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Dove va l’America Latina nel 2018?



All´apparenza quanto accade in America Latina potrebbe sembrare una realtà lontana. Il 2018, però, in particolare per l´America Centromeridionale, è un anno particolare: in sei Paesi circa 350 milioni di elettori sono chiamati alle urne per le elezioni presidenziali e questo, nel mondo della globalizzazione, non potrà non avere i riflessi e importanza negli equilibri geopolitici mondiali, come è emerso da un incontro – promosso a Roma dall´osservatorio Mediatrends America – al quale hanno partecipato il prof. Federico Argentieri, direttore del Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University; il giornalista Roberto Da Rin, inviato permanente in America latina del quotidiano “Il Sole 24 Ore”; Gianni La Bella, portavoce della Comunità di S. Egidio per l´America Latina ed alcuni diplomatici latinoamericani.
Costa Rica, Colombia, Paraguay, Messico, Brasile e Venezuela, in ordine cronologico, sono i sei Paesi dove si voterà. In Costa Rica si è già tenuto il primo turno e il ballottaggio è previsto per il primo aprile. Un caso interessante, perché si tratta di una delle democrazie più forti e stabili dell´area (tra l´altro senza forze armate). E già al primo turno non sono mancate le sorprese: in testa, infatti, è finito un outsider, Fabricio Alvarado, un evangelico conservatore, che al ballottaggio sfiderà l´ex ministro del Lavoro Carlos Alvarado Quesada, del Partito Azione Cittadina, attualmente al governo. Al centro della campagna elettorale i matrimoni gay, dopo che a gennaio la Corte Interamericana dei diritti umani aveva emesso una sentenza, su richiesta del Governo, con cui affermava che il Costa Rica deve garantire le nozze omosessuali e pari diritti ai contraenti. Una decisione, questa, alla quale sono contrari due terzi degli elettori, che hanno così premiato Fabricio Alvarado, che su questo tema è andato controcorrente.
Sul voto hanno però influito anche altri fattori, analizzati nel corso del dibattito da Cristina Eguizábal Mendoza, ambasciatrice del Costa Rica in Italia. “Prima di tutto”, ha affermato, “c´è anche da noi la crisi dei partiti politici tradizionali, causata anche dalla corruzione, partiti che non sono più reti sociali aggreganti. Il secondo aspetto è che i partiti non erano preparati ad un ruolo politico attivo della classe media. Infine, c´è il ´canto della sirena´ dei populismi di destra e di sinistra e, particolarmente in Costa Rica, è forte il populismo evangelico che ha cavalcato l´imposizione della legalizzazione delle nozze gay”.

I fattori in gioco
Al di là di come finiranno le elezioni in Costa Rica, una “lettura unificante è difficile”, secondo il prof. La Bella, docente di Storia Contemporanea all´Università di Modena e Reggio Emilia, per il quale “non corrisponde più alla realtà l´antica ´teoria del pendolo´ secondo la quale in America Latina è finita la fase del socialismo rosa ed è cominciata quella della destra al potere, come dimostrerebbero le recenti elezioni in Cile e Argentina. “Questo”, ha affermato, “è un approccio europeo alla realtà sudamericana, ma ci sono chiavi interpretative nuove e trasformazioni profonde e complesse”.
Tra questi, per La Bella, “l´avvento di Trump, che ha innescato una nuova ondata di antiamericanismo, soprattutto dopo gli insulti ai popoli straccioni; la questione legata alla fine dell´eldorado delle materie prime, con il macigno di un debito pubblico crescente; un passaggio egemonico dalla predominanza nell´area di stampo anglosassone a quella di russi e cinesi; la crisi dell´integrazione, che vede i singoli Paesi latinoamericani sempre più soli nonostante il proliferare di sigle e unioni; infine, il ruolo della Chiesa: l´America Latina non è più l´Occidente estremo ma non è più nemmeno il continente cattolico”.

Lo scenario
Riferendosi ai singoli Paesi, La Bella ha sottolineato come il Brasile si trovi in una fase “di eterna transizione, con una paura del futuro e un drammatico scollamento tra la politica e l´elettorato” e per questo le elezioni si trasformeranno in un referendum pro o contro Lula, che riscuote ancora un consenso impressionante nonostante una fortissima voglia di cambiamento.
In Messico ci sono i problemi storici della criminalità e del narcotraffico, “una violenza che non risparmia preti, giornalisti e sindaci”. Qui la sfida sarà tra il presidente uscente Peña Nieto, Obrador, in vantaggio nei sondaggi, e Anaya Cortes. Il tutto “in piena trattativa per la rinegoziazione del Nafta e con il tema della legalità” sullo sfondo.
In Colombia “la pace avanza ma la violenza resta”, questa la sintesi del portavoce della Comunità di Sant´Egidio, secondo il quale “il negoziato si è di fatto impantanato nella sua realizzazione pratica. Il negoziato con l´Eln è sospeso, anche perché questo non ha voglia di firmare la pace ed è eterodiretto dal Venezuela. La pace a questo punto non è l´oggetto principale della campagna elettorale: c´è voglia di voltare pagina e rimettere le cose a posto”.
Infine, il Venezuela per il quale La Bella ha evidenziato “l´insensatezza della comunità occidentale nel lasciare alla deriva un Paese che rischia di destabilizzare un´area immensa”.

