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Mons. Sorondo: “Ecco perché il Papa parla di ecologia”



E’ giusto che il S. Padre si occupi di questioni come i cambiamenti climatici e lo sviluppo sostenibile? E a distanza di due anni, come è stata recepita od osteggiata l’enciclica Laudato Si’? Sono stati i temi al centro dell’incontro organizzato da Mediatrends America Europa, un osservatorio indipendente che studia le tendenze dell’informazione internazionale, che ha visto come relatore mons. Marcelo Sanchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze. Il vescovo argentino è stato tra i principali collaboratori di Papa Francesco nel redigere la lettera sulla tutela ambientale. Il focus dell’incontro era centrato sull’America Latina e ha visto la partecipazione di diversi ambasciatori sud americani presso la S. Sede, ma il discorso si è inevitabilmente allargato agli altri continenti.

La casa comune
“Il Papa ha il diritto-dovere di parlare della nostra relazione con la casa comune che è la terra” ha affermato mons. Sorondo, partendo da due tesi. “La prima è che la Chiesa deve accompagnare lo sviluppo sostenibile degli esseri viventi. Si può dire che la scienza stia riscoprendo la creazione, con 400 galassie sparse nell’universo. Bisognerebbe istituire una festa dedicata a Dio Creatore, perché la creazione è un mistero. Dunque l’uomo è custode del pianeta”. Ma, ha sottolineato Sorondo, “il pianeta è malato. Il clima sta subendo gli effetti del riscaldamento globale ed è un cambiamento antropico, determinato dall’uomo. L’incremento eccessivo di anidride carbonica va a incidere sul ciclo dell’acqua. E se si altera questo, si altera il clima e la vita stessa. Quando si parla di suicidio, non è una metafora”. La seconda tesi è che a soffrire le conseguenze di tali mutamenti “sono i poveri, sia come singoli che come popoli. Ora, tutte queste cose non stanno direttamente nel Vangelo. Ma il Papa assume concetti che stanno nella società”. Il vescovo ha citato Galileo e i due libri, quello della natura e quello della rivelazione, che non sono in contrasto. “Questi cambiamenti per la comunità scientifica sono verità, e verità di fatto. Perciò il Papa ha due motivi per occuparsene. Il primo è appunto che deve utilizzare le verità scientifiche come usa quelle filosofiche: è la sana dottrina che serve all’uomo. Il secondo è che è un’attività umana e tutte le attività umane in qualche modo hanno un’etica, riguardano la fede e la morale”. Il mancato rispetto della natura rischia di “tornare indietro come un boomerang“, pertanto l’”ecologia va affrontata alla pari di temi come il bene comune, la giustizia, la persona umana”.

Il mondo laico
La sensazione, tuttavia, è che la Laudato Si’ abbia avuto un’accoglienza migliore in ambito non cattolico. E’ così? E perché? “Effettivamente ha avuto una buona accoglienza nel mondo accademico e in quello non cristiano che già da anni si occupava di questi temi, li conosceva da più tempo“. E il vescovo ha fatto un esempio. Il re di Norvegia ha organizzato un convegno sulla deforestazione al quale, oltre a scienziati, esperti e politici, ha voluto che partecipassero anche aborigeni di diverse parti del mondo, dall’Amazzonia all’Africa all’Asia, perché era stato due volte in Brasile dove aveva riscontrato nella popolazione indigena una preoccupazione simile a quella degli scienziati per il riscaldamento globale, pur non comprendendone le cause. “Ma anche il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, se ne era occupato. E lo stesso Benedetto XVI, in un’omelia di Natale, aveva detto che Gesù nasceva in una ‘baracca’ a significare che veniva a ricreare il mondo distrutto dal peccato. Non a caso fu definito ‘il Papa verde‘. Ora, è vero che ci sono interpretazioni eccessive. In Belgio – ha raccontato Sorondo – ci sono stati dei vegani che hanno interpretato l’enciclica in senso vegetariano… Ma in generale i vescovi non sono molto preparati sui temi ecologici. Penso che bisognerebbe creare degli istituti di climatologia nelle università cattoliche” per migliorare la formazione.

Le conseguenze
Lo sfruttamento incontrollato della Terra ha tra le sue conseguenze la povertà che diventa una forma di schiavitù e “crea migrazione, lavoro forzato, tratta di esseri umani e prostituzione, che è quanto di più disumano si possa trovare. Benedetto XVI, tornando dal suo viaggio in Germania, disse chiaramente la prostituzione non si può giustificare perché è un degrado della donna e ancora di più, un crimine contro l’umanità. E non è vero che non c’è niente da fare: si può e si deve fare molto”.

L’Onu e Cop 21
L’influenza del Papa è servita, ha ricordato mons. Sorondo, a votare all’unanimità all’Onu i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile. Altrettanto importante il risultato del Cop 21 che obbliga tutti i Paesi ad agire per diminuire il riscaldamento globale. “Molto grave“, per questo, la decisione di Trump di non rispettare gli accordi, anche se sia l’opinione pubblica che la stessa amministrazione americana sono divise. “Così hanno perso la leadership morale del mondo” ha affermato Sorondo, aggiungendo che “al Cop 21 ci sono stati scienziati che si opponevano ai dati sul riscaldamento ma sappiamo che erano pagati dalla lobby dei petrolieri”.

La sfida
Il cancelliere dell’Accademia ha concluso ricordando che occorre cambiare le modalità di produzione dell’energia e le attività umane, riducendo il fossile e valorizzando le energie rinnovabili: “Ci sono problemi, come ad esempio lo stoccaggio – ha detto Sorondo – ma rappresentano un’opportunità, occasioni di lavoro. Serve un programma comune. Con questa enciclica il Papa ha allargato i temi della dottrina sociale della Chiesa”.

di Andrea AcaliInterris

Il Medio Oriente instabile. Visto da Pechino e Teheran

Argomenti:

Venerdì 16 giugno a Roma si è svolto un incontro del laboratorio dedicato ai temi del Medio Oriente e Mediterraneo. Pubblichiamo qui il resoconto di Francesco Bechis per Formiche.

Quando si discute del caos dello scenario mediorientale, tanto più adesso che alla guerra in Siria si stanno aggiungendo nuove tensioni fra i paesi del golfo persico e il Qatar, capita spesso di dimenticarsi di una potenza che in quell’area ha qualcosa di più di qualche affare economico: la Cina. Venerdì mattina in una colazione di lavoro promossa a Roma dal Centro Studi per il Medio Oriente (CEMO) della Fundación Promoción Social de la Cultura, si è cercato di fare il punto degli interessi cinesi nell’area con l’ex Ambasciatore di Italia a Pechino e a Teheran  Alberto Bradanini e il professore della China University of Political Sciences Alessandro Dri.

La crisi diplomatica tra Qatar e gli altri paesi del golfo rischia di dividere il Medio-Oriente in due fronti, con il Qatar e la Turchia da una parte e Arabia Saudita, Bahrein, Egitto e Emirati Arabi dall’altra. Se non è chiara la posizione che assumeranno gli Stati Uniti, che prima criticano il Qatar e poi siglano col suo ministro della Difesa un accordo per la vendita di 36 Jet F5, è ancora meno chiara la posizione che la Cina vorrà tenere sulla crisi diplomatica del golfo.

“Esattamente come gli Stati Uniti, la Cina agisce da regolatore esterno nelle crisi regionali” spiega l’Ambasciatore Bradanini, per anni in rappresentanza diplomatica a Pechino, e dunque fine conoscitore della politica estera cinese. A suo parere i cinesi non interverranno direttamente per risolvere la rottura dei rapporti fra i paesi del golfo, “la Cina ha le idee chiare, non vuole esporsi più di tanto, reputa che questo disastro sia stato generato dalle politiche sbagliate statunitensi”. Un altro attore di primo piano nella regione resta l’Iran, nemico giurato dei sauditi. Durante il Summit di Astana dell’8 e 9 giugno con la Russia e gli altri paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (SCO), i cinesi hanno supportato l’ipotesi di un’entrata a pieno titolo nell’organizzazione degli iraniani, già da qualche anno osservatori esterni. Dunque i cinesi hanno buoni rapporti diplomatici con l’Iran di Hassan Rouhani, che a sua volta non ha nessuna intenzione di interrompere le relazioni del Qatar, perché, aggiunge l’Ambasciatore, con i qatarioti gli iraniani condividono il South Pars, il più grande giacimento di gas al mondo.

La Cina di Xi Jinping non ha alcun interesse a scatenare una polveriera fra i paesi del Golfo per una serie di motivi precisi. Per quanto a Gibuti, dunque sul lato africano della regione, vi sia un’imponente base militare cinese, non sono gli interessi militari che preoccuperebbero la Cina in caso di un conflitto nell’area, ma quelli commerciali. Non solo infatti i cinesi trovano nell’Arabia Saudita il primo partner commerciale in Medio Oriente, di cui costituiscono i principali acquirenti di petrolio (51 milioni di tonnellate nel 2016), ma hanno anche premura di mantenere buoni rapporti diplomatici con l’Iran, che costituirà un partner fondamentale per il mastodontico programma della “One belt one road”, il progetto di un’immensa rete di comunicazioni terrestri e marittime nell’Eurasia per far rivivere gli antichi fasti della Via della Seta.

“L’iniziativa è nata alla fine del 2013, quando i cinesi proposero l’idea di una cintura economica” precisa il professor Dri, “il progetto mira a risolvere un problema irrisolto dello sviluppo economico cinese: i paesi costieri cinesi producono la gran parte del PIL, le province interne come quelle che si affacciano sulla Russia e sulla Mongolia sono invece le meno sviluppate. L’idea di una cintura di infrastrutture fisiche e digitali che colleghi la Cina all’UE porterebbe sviluppo in queste province più arretrate e nuovi mercati nell’entroterra di materie prime come acciaio e carbone”.

Per portare a termine la costruzione plurimiliardaria di infrastrutture la Cina dovrà camminare su un filo sottile per mantenere la sua proverbiale neutralità nelle sue relazioni diplomatiche in Medio Oriente. Dell’Iran avrà bisogno, e ci sono già accordi fra i due paesi per la costruzione di una rete ferroviaria ad alta tecnologia che congiunga il Golfo all’Europa. Ma la Obor non potrà divenire realtà senza il sostegno dei sauditi e degli altri paesi limitrofi. Non a caso i diplomatici cinesi all’ONU avevano votato a favore, strizzando un occhiolino ai sauditi, sulla famigerata risoluzione 2334 sull’illegalità degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, quando l’amministrazione di Obama, ormai al tramonto, aveva deciso invece di astenersi, scatenando l’ira dei repubblicani e del candidato Donald Trump.

Superare un Noriega per tornare a crescere



Lo stato guidato da Maduro, la crisi economica e gli equilibri mutati in Sud America. Perché “in un altro contesto ideologico la sospensione del paese dal Mercosur non ci sarebbe stata”

di Maurizio Stefanini
Il Foglio, 30 Maggio 2017

“È morto Manuel Antonio Noriega!”. La notizia arriva quando Ana María de León, da due mesi nuova ambasciatrice di Panama in Italia, sta per cominciare uno degli incontri che ogni mese organizza Mediatrends America-Europa, l’osservatorio indipendente per giornalisti latino-americani e latino-americanisti a Roma. Si dovevano analizzare i progetti di integrazione economica che da un po’ affollano le agende dei leader della regione, dal Mercosur all’Alleanza del Pacifico, dal Caricom all’Unasur, dalla Sica al Celac, ma la discussione si è spostata sull’ex dittatore panamense.

“Noriega?”. L’imbarazzo è evidente, anche dopo il tweet dell’attuale presidente di Panama Juan Carlos Varela: “Morte di Manuel A. Noriega chiude un capitolo della nostra storia; i suoi figli e i suoi familiari hanno diritto a un seppellimento in pace”. Di suo de León non aggiunge altro, preferisce concentrarsi sulla crescita del Paese e sui molti fronti di integrazione economica con gli stati sud americani. Un miglioramento economico che nasce proprio dalla cacciata di Noriega, come disse al Foglio il suo predecessore Fernando Berguido Guizado: “È stato grazie all’intervento americano del 1989 se Panama è oggi il Paese che cresce più in America Latina. È  stato un intervento cruento, ma ha permesso di porre fine a vent’anni di dittatura militare”.

Un passato che Panama è riuscito a superare, ma che si ripropone ancora in altre zone del continente. Ad esempio in Venezuela. E’ l’ambasciatore dell’Uruguay, Gastón Alfonso Lasarte Burghi, a ricordare come lo stato guidato da Maduro sia ancora sopeso dal Mercosur. E’ Juan Fernado Holguín Flores, ambasciatore dell’Ecuador, a ricordare cosa sta succedendo nel paese e a precisare: “In realtà non è stato sospeso per i problemi politici, ma per il non compimento di un gran numero di obblighi nell’area commerciale”, ma “bisogna essere onesti: in un altro contesto ideologico questa sospensione non ci sarebbe stata”, soprattutto dopo il cambio di governo in Argentina e Brasile, elezioni che hanno “cambiato i rapporti di forza” in Sud America.

“Non solo il governo dell’Ecuador, ma tutti i governi dell’Unasur stanno cercando di evitare che la situazione in Venezuela degeneri”, precisa Holguín Flores. “Come farlo? Questo è il problema. Bisogna creare occasioni di dialogo, e gli strumenti dell’Integrazione stanno lì”. Lo sforzo diplomatico è notevole, anche per il rappresentante di un governo che ufficialmente è ancora uno stretto alleato ideologico di Maduro.

Dal dibattito esce l’immagine di Lenin Moreno che sta cercando di essere mediatore ed era stato proprio lui stesso a dire, il giorno dell’insediamento di voler avere uno stile più disteso rispetto a Correa. “Anche Correa dialogava”, anche se notoriamente avevesse un carattere piuttosto iracondo (“l’ex-presidente Correa diceva sempre: io sono un essere umano”, scherza l’ambasciatore): “Diceva: ‘Sono emotivo. Vengo da una città come Guayaquil, non cambierò la mia natura’. Io però, che lo conosco personalmente, posso testimoniare che è una persona che sa dialogare. Moreno può sembrare più tranquillo, ma non è meno fermo. Può cambiare il linguaggio, ma non la linea”. Nonostante i i risultati economici e sociali ora non siano dei migliori: “A parte il crollo dei prezzi del petrolio, come economia dollarizzata il nostro export soffre per la sopravvalutazione del dollaro”. Che però Correa ha mantenuto, malgrado le possibile pregiudiziali ideologiche in contro. “Una volta dollarizzati, non è proprio il caso di uscirne”. Un po’ come non è il caso di uscire dall’euro? “Esattamente. Costerebbe troppo”.  Promemoria per Grillo: che sul suo blog ha spesso indicato la politica economica d Rafael Correa come ideale punto di riferimento per i Cinque Stelle.

Relazioni tra le Americhe: continuità e cambiamenti

Argomenti:

Un’analisi sullo stato di salute dei vari raggruppamenti economici e politici in cui si articolano le nazioni del nord, del centro e del sud. I processi di integrazione in America Latina vivono una rinnovata spinta politica che si sviluppa su differenti fronti e varie velovità. Esistono molteplici organizzazioni regionali o subregionali  di integrazione e aggregazione (Mercosur, Alianza del Pacifico, Can, Caricom, Unasur, Sica, Alba e Celac).

I relatori sono: Ana María de León de Alba, Ambasciatrice della Repubblica di Panama in Italia; Gaston Lasarte Burghi, Ambasciatore della Repubblica Orientale dell’Uruguay in Italia  e  Juan Holguin Flores, Ambasciatore della Repubblica dell’Ecuador in Italia,

La colazione di lavoro si svolgerà il prossimo martedì  30 maggio  2017, alle 9.30 della mattina presso l’Hotel NH Giustiniano, Via Virgilio,1, Roma.

Qualità della vita e qualità del lavoro

Argomenti:

Martedì 16 maggio 2017 si è svolto un incontro ulla qualità della vita dei dipendenti di aziende. La riflessione è stata affidata al dott. Enrico Martines, direttore Formazione, Sviluppo e Innovazione Sociale at Hewlett Packard Enterprise.

Oggi per le imprese è fondamentale parlare della qualità della vita dei propri dipendenti. Cosa si intende per qualità della vita? Questo concetto non contrasta con la necessità di fare profitto?

Sociologo, tre figli, appassionato di tecnologia: così si presenta Enrico Martines quando apre il dibattito sul tema della qualità della vita e dell’inevitabile intreccio con il lavoro.

Come diceva Darwin, “Il lavoro nobilita l’uomo”. Sì, è così. Lo rende migliore, lo eleva a status di Persona abile e capace. Ma non facciamo fatica a portare il nostro pensiero a quei casi in cui, quel “portatore di nobiltà” che è il lavoro entra prepotentemente nella nostra vita, occupando spesso anche spazi non suoi. Ed eccoci sempre disponibili, sempre pronti a rispondere in modo compulsivo ed efficace (apparentemente) ad ogni richiesta, sempre attenti a verificare, anche un pò sperandolo, che sul nostro cellulare ci sia qualche notifica che dobbiamo assolutamente guardare.

Come influisce questo sulla qualità della vita di ciascuno? Siamo sicuri che un continuo “attenzionismo” sia sinonimo di maggiore produttività? Una riflessione sulla qualità della vita e su quanto sia determinante per le imprese favorire un bilanciamento positivo tra vita e lavoro.

Questi gli spunti di riflessione emersi nel terzo workshop.

Se pensiamo a cosa accadeva nell’era industriale, quando l’uomo era funzionale alla produzione al pari di un ingranaggio e lavorava 16 ore al giorno, ci accorgiamo di come il lavoro fosse l’unica attività della giornata, tolta la quale non rimaneva nulla. Fortunatamente, il progresso ha messo fine a quel modello, fino a quando l’orario di lavoro standard di 48 ore a settimana per 6 giorni lavorativi, permetteva al lavoratore di avere del tempo libero da dedicare alla famiglia, alle commissioni, agli hobby. Il lavoro e la vita erano fisicamente separati, tanto che, terminato il proprio orario, si “staccava” dal lavoro.

Oggi l’innovazione tecnologica, che tanto ha portato alla produttività in termini di automazione, velocità e qualità del prodotto e del servizio, ha senza dubbio cambiato nuovamente le regole del gioco. Anche quelle della nostra vita personale. Mail, Whatsapp, Skype, LinkedIn, Facebook, Twitter: mille strumenti per essere sempre raggiunti, mille modi di comunicare, mille modi per far sapere al nostro capo che siamo disponibili, che stiamo sul pezzo. Potremmo essere sempre connessi, ma la domanda è “possiamo decidere anche di non essere connessi? Possiamo essere non disponibili?”. Quello che succede oggi è che il lavoro (certi tipi di lavoro, di sicuro quelli intellettuali) e la vita sono costantemente intrecciati, sono l’uno il prolungamento dell’altra, e se questo sia un bene o un male per la produttività è argomento di confronto e discussione.

Proviamo a mettere ogni tanto il telefono in airplane mode: scopriremo che ci sono tante cose che possono aspettare, senza che ciò crei problemi a nessuno …

Di sicuro la connessione e la disponibilità costante non aiutano in termini di qualità della vita, e pare siano anche antieconomici: si stima che circa il 28% del tempo vada perso a causa delle notifiche, e che addirittura queste stimolino la dopamina come segno di gratificazione, o, al contrario, di cortisolo come segno di frustrazione, ad esempio quando vediamo che un nostro messaggio inviato è stato letto e non abbiamo ricevuto alcuna risposta. La iperconnessione aumenta il bisogno di essere riconosciuti, di essere confermati dagli altri, e questo porta via tante energie.

Se trasliamo questi concetti al rapporto esistente tra manager e collaboratori, è facile capire come tutto ciò non può non avere un impatto in termini di qualità del lavoro e qualità della vita. Spesso il manager, replicando lo stile di leadership che ha imparato, chiede ai suoi collaboratori di essere sempre disponibili ad una call o si aspetta una risposta immediata ad una mail e la battuta “oggi mezza giornata?” è segno evidente di una cultura basata sul “presenzialismo” e sul dover dimostrare di fare sempre e comunque un sacrificio in nome di questo o quel progetto. Con quali risultati?

Se oggi il lavoro è frutto di produzione intellettuale e se il lavoro intellettuale è legato al benessere, allora la ricerca della qualità della vita è una questione di produttività …

Vita e lavoro possono essere felicemente interconnessi, ma non sacrificando l’una a discapito dell’altra. Basti pensare a quegli esempi virtuosi di smart working: lavorare dove e quando si vuole, superando il limite del controllo con la cultura del risultato. Una condizione di libertà come quella offerta dallo smart working e l’assenza di vincoli rigidi e tradizionali favoriscono la creatività e la capacità di trovare soluzioni alternative. Inoltre, la possibilità di organizzare i propri orari integrandoli con le esigenze familiari, e di risparmiare il tempo per gli spostamenti casa-lavoro, abbassa lo stress e permette di essere più concentrati. Questo, se da un lato può avere evidenti effetti positivi sulla qualità del lavoro, specie per quelle professioni in cui la creatività e il problem solving sono fattori essenziali, dall’altro può influire positivamente anche sullo star bene dell’individuo e più in generale sulla qualità della vita dei dipendenti.

Se non sei buono per te stesso non sei buono per la tua famiglia. Se non sei buono per la tua famiglia, non sei buono per l’azienda …

La qualità del lavoro e la qualità della vita sono dunque legate in modo circolare: lavorare bene e serenamente influisce sulla qualità del lavoro e sulla qualità della vita personale, una persona che sta bene lavora meglio, è più ingaggiata ed è più disponibile a fare sacrifici. È necessario però tutelarsi da un rischio, e cioè che dietro l’innalzamento della qualità della vita (e di quella del lavoro) di qualcuno, ci sia uno sfruttamento del lavoro di qualcun altro a bilanciare delle leggi dell’economia non sempre giuste. Questo rimanda al più ampio tema della distribuzione della ricchezza, che trascende la singola realtà aziendale e si allarga agli aspetti socio politici ed economici del Paese e del mondo intero.

Se facciamo l’esercizio di rimanere concentrati su quello su cui possiamo agire direttamente, il qui ed ora, dobbiamo porci una domanda chiara: “Come posso portare, nella mia azienda, questo seme della qualità, tanto del lavoro quanto della vita?”. Lo smart working è l’unica soluzione? La risposta è da ritrovare, ancora una volta, nella cultura e cioè nei comportamenti: certamente, in un’azienda in cui il top management valorizzi l’importanza della qualità della vita anche attraverso la flessibilità del lavoro è tutto più facile, ma il cambiamento può avvenire anche dal basso attraverso il role modeling, cioè la capacità di indirizzare colleghi e collaboratori con l’esempio. Il problema dei manager di oggi è che hanno imparato un paradigma di gestione delle risorse che oggi risulta inadeguato proprio perché più basato sul controllo della presenza che su quello dell’efficienza del lavoro svolto.

Cosa succederebbe se sostituissimo questo paradigma con quello della fiducia, della attenta pianificazione del lavoro e della responsabilizzazione di ciascuno? In quest’ottica la tecnologia può essere davvero una grande alleata nel far dialogare vita personale e carriera, bisogni familiari ed esigenze di business.

Autori

Paolo Petrucciani (*), 65 anni, matematico con specializzazione in cibernetica socio-comportamentale, è un consulente di direzione certificato, CMC – certified management consultant dal 1994 presso APCO-ICMCI, membro del Consiglio Territoriale della Delegazione APCO Lazio, è stato socio ordinario AIF, svolge attività di consulenza di direzione e organizzazione da circa trent’anni per grandi aziende e strutture organizzative di vari settori industriali, prevalentemente multinazionali, nazionali e aziende pubbliche. È Amministratore Unico di Epistema Srl (epistema.it/), co-autore di 3 libri, di cui un e-book, e di oltre 50 articoli e saggi tecnici pubblicati su riviste specializzate. Fa parte della redazione della rivista Officine Einstein (officineeinstein.eu), come responsabile della sezione «Cultura e Comportamenti aziendali» e pubblica anche articoli, in modo non continuativo, su il Caos Management di Barbara Herreros e Giuseppe Monti (caosmanagement.it/) e altri riviste e magazine on-line.

Raffaele Santoro (**), laureato in psicologia, master in bilancio delle competenze e orientamento degli adulti, six sigma yellow belt, è Key Accunt Manager di InforGroup Academy (inforgroup.eu/InforgroupforBusiness/EducationinAcademy.aspx), Gruppo De Pasquale (gruppodepasquale.com). Esperto di formazione e dei processi di apprendimento, è stato HR consultant presso il Consorzio ELIS, dove ