esporsi più di tanto, reputa che questo disastro sia stato generato dalle politiche sbagliate statunitensi”. Un altro attore di primo piano nella regione resta l’Iran, nemico giurato dei sauditi. Durante il Summit di Astana dell’8 e 9 giugno con la Russia e gli altri paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (SCO), i cinesi hanno supportato l’ipotesi di un’entrata a pieno titolo nell’organizzazione degli iraniani, già da qualche anno osservatori esterni. Dunque i cinesi hanno buoni rapporti diplomatici con l’Iran di Hassan Rouhani, che a sua volta non ha nessuna intenzione di interrompere le relazioni del Qatar, perché, aggiunge l’Ambasciatore, con i qatarioti gli iraniani condividono il South Pars, il più grande giacimento di gas al mondo.

La Cina di Xi Jinping non ha alcun interesse a scatenare una polveriera fra i paesi del Golfo per una serie di motivi precisi. Per quanto a Gibuti, dunque sul lato africano della regione, vi sia un’imponente base militare cinese, non sono gli interessi militari che preoccuperebbero la Cina in caso di un conflitto nell’area, ma quelli commerciali. Non solo infatti i cinesi trovano nell’Arabia Saudita il primo partner commerciale in Medio Oriente, di cui costituiscono i principali acquirenti di petrolio (51 milioni di tonnellate nel 2016), ma hanno anche premura di mantenere buoni rapporti diplomatici con l’Iran, che costituirà un partner fondamentale per il mastodontico programma della “One belt one road”, il progetto di un’immensa rete di comunicazioni terrestri e marittime nell’Eurasia per far rivivere gli antichi fasti della Via della Seta.

“L’iniziativa è nata alla fine del 2013, quando i cinesi proposero l’idea di una cintura economica” precisa il professor Dri, “il progetto mira a risolvere un problema irrisolto dello sviluppo economico cinese: i paesi costieri cinesi producono la gran parte del PIL, le province interne come quelle che si affacciano sulla Russia e sulla Mongolia sono invece le meno sviluppate. L’idea di una cintura di infrastrutture fisiche e digitali che colleghi la Cina all’UE porterebbe sviluppo in queste province più arretrate e nuovi mercati nell’entroterra di materie prime come acciaio e carbone”.

Per portare a termine la costruzione plurimiliardaria di infrastrutture la Cina dovrà camminare su un filo sottile per mantenere la sua proverbiale neutralità nelle sue relazioni diplomatiche in Medio Oriente. Dell’Iran avrà bisogno, e ci sono già accordi fra i due paesi per la costruzione di una rete ferroviaria ad alta tecnologia che congiunga il Golfo all’Europa. Ma la Obor non potrà divenire realtà senza il sostegno dei sauditi e degli altri paesi limitrofi. Non a caso i diplomatici cinesi all’ONU avevano votato a favore, strizzando un occhiolino ai sauditi, sulla famigerata risoluzione 2334 sull’illegalità degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, quando l’amministrazione di Obama, ormai al tramonto, aveva deciso invece di astenersi, scatenando l’ira dei repubblicani e del candidato Donald Trump.

Superare un Noriega per tornare a crescere



Lo stato guidato da Maduro, la crisi economica e gli equilibri mutati in Sud America. Perché “in un altro contesto ideologico la sospensione del paese dal Mercosur non ci sarebbe stata”

di Maurizio Stefanini
Il Foglio, 30 Maggio 2017

“È morto Manuel Antonio Noriega!”. La notizia arriva quando Ana María de León, da due mesi nuova ambasciatrice di Panama in Italia, sta per cominciare uno degli incontri che ogni mese organizza Mediatrends America-Europa, l’osservatorio indipendente per giornalisti latino-americani e latino-americanisti a Roma. Si dovevano analizzare i progetti di integrazione economica che da un po’ affollano le agende dei leader della regione, dal Mercosur all’Alleanza del Pacifico, dal Caricom all’Unasur, dalla Sica al Celac, ma la discussione si è spostata sull’ex dittatore panamense.

“Noriega?”. L’imbarazzo è evidente, anche dopo il tweet dell’attuale presidente di Panama Juan Carlos Varela: “Morte di Manuel A. Noriega chiude un capitolo della nostra storia; i suoi figli e i suoi familiari hanno diritto a un seppellimento in pace”. Di suo de León non aggiunge altro, preferisce concentrarsi sulla crescita del Paese e sui molti fronti di integrazione economica con gli stati sud americani. Un miglioramento economico che nasce proprio dalla cacciata di Noriega, come disse al Foglio il suo predecessore Fernando Berguido Guizado: “È stato grazie all’intervento americano del 1989 se Panama è oggi il Paese che cresce più in America Latina. È  stato un intervento cruento, ma ha permesso di porre fine a vent’anni di dittatura militare”.