Maduro resta saldo (per ora)
Sul Venezuela, dove si dovrebbe votare a fine anno (ma visti i precedenti il condizionale è d´obbligo) si è soffermato Da Rin. “Gli analisti prevedono un aumento del prezzo del petrolio e se toccherà gli 80 dollari al barile potrebbe risolvere molti dei problemi di Maduro e farlo andare avanti nella sua linea intransigente di assenza di dialogo”. Ma non è l´unico elemento a favore del dittatore chavista: “Da una parte c´è un´opposizione poco coesa, dall´altro il sostegno di Russia e Cina: negli ultimi 10 anni il flusso di aiuti e investimenti cinesi è stato enorme e questo dà forza a Maduro e riduce lo spazio democratico”.
Eppure il Paese chiede cambiamenti: con l´inflazione che oscilla tra l´800 e il 1200% spesso l´unico mezzo di sostentamento è il “carnet della patria”, una sorta di tessera annonaria con cui acquistare il cibo che ha “cubanizzato” il Venezuela ma divide ancora di più perché non tutti ce l´hanno. Sul Messico Da Rin ha sottolineato che sta accadendo una replica delle elezioni americane con un “condizionamento da parte della Russia, con lo stesso sistema di hackeraggio. Il petrolio è al centro degli interessi”.

Il ruolo degli Stati Uniti
Infine, uno degli aspetti su cui si è soffermato il prof. Argentieri è il ruolo degli Stati Uniti: “Dopo la dottrina Monroe” dell´Ottocento e quella “di Roosevelt” all´inizio del Novecento, “il terzo evento che ha caratterizzato la politica americana è stata la costituzione dell´OEA, una sorta di NATO delle Americhe” nella quale la supremazia degli USA era netta. Con lo storico viaggio a Cuba, Paese elevato al rango di “normale interlocutore, sulla base di comprensione e rispetto. Era la fine dell´arroganza” – Obama ha messo fine a questa filosofia e a questa prassi”.
Ora, con Raul Castro che ha già annunciato l´intenzione di cedere il passo (il 19 aprile), secondo Argentieri “non sembra esserci un Gorbaciov cubano all´orizzonte. Il clima con Trump non è favorevole ma anche all´epoca di Gorbaciov c´era Reagan e il clima non era positivo. In ogni casoTrump è una grande disgrazia per l´America Latina”, ha concluso l´esperto.

Carlo Rebecchi , Il Giornale Diplomatico.

 

Quando il manager non ha tempo

Argomenti:

Il laboratorio Servant management organizza martedì 13 febbraio 2018, alle ore 19.30, un nuovo incontro a cura del dott. Fabrizio Famà – HR and Corporate Affairs at LFoundry sul tema della gestione del tempo.

“Non ho tempo!” È la motivazione con cui si evitano i momenti di feedback one to one con i propri collaboratori, si evita di rispondere ai fornitori o ai candidati, ci si dimentica degli impegni familiari e sociali. Un manager non dovrebbe distinguersi per ordine e generosità?

L’incontro, moderato dall’ing. Roberto Apollonio, è in programma presso la Sidief SpA – via degli Scialoja 20, Roma

Trasparenza e pluralismo nell’informazione in Italia



Giovedì 30 novembre 2017, nell’ambito del ForumPersona e società, si è svolto un incontro con il senatore Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato della Repubblica, per parlare del tema “Diritto e comunicazione. Trasparenza e garanzia di pluralismo nell’informazione in Italia”

Come armonizzare le visioni di lungo e breve periodo?



Martedì 7 novembre 2017 si è svolto un nuovo incontro del ciclo Servant management  con una riflessione del dott. Andrea Pezzi – Direttore Innovation & New Business Solutions at UnipolSai Assicurazioni SpA sul tema “È possibile trovare il giusto trade off tra la visione di lungo periodo e le visioni di breve imposte dagli stakeholder? Come?” Moderatore è stato il dott. Massimo Salza.

Andrea inizia mettendo sul piatto alcune parole chiave: Responsabilità, Cultura, Fatica, Business, Valutazione, evidenziando subito che l’Equilibrio nella visione è un vero trade off tra numerosi aspetti della vita professionale e di quella privata.
È necessario infatti bilanciare bene le scelte in base alla fase di vita personale e professionale che stiamo vivendo e al momento storico in cui la nostra azienda si trova, e mixare il numero di iniziative o progetti facendoli ricadere in modo “equilibrato” in entrambe le casistiche, mettendo la propria visione personale nel linguaggio dei risultati, che è quello che parla il business.
È innegabile che perseguire obiettivi di breve periodo permette di dare subito agli stakeholder evidenza dei risultati raggiunti, ma dall’altra parte è lecito chiedersi che tipo di obiettivi si stiano raggiungendo in poco tempo. È allo stesso tempo innegabile che lavorare su obiettivi di lungo periodo dia la possibilità di pianificare risultati di un certo livello, ma impone di chiedersi come rendere sostenibile il lavoro dal punto di vista economico e non solo.
Oggi è sempre più difficile darsi obiettivi a medio termine e ancor più complicato pianificare i risultati nel lungo periodo con una visione che vada oltre i 3 anni.
Certamente le cause sono sia la trasformazione dei contesti economici, l’instabilità dei mercati e la velocità con cui si modificano, anche radicalmente, gli scenari; sia la difficoltà a gestire le resistenze di chi vorrebbe risultati immediati, come coloro che vorrebbero subito veder realizzati i frutti dei propri investimenti o del proprio lavoro, o di coloro che non hanno una naturale predisposizione al cambiamento e fanno resistenza (con quest’ultimi, spesso, l’unica soluzione è “lo strappo” con cui trascinarli e sperare che possano capire l’utilità del cambiamento vivendolo). Sono dinamiche difficili da gestire e che richiedono molta forza interiore per viverle.
La cosa importante è essere sempre in movimento, essere una fucina di idee e progetti; la velocità del movimento dipenderà – anche – dalla velocità delle persone che ti circondano, in particolare di quelle che sarai riuscito a coinvolgere.
Strategia e tattica, breve e lungo periodo, sono due binomi che portano intrinsecamente con sé tanti benefici quanti punti di allerta. Andrea racconta di aver trovato il suo trade off nel pianificare traguardi importanti (lungo periodo) disegnando allo stesso tempo tutti i piccoli passi (breve periodo) da compiere per raggiungere il traguardo; dal suo racconto traspira una certa preferenza per il lavoro a lungo termine poiché questo impone di riflettere sul perché delle cose e di ricercare il confronto con gli altri (colleghi, amici, capi, collaboratori).
Dalla discussione emerge la definizione di equilibrio come uno “stato di benessere precario”, ed è bella perché ci fa riflettere proprio sul movimento, sulla necessità di non accontentarsi mai e di avere, sempre, la mente puntata a cosa succederà nel futuro, sia che si tratti di futuro a breve che a lungo termine. Così come l’assertività non è una via di mezzo tra remissione e aggressività, bensì una sintesi superiore, così l’equilibrio tra le due visioni non è una media di attività a breve e a lunga scadenza, ma un tipo di approccio, un modo diverso di vedere le cose e di lavorare per vederle realizzate.
È bella e significativa la battuta finale di Andrea che, quando gli viene chiesto se si senta meglio nell’attuale ruolo di Direttore Innovazione o nel precedente di Direttore Commerciale, risponde senza esitare che preferisce la posizione attuale. Poi fa una pausa e riprende dicendo che avrebbe risposto che si sentiva più a suo agio come Direttore Commerciale, se la domanda gli fosse stata posta quando ricopriva quel ruolo.
Questo perché è fermamente convinto che ognuno debba essere concentrato sul presente, senza perdere tempo nel guardarsi indietro, e che se si accetta una nuova sfida lo si deve fare in modo consapevole e ci si impegna fino in fondo nel portarla avanti con la giusta automotivazione.
Far-accadere-le-cose: che sia di breve o di lungo periodo, il nostro scopo deve essere sempre quello di portare le cose al compimento nel modo migliore che possiamo in quel momento, di dare concretezza alle buone idee, alternando azioni immediate a momenti di attesa e pianificazione più intensa.
Il manager in grado di trovare il giusto trade off tra breve e lungo periodo, di coniugare l’ossessione dei risultati con l’etica del modo di raggiungerli è colui che ha ordine nelle idee e nell’agenda e capacità di pensiero strategico e tattico ma allo stesso tempo è colui che lavora per lasciare il mondo migliore di come lo ha trovato, trattando gli altri nel modo in cui vorrebbe che fossero trattati i suoi figli.
Un manager così è colui che riduce le distanze tra sé e i propri collaboratori perché sa che rinunciando a qualcosa oggi otterrà molto di più domani, come insegnano le statistiche sulla produttività del personale negli ambienti di lavoro sani.

Rispetto dei ritmi biologici: mito o realtà?



Venerdì 20 ottobre 2017 si è svolto un incontro del Forum “Pensiero e Società” con Stefano Cianfarani, Presidente Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP), per parlare del tema  “Rispetto dei ritmi biologici: mito o realtà?”

Nel 2017 il Premio Nobel per la Medicina è stato assegnato a tre scienziati statunitensi Jeffrey C. Hall, Michael Rosbash e Michael W. Young per la scoperta dei meccanismi molecolari che controllano i ritmi circadiani. La motivazione del premio è stata “La vita sulla Terra si è sempre adattata alla rotazione del nostro pianeta. Tutti gli organismi viventi, inclusi gli esseri umani, hanno un orologio biologico interno che li aiuta ad anticipare e adattarsi al ritmo regolare della giornata. Ma come funziona effettivamente questo orologio?”

Quanto vende il marchio “America Latina” nel mondo?



È possibile creare per il Continente latino americano un marchio vendibile in tutto il mondo? A questa impegnativa domanda hanno cercato di dare una risposta Donato Di Santo, Segretario Generale dell’IILA (Istituto Italo Latino Americano con sede a Roma) e Juan De La Torre, CEO della società di comunicazione La Machi, con sede a Roma, Barcellona, Buenos Aires e San Francisco. All’incontro organizzato da MediatrendsAmerica (prestigioso Osservatorio sull’America Latina) e svoltosi nel noto albergo Giustiniano di Roma, hanno partecipato numerosi rappresentanti del mondo diplomatico accreditato in Italia, nonché giornalisti italiani ed esteri. Moderatore è stato il giornalista peruviano Roberto Montoya.

Il Segretario Generale dell’IIlA Di Donato ha iniziato il suo intervento ricordando che l’Istituto sta festeggiando il suo cinquantesimo compleanno. Fortemente voluto a suo tempo da Amintore Fanfani, questo organismo non ha uguali nel mondo. Col tempo è diventato un preciso punto di riferimento per tutti i Paesi Latino Americani presenti in Italia ma anche un ponte per gli italiani interessati a visitare, vivere o investire nel subcontinente americano.

Si tratta, secondo Di Donato, di valorizzare due concetti: la pace e la stabilità. Premesse indispensabili per rafforzare ulteriormente i rapporti con un Continente che in passato ha ospitato milioni di italiani. Di Donato ha poi ricordato una serie di iniziative avviate dell’Istituto che ha acquisto anche lo status di osservatore presso le Nazioni Unite.

Uno dei cavalli di battaglia dell’IILA sarà comunque quello di favorire la collaborazione tra le piccole e medie imprese italiane e le omologhe latino americane. Ciò potrebbe comportare, tra l’altro, la possibilità per i giovani italiani di fare degli stage presso aziende dislocate nell’America Latina, e per i giovani di quel Continente di effettuare una esperienza in Italia.

Il responsabile della società La Machi, Juan della Torre, ha messo in rilievo l’importanza di presentare l’America Latina con un’immagine forte. Da una veloce raccolta di pareri tra le persone intervenute all’incontro è emerso che l’America Latina evoca soprattutto colore, gioventù, allegria, integrazione sociale e razziale. L’aspetto più negativo è rappresentato dalla sicurezza. “Ed è su questo aspetto preciso”, ha sottolianto De La Torre, “che i Governi Latino Americani debbono fare molto e comunicare meglio”.

In chiusura dell’incontro il moderatore Montoya a ricordato che MediatrendsAmerica è intenzionata ad allargare la sua attività di ricerca anche gli Stati Uniti e al Canada. Ma sul prossimo appuntamento ha mantenuto il più assoluto Top Secret.

Come preparare il proprio successore



Martedì 10 ottobre 2017, Alessandro Bernardini – Direttore HR at Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, ha guidato  la riflessione sul tema del successore.
La domanda chiave è: come formare in modo «robusto» i propri collaboratori per poi selezionare il potenziale proprio successore?
Bernardini organizza il suo speech con un approccio multifocale: da una parte riporta le caratteristiche che i collaboratori si aspettano dal proprio capo in ottica di sviluppo, dall’altra le sue personali esperienze con i suoi capi e per finire la sua visione e il suo approccio alla crescita delle persone.
Rispetto al primo punto, le caratteristiche individuate afferiscono a 3 insiemi: quello della comunicazione, quello del metodo, cioè della relazione, e in ultimo quello dei valori.


COMUNICAZIONE 
• Parlare CON le persone e non delle persone
• Saper riconoscere i propri ERRORI
• COMUNICAZIONE EFFICACE E CHIARA, sempre, soprattutto nei momenti difficili; dare sempre FEEDBACK, perché aiutano a crescere

METODO
• Boss vs. Leader: imposizione vs. condivisione
• Valorizzazione delle ATTITUDINI INDIVIDUALI: il capo deve saper capire in cosa eccelle un proprio collaboratore
• Far leva su TUTTO IL TEAM e non su pochi
• Trasferimento delle proprie competenze

VALORI
• ETICITÀ ed equità
• Intelligenza socio organizzativa: saper contestualizzare i problemi
• ENTUSIASMO, creatività e innovazione
• AUTOREVOLEZZA e determinazione nelle decisioni

Quello delineato nella tabella è senza dubbio l’identikit del Servant Leader e ciò è confermato, in senso opposto, dalla descrizione che Bernardini fa della sua esperienza con i propri capi: far pesare il proprio ruolo, uso distorto del conflitto organizzativo, personalizzazione dei risultati, sono solo alcune delle caratteristiche di una tipologia di capo che, lungi dall’essere “servant”, corrisponde più ad un modello antico di leader che mette il proprio successo davanti a tutto.
Parlando infine della propria visione e del proprio approccio alla crescita delle persone, tassello essenziale per l’individuazione e la scelta del proprio successore, Alessandro aggiunge altri elementi al profilo già ben delineato di servant leader:
• Mettere la Persona prima del collaboratore
• Nutrire passione ed entusiasmo per la sperimentazione e l’innovazione
• Prendersi qualche rischio accettando una certa Informalità nella relazione, andando anche un po’ al di là del ruolo
• Delegare ma definire per bene le aspettative
• Far esercitare i propri collaboratori a coltivare l’idea di Auto-sviluppo e non attendere solo che l’azienda ti metta davanti questa o quella opportunità
• Definire bene gli obiettivi e fornire feedback per lavorare in modo congiunto sulle aree di miglioramento
• Trasferire competenze e metodo di lavoro
• Riconoscere i propri errori e non alimentare la cultura della colpa.

Nonostante si riesca a scrivere la ricetta con gli ingredienti giusti per far crescere le persone, scegliere il proprio successore non è affare da poco, e la possibilità di farlo davvero dipende da molti fattori come ad esempio la cultura aziendale o il grado di rigidità dell’organizzazione. Nel rugby il capitano è scelto dallo
spogliatoio, che individua colui che inequivocabilmente è il suo leader… potrebbe essere uno spunto per i nostri team?
Sarebbe bello, ma allo stesso tempo non possiamo omettere, data l’onestà insita nei nostri dibattiti, che a volte il tema “successore” è visto come un problema perché vuol dire che dobbiamo fare un passo indietro per lasciare spazio a quel certo collaboratore è diventato più bravo di noi.

Siamo pronti a farlo?
Ancora una volta, il tutto dipende da come abbiamo inteso il nostro lavoro, da quale “missione” guida il nostro operato e da quanto abbiamo capito che, in effetti, un buon manager è colui che ha preparato un ottimo successore.

 

Cosa comporta mantenere comportamenti etici?



Per la serie di incontri su Servant leadership, martedì 19 settembre 2017 è intervenuta l’arch. Carola Giuseppetti  – Direttore Generale di Sidief S.p.A. sul tema Parafrasando il Papa “Esiste una managerialità con la emme maiuscola? Cosa comporta mantenere comportamenti realmente etici? Esiste una linea di confine invalicabile o a volte va oltrepassata?

L’incontro è stato moderato dall’ing. Roberto Apollonio. Qui di seguito, una relazione sui contenuti della serata.

Ci ritroviamo di fronte a 3 domande “semplici”, non certo perché siano di facile risposta ma perché sono immediate, dirette e richiedono vero confronto senza troppi giri di parole.
Ed è con stile pragmatico e in modo altrettanto diretto che Carola Giuseppetti, Direttore Generale di Sidief – sede del ciclo invernale di seminari – avvia la riflessione a partire, come previsto dallo stile degli incontri, dalla propria esperienza attuale e passata.
Sidief è la location giusta perché permette a Carola di raccontare il suo modo di vedere l’Etica nel management e di farlo proprio a partire dalle prime fasi della sua avventura come Direttore Generale: il primo passo è stato scegliere le persone, giuste, sulla base di criteri come la professionalità, la correttezza, la disciplina, la famiglia e la varietà di interessi oltre il lavoro. Il secondo passo è stato trattare tutti con trasparenza, meritocrazia, educazione e ordine. Il risultato? Dopo 4 anni, un team di 133 persone che gestisce, valorizzandolo, il patrimonio immobiliare di Banca d’Italia composto da circa 10.000 unità in 26 città, e con un bilancio costantemente in attivo.
Ciò che emerge dal racconto di Carola è che Etica e business sono un binomio possibile da combinare, ma non è un fenomeno che avviene per caso, richiede una precisa volontà di tutti, manager per primi. Così scopriamo che strumenti come il Codice Etico, scritto e approvato dal board e comunicato e condiviso in prima persona con il personale, diventa un potente strumento di management, in grado di guidare il comportamento di ognuno. Allo stesso modo il regolamento del personale, spesso visto come un documento pieno di “comandi”, è visto come un manifesto che contiene regole, chiare, ma allo stesso tempo migliorabili se il buon senso e il contesto lo richiedono.
Tutto questo ha delle ricadute organizzative non certo trascurabili: coinvolgimento, partecipazione, attenzione ai costi e ai dettagli, solo per citarne alcune. Così, Alessandro Nuvoli, responsabile delle risorse umane fortemente voluto da Carola, ci racconta che si creano gruppi di lavoro per scegliere la macchinetta del caffè, che un collega chiede diversi preventivi per fare una spesa di 100 euro, oppure che il tempo del lavoro viene regolato anche in base al periodo in cui ci sono le recite a scuola per permettere a ciascuno di seguire i propri figli. Utopia? Non proprio, perché in maniera molto concreta ciascuno sa che dovrà tornare in ufficio per terminare il proprio lavoro o, se necessario, dovrà lavorare nel week end per recuperare.
Il Management by Ethics crea un luogo dove esiste la possibilità di dare, di contribuire con il proprio operato. E non è questo uno dei più potenti strumenti di management?
Il manager in grado di creare un contesto simile è un manager con la M maiuscola, uno che sa bene che il suo obiettivo non è soltanto creare regole e farle rispettare per essere soddisfatto del numeretto in fondo a destra alla fine dell’anno.
Il Manager sa che deve prendersi cura delle sue persone e sente la responsabilità di difendere la propria rotta, prendendo certe decisioni, anche quando sarebbe più semplice lasciar perdere o fare delle eccezioni… perché è proprio quando hai principi forti che devi faticare di più per rimanere integro.
A pensarci bene, questo Manager non fa altro che rispettare le aspettative riposte in lui da chi lo ha scelto, perché, come dice Carola “…se hanno scelto me per guidare quest’azienda, un motivo ci sarà, e io non voglio tradire le aspettative…”
Il Manager sa che esiste una linea di confine da oltrepassare…una linea che demarca la differenza tra manager e Manager, tra chi gestisce risorse e chi valorizza Persone; una linea che rappresenta un limite che richiede di essere superato per permettere al manager di fare posto alla Persona e diventare Manager. Tempo (il proprio) a disposizione dell’altro, voglia di comprendere,
flessibilità, integrità, equilibrio tra business e qualità della vita, fermezza, sorriso… sono solo alcune delle caratteristiche presenti in un servant manager, che esercita la sua leadership centrata sui valori, sul cuore e sui comportamenti.
Prendendo in prestito una metafora dal mondo dell’edilizia, possiamo dire che il Manager deve essere DOSATO, VIBRATO e ARMATO. Come nel processo di composizione del cemento, il Manager che agisce per valori deve essere DOSATO, per essere presente nel modo giusto nelle situazioni importanti; come il cemento deve essere VIBRATO per evitare la formazione di bolle d’aria, così il Manager sa
che deve evitare sbavature e facili eccezioni che potrebbero minare la sua integrità e quella di tutta l’azienda. Infine, deve essere ARMATO, cioè solido e resistente per resistere agli urti che inevitabilmente la sua posizione gli riserverà.
L’esperienza raccontata da Carola fa sembrare il connubio etica-management una cosa semplice, ma è evidente che non è così: è lecito chiedersi quanto il contesto Sidief, più simile ad una start up che ad una azienda matura, abbia facilitato le cose oppure se, immaginando di innestare l’intero team di Carola in un’altra realtà aziendale, si otterrebbero gli stessi risultati. Una cosa è certa: il cambiamento lo fanno le persone di un’azienda e non certo i muri e se poi le persone sono guidate da un Manager che ha in mente il principio guida del “fare accadere le cose”, allora le probabilità di vedere il cambiamento realizzato aumentano di molto. E se si sbaglia, esiste sempre la possibilità di dire “Ok, ho sbagliato, scusa” e ripartire.

 

Mons. Sorondo: “Ecco perché il Papa parla di ecologia”



E’ giusto che il S. Padre si occupi di questioni come i cambiamenti climatici e lo sviluppo sostenibile? E a distanza di due anni, come è stata recepita od osteggiata l’enciclica Laudato Si’? Sono stati i temi al centro dell’incontro organizzato da Mediatrends America Europa, un osservatorio indipendente che studia le tendenze dell’informazione internazionale, che ha visto come relatore mons. Marcelo Sanchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze. Il vescovo argentino è stato tra i principali collaboratori di Papa Francesco nel redigere la lettera sulla tutela ambientale. Il focus dell’incontro era centrato sull’America Latina e ha visto la partecipazione di diversi ambasciatori sud americani presso la S. Sede, ma il discorso si è inevitabilmente allargato agli altri continenti.

La casa comune
“Il Papa ha il diritto-dovere di parlare della nostra relazione con la casa comune che è la terra” ha affermato mons. Sorondo, partendo da due tesi. “La prima è che la Chiesa deve accompagnare lo sviluppo sostenibile degli esseri viventi. Si può dire che la scienza stia riscoprendo la creazione, con 400 galassie sparse nell’universo. Bisognerebbe istituire una festa dedicata a Dio Creatore, perché la creazione è un mistero. Dunque l’uomo è custode del pianeta”. Ma, ha sottolineato Sorondo, “il pianeta è malato. Il clima sta subendo gli effetti del riscaldamento globale ed è un cambiamento antropico, determinato dall’uomo. L’incremento eccessivo di anidride carbonica va a incidere sul ciclo dell’acqua. E se si altera questo, si altera il clima e la vita stessa. Quando si parla di suicidio, non è una metafora”. La seconda tesi è che a soffrire le conseguenze di tali mutamenti “sono i poveri, sia come singoli che come popoli. Ora, tutte queste cose non stanno direttamente nel Vangelo. Ma il Papa assume concetti che stanno nella società”. Il vescovo ha citato Galileo e i due libri, quello della natura e quello della rivelazione, che non sono in contrasto. “Questi cambiamenti per la comunità scientifica sono verità, e verità di fatto. Perciò il Papa ha due motivi per occuparsene. Il primo è appunto che deve utilizzare le verità scientifiche come usa quelle filosofiche: è la sana dottrina che serve all’uomo. Il secondo è che è un’attività umana e tutte le attività umane in qualche modo hanno un’etica, riguardano la fede e la morale”. Il mancato rispetto della natura rischia di “tornare indietro come un boomerang“, pertanto l’”ecologia va affrontata alla pari di temi come il bene comune, la giustizia, la persona umana”.

Il mondo laico
La sensazione, tuttavia, è che la Laudato Si’ abbia avuto un’accoglienza migliore in ambito non cattolico. E’ così? E perché? “Effettivamente ha avuto una buona accoglienza nel mondo accademico e in quello non cristiano che già da anni si occupava di questi temi, li conosceva da più tempo“. E il vescovo ha fatto un esempio. Il re di Norvegia ha organizzato un convegno sulla deforestazione al quale, oltre a scienziati, esperti e politici, ha voluto che partecipassero anche aborigeni di diverse parti del mondo, dall’Amazzonia all’Africa all’Asia, perché era stato due volte in Brasile dove aveva riscontrato nella popolazione indigena una preoccupazione simile a quella degli scienziati per il riscaldamento globale, pur non comprendendone le cause. “Ma anche il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, se ne era occupato. E lo stesso Benedetto XVI, in un’omelia di Natale, aveva detto che Gesù nasceva in una ‘baracca’ a significare che veniva a ricreare il mondo distrutto dal peccato. Non a caso fu definito ‘il Papa verde‘. Ora, è vero che ci sono interpretazioni eccessive. In Belgio – ha raccontato Sorondo – ci sono stati dei vegani che hanno interpretato l’enciclica in senso vegetariano… Ma in generale i vescovi non sono molto preparati sui temi ecologici. Penso che bisognerebbe creare degli istituti di climatologia nelle università cattoliche” per migliorare la formazione.

Le conseguenze
Lo sfruttamento incontrollato della Terra ha tra le sue conseguenze la povertà che diventa una forma di schiavitù e “crea migrazione, lavoro forzato, tratta di esseri umani e prostituzione, che è quanto di più disumano si possa trovare. Benedetto XVI, tornando dal suo viaggio in Germania, disse chiaramente la prostituzione non si può giustificare perché è un degrado della donna e ancora di più, un crimine contro l’umanità. E non è vero che non c’è niente da fare: si può e si deve fare molto”.

L’Onu e Cop 21
L’influenza del Papa è servita, ha ricordato mons. Sorondo, a votare all’unanimità all’Onu i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile. Altrettanto importante il risultato del Cop 21 che obbliga tutti i Paesi ad agire per diminuire il riscaldamento globale. “Molto grave“, per questo, la decisione di Trump di non rispettare gli accordi, anche se sia l’opinione pubblica che la stessa amministrazione americana sono divise. “Così hanno perso la leadership morale del mondo” ha affermato Sorondo, aggiungendo che “al Cop 21 ci sono stati scienziati che si opponevano ai dati sul riscaldamento ma sappiamo che erano pagati dalla lobby dei petrolieri”.

La sfida
Il cancelliere dell’Accademia ha concluso ricordando che occorre cambiare le modalità di produzione dell’energia e le attività umane, riducendo il fossile e valorizzando le energie rinnovabili: “Ci sono problemi, come ad esempio lo stoccaggio – ha detto Sorondo – ma rappresentano un’opportunità, occasioni di lavoro. Serve un programma comune. Con questa enciclica il Papa ha allargato i temi della dottrina sociale della Chiesa”.

di Andrea AcaliInterris

Il Medio Oriente instabile. Visto da Pechino e Teheran

Argomenti:

Venerdì 16 giugno a Roma si è svolto un incontro del laboratorio dedicato ai temi del Medio Oriente e Mediterraneo. Pubblichiamo qui il resoconto di Francesco Bechis per Formiche.

Quando si discute del caos dello scenario mediorientale, tanto più adesso che alla guerra in Siria si stanno aggiungendo nuove tensioni fra i paesi del golfo persico e il Qatar, capita spesso di dimenticarsi di una potenza che in quell’area ha qualcosa di più di qualche affare economico: la Cina. Venerdì mattina in una colazione di lavoro promossa a Roma dal Centro Studi per il Medio Oriente (CEMO) della Fundación Promoción Social de la Cultura, si è cercato di fare il punto degli interessi cinesi nell’area con l’ex Ambasciatore di Italia a Pechino e a Teheran  Alberto Bradanini e il professore della China University of Political Sciences Alessandro Dri.

La crisi diplomatica tra Qatar e gli altri paesi del golfo rischia di dividere il Medio-Oriente in due fronti, con il Qatar e la Turchia da una parte e Arabia Saudita, Bahrein, Egitto e Emirati Arabi dall’altra. Se non è chiara la posizione che assumeranno gli Stati Uniti, che prima criticano il Qatar e poi siglano col suo ministro della Difesa un accordo per la vendita di 36 Jet F5, è ancora meno chiara la posizione che la Cina vorrà tenere sulla crisi diplomatica del golfo.

“Esattamente come gli Stati Uniti, la Cina agisce da regolatore esterno nelle crisi regionali” spiega l’Ambasciatore Bradanini, per anni in rappresentanza diplomatica a Pechino, e dunque fine conoscitore della politica estera cinese. A suo parere i cinesi non interverranno direttamente per risolvere la rottura dei rapporti fra i paesi del golfo, “la Cina ha le idee chiare, non vuole esporsi più di tanto, reputa che questo disastro sia stato generato dalle politiche sbagliate statunitensi”. Un altro attore di primo piano nella regione resta l’Iran, nemico giurato dei sauditi. Durante il Summit di Astana dell’8 e 9 giugno con la Russia e gli altri paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (SCO), i cinesi hanno supportato l’ipotesi di un’entrata a pieno titolo nell’organizzazione degli iraniani, già da qualche anno osservatori esterni. Dunque i cinesi hanno buoni rapporti diplomatici con l’Iran di Hassan Rouhani, che a sua volta non ha nessuna intenzione di interrompere le relazioni del Qatar, perché, aggiunge l’Ambasciatore, con i qatarioti gli iraniani condividono il South Pars, il più grande giacimento di gas al mondo.

La Cina di Xi Jinping non ha alcun interesse a scatenare una polveriera fra i paesi del Golfo per una serie di motivi precisi. Per quanto a Gibuti, dunque sul lato africano della regione, vi sia un’imponente base militare cinese, non sono gli interessi militari che preoccuperebbero la Cina in caso di un conflitto nell’area, ma quelli commerciali. Non solo infatti i cinesi trovano nell’Arabia Saudita il primo partner commerciale in Medio Oriente, di cui costituiscono i principali acquirenti di petrolio (51 milioni di tonnellate nel 2016), ma hanno anche premura di mantenere buoni rapporti diplomatici con l’Iran, che costituirà un partner fondamentale per il mastodontico programma della “One belt one road”, il progetto di un’immensa rete di comunicazioni terrestri e marittime nell’Eurasia per far rivivere gli antichi fasti della Via della Seta.

“L’iniziativa è nata alla fine del 2013, quando i cinesi proposero l’idea di una cintura economica” precisa il professor Dri, “il progetto mira a risolvere un problema irrisolto dello sviluppo economico cinese: i paesi costieri cinesi producono la gran parte del PIL, le province interne come quelle che si affacciano sulla Russia e sulla Mongolia sono invece le meno sviluppate. L’idea di una cintura di infrastrutture fisiche e digitali che colleghi la Cina all’UE porterebbe sviluppo in queste province più arretrate e nuovi mercati nell’entroterra di materie prime come acciaio e carbone”.

Per portare a termine la costruzione plurimiliardaria di infrastrutture la Cina dovrà camminare su un filo sottile per mantenere la sua proverbiale neutralità nelle sue relazioni diplomatiche in Medio Oriente. Dell’Iran avrà bisogno, e ci sono già accordi fra i due paesi per la costruzione di una rete ferroviaria ad alta tecnologia che congiunga il Golfo all’Europa. Ma la Obor non potrà divenire realtà senza il sostegno dei sauditi e degli altri paesi limitrofi. Non a caso i diplomatici cinesi all’ONU avevano votato a favore, strizzando un occhiolino ai sauditi, sulla famigerata risoluzione 2334 sull’illegalità degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, quando l’amministrazione di Obama, ormai al tramonto, aveva deciso invece di astenersi, scatenando l’ira dei repubblicani e del candidato Donald Trump.