Un passato che Panama è riuscito a superare, ma che si ripropone ancora in altre zone del continente. Ad esempio in Venezuela. E’ l’ambasciatore dell’Uruguay, Gastón Alfonso Lasarte Burghi, a ricordare come lo stato guidato da Maduro sia ancora sopeso dal Mercosur. E’ Juan Fernado Holguín Flores, ambasciatore dell’Ecuador, a ricordare cosa sta succedendo nel paese e a precisare: “In realtà non è stato sospeso per i problemi politici, ma per il non compimento di un gran numero di obblighi nell’area commerciale”, ma “bisogna essere onesti: in un altro contesto ideologico questa sospensione non ci sarebbe stata”, soprattutto dopo il cambio di governo in Argentina e Brasile, elezioni che hanno “cambiato i rapporti di forza” in Sud America.

“Non solo il governo dell’Ecuador, ma tutti i governi dell’Unasur stanno cercando di evitare che la situazione in Venezuela degeneri”, precisa Holguín Flores. “Come farlo? Questo è il problema. Bisogna creare occasioni di dialogo, e gli strumenti dell’Integrazione stanno lì”. Lo sforzo diplomatico è notevole, anche per il rappresentante di un governo che ufficialmente è ancora uno stretto alleato ideologico di Maduro.

Dal dibattito esce l’immagine di Lenin Moreno che sta cercando di essere mediatore ed era stato proprio lui stesso a dire, il giorno dell’insediamento di voler avere uno stile più disteso rispetto a Correa. “Anche Correa dialogava”, anche se notoriamente avevesse un carattere piuttosto iracondo (“l’ex-presidente Correa diceva sempre: io sono un essere umano”, scherza l’ambasciatore): “Diceva: ‘Sono emotivo. Vengo da una città come Guayaquil, non cambierò la mia natura’. Io però, che lo conosco personalmente, posso testimoniare che è una persona che sa dialogare. Moreno può sembrare più tranquillo, ma non è meno fermo. Può cambiare il linguaggio, ma non la linea”. Nonostante i i risultati economici e sociali ora non siano dei migliori: “A parte il crollo dei prezzi del petrolio, come economia dollarizzata il nostro export soffre per la sopravvalutazione del dollaro”. Che però Correa ha mantenuto, malgrado le possibile pregiudiziali ideologiche in contro. “Una volta dollarizzati, non è proprio il caso di uscirne”. Un po’ come non è il caso di uscire dall’euro? “Esattamente. Costerebbe troppo”.  Promemoria per Grillo: che sul suo blog ha spesso indicato la politica economica d Rafael Correa come ideale punto di riferimento per i Cinque Stelle.

Relazioni tra le Americhe: continuità e cambiamenti

Argomenti:

Un’analisi sullo stato di salute dei vari raggruppamenti economici e politici in cui si articolano le nazioni del nord, del centro e del sud. I processi di integrazione in America Latina vivono una rinnovata spinta politica che si sviluppa su differenti fronti e varie velovità. Esistono molteplici organizzazioni regionali o subregionali  di integrazione e aggregazione (Mercosur, Alianza del Pacifico, Can, Caricom, Unasur, Sica, Alba e Celac).

I relatori sono: Ana María de León de Alba, Ambasciatrice della Repubblica di Panama in Italia; Gaston Lasarte Burghi, Ambasciatore della Repubblica Orientale dell’Uruguay in Italia  e  Juan Holguin Flores, Ambasciatore della Repubblica dell’Ecuador in Italia,

La colazione di lavoro si svolgerà il prossimo martedì  30 maggio  2017, alle 9.30 della mattina presso l’Hotel NH Giustiniano, Via Virgilio,1, Roma.

Qualità della vita e qualità del lavoro

Argomenti:

Martedì 16 maggio 2017 si è svolto un incontro ulla qualità della vita dei dipendenti di aziende. La riflessione è stata affidata al dott. Enrico Martines, direttore Formazione, Sviluppo e Innovazione Sociale at Hewlett Packard Enterprise.

Oggi per le imprese è fondamentale parlare della qualità della vita dei propri dipendenti. Cosa si intende per qualità della vita? Questo concetto non contrasta con la necessità di fare profitto?

Sociologo, tre figli, appassionato di tecnologia: così si presenta Enrico Martines quando apre il dibattito sul tema della qualità della vita e dell’inevitabile intreccio con il lavoro.

Come diceva Darwin, “Il lavoro nobilita l’uomo”. Sì, è così. Lo rende migliore, lo eleva a status di Persona abile e capace. Ma non facciamo fatica a portare il nostro pensiero a quei casi in cui, quel “portatore di nobiltà” che è il lavoro entra prepotentemente nella nostra vita, occupando spesso anche spazi non suoi. Ed eccoci sempre disponibili, sempre pronti a rispondere in modo compulsivo ed efficace (apparentemente) ad ogni richiesta, sempre attenti a verificare, anche un pò sperandolo, che sul nostro cellulare ci sia qualche notifica che dobbiamo assolutamente guardare.

Come influisce questo sulla qualità della vita di ciascuno? Siamo sicuri che un continuo “attenzionismo” sia sinonimo di maggiore produttività? Una riflessione sulla qualità della vita e su quanto sia determinante per le imprese favorire un bilanciamento positivo tra vita e lavoro.

Questi gli spunti di riflessione emersi nel terzo workshop.

Se pensiamo a cosa accadeva nell’era industriale, quando l’uomo era funzionale alla produzione al pari di un ingranaggio e lavorava 16 ore al giorno, ci accorgiamo di come il lavoro fosse l’unica attività della giornata, tolta la quale non rimaneva nulla. Fortunatamente, il progresso ha messo fine a quel modello, fino a quando l’orario di lavoro standard di 48 ore a settimana per 6 giorni lavorativi, permetteva al lavoratore di avere del tempo libero da dedicare alla famiglia, alle commissioni, agli hobby. Il lavoro e la vita erano fisicamente separati, tanto che, terminato il proprio orario, si “staccava” dal lavoro.

Oggi l’innovazione tecnologica, che tanto ha portato alla produttività in termini di automazione, velocità e qualità del prodotto e del servizio, ha senza dubbio cambiato nuovamente le regole del gioco. Anche quelle della nostra vita personale. Mail, Whatsapp, Skype, LinkedIn, Facebook, Twitter: mille strumenti per essere sempre raggiunti, mille modi di comunicare, mille modi per far sapere al nostro capo che siamo disponibili, che stiamo sul pezzo. Potremmo essere sempre connessi, ma la domanda è “possiamo decidere anche di non essere connessi? Possiamo essere non disponibili?”. Quello che succede oggi è che il lavoro (certi tipi di lavoro, di sicuro quelli intellettuali) e la vita sono costantemente intrecciati, sono l’uno il prolungamento dell’altra, e se questo sia un bene o un male per la produttività è argomento di confronto e discussione.

Proviamo a mettere ogni tanto il telefono in airplane mode: scopriremo che ci sono tante cose che possono aspettare, senza che ciò crei problemi a nessuno …

Di sicuro la connessione e la disponibilità costante non aiutano in termini di qualità della vita, e pare siano anche antieconomici: si stima che circa il 28% del tempo vada perso a causa delle notifiche, e che addirittura queste stimolino la dopamina come segno di gratificazione, o, al contrario, di cortisolo come segno di frustrazione, ad esempio quando vediamo che un nostro messaggio inviato è stato letto e non abbiamo ricevuto alcuna risposta. La iperconnessione aumenta il bisogno di essere riconosciuti, di essere confermati dagli altri, e questo porta via tante energie.

Se trasliamo questi concetti al rapporto esistente tra manager e collaboratori, è facile capire come tutto ciò non può non avere un impatto in termini di qualità del lavoro e qualità della vita. Spesso il manager, replicando lo stile di leadership che ha imparato, chiede ai suoi collaboratori di essere sempre disponibili ad una call o si aspetta una risposta immediata ad una mail e la battuta “oggi mezza giornata?” è segno evidente di una cultura basata sul “presenzialismo” e sul dover dimostrare di fare sempre e comunque un sacrificio in nome di questo o quel progetto. Con quali risultati?

Se oggi il lavoro è frutto di produzione intellettuale e se il lavoro intellettuale è legato al benessere, allora la ricerca della qualità della vita è una questione di produttività …

Vita e lavoro possono essere felicemente interconnessi, ma non sacrificando l’una a discapito dell’altra. Basti pensare a quegli esempi virtuosi di smart working: lavorare dove e quando si vuole, superando il limite del controllo con la cultura del risultato. Una condizione di libertà come quella offerta dallo smart working e l’assenza di vincoli rigidi e tradizionali favoriscono la creatività e la capacità di trovare soluzioni alternative. Inoltre, la possibilità di organizzare i propri orari integrandoli con le esigenze familiari, e di risparmiare il tempo per gli spostamenti casa-lavoro, abbassa lo stress e permette di essere più concentrati. Questo, se da un lato può avere evidenti effetti positivi sulla qualità del lavoro, specie per quelle professioni in cui la creatività e il problem solving sono fattori essenziali, dall’altro può influire positivamente anche sullo star bene dell’individuo e più in generale sulla qualità della vita dei dipendenti.

Se non sei buono per te stesso non sei buono per la tua famiglia. Se non sei buono per la tua famiglia, non sei buono per l’azienda …

La qualità del lavoro e la qualità della vita sono dunque legate in modo circolare: lavorare bene e serenamente influisce sulla qualità del lavoro e sulla qualità della vita personale, una persona che sta bene lavora meglio, è più ingaggiata ed è più disponibile a fare sacrifici. È necessario però tutelarsi da un rischio, e cioè che dietro l’innalzamento della qualità della vita (e di quella del lavoro) di qualcuno, ci sia uno sfruttamento del lavoro di qualcun altro a bilanciare delle leggi dell’economia non sempre giuste. Questo rimanda al più ampio tema della distribuzione della ricchezza, che trascende la singola realtà aziendale e si allarga agli aspetti socio politici ed economici del Paese e del mondo intero.

Se facciamo l’esercizio di rimanere concentrati su quello su cui possiamo agire direttamente, il qui ed ora, dobbiamo porci una domanda chiara: “Come posso portare, nella mia azienda, questo seme della qualità, tanto del lavoro quanto della vita?”. Lo smart working è l’unica soluzione? La risposta è da ritrovare, ancora una volta, nella cultura e cioè nei comportamenti: certamente, in un’azienda in cui il top management valorizzi l’importanza della qualità della vita anche attraverso la flessibilità del lavoro è tutto più facile, ma il cambiamento può avvenire anche dal basso attraverso il role modeling, cioè la capacità di indirizzare colleghi e collaboratori con l’esempio. Il problema dei manager di oggi è che hanno imparato un paradigma di gestione delle risorse che oggi risulta inadeguato proprio perché più basato sul controllo della presenza che su quello dell’efficienza del lavoro svolto.

Cosa succederebbe se sostituissimo questo paradigma con quello della fiducia, della attenta pianificazione del lavoro e della responsabilizzazione di ciascuno? In quest’ottica la tecnologia può essere davvero una grande alleata nel far dialogare vita personale e carriera, bisogni familiari ed esigenze di business.

Autori

Paolo Petrucciani (*), 65 anni, matematico con specializzazione in cibernetica socio-comportamentale, è un consulente di direzione certificato, CMC – certified management consultant dal 1994 presso APCO-ICMCI, membro del Consiglio Territoriale della Delegazione APCO Lazio, è stato socio ordinario AIF, svolge attività di consulenza di direzione e organizzazione da circa trent’anni per grandi aziende e strutture organizzative di vari settori industriali, prevalentemente multinazionali, nazionali e aziende pubbliche. È Amministratore Unico di Epistema Srl (epistema.it/), co-autore di 3 libri, di cui un e-book, e di oltre 50 articoli e saggi tecnici pubblicati su riviste specializzate. Fa parte della redazione della rivista Officine Einstein (officineeinstein.eu), come responsabile della sezione «Cultura e Comportamenti aziendali» e pubblica anche articoli, in modo non continuativo, su il Caos Management di Barbara Herreros e Giuseppe Monti (caosmanagement.it/) e altri riviste e magazine on-line.

Raffaele Santoro (**), laureato in psicologia, master in bilancio delle competenze e orientamento degli adulti, six sigma yellow belt, è Key Accunt Manager di InforGroup Academy (inforgroup.eu/InforgroupforBusiness/EducationinAcademy.aspx), Gruppo De Pasquale (gruppodepasquale.com). Esperto di formazione e dei processi di apprendimento, è stato HR consultant presso il Consorzio ELIS, dove ha lavorato con grandi imprese ideando e sviluppando progetti formativi complessi in area Operation & Safety. E’ stato il responsabile, in qualità di Service Manager, della fornitura dei servizi integrati per la salute e sicurezza sul lavoro per il MiBACT. Knowledge worker e co-designer, collabora con team internazionali in progetti di facilitazione dei gruppi di lavoro. È formatore sui temi della crescita personale, della comunicazione interpersonale e dell’intelligenza emotiva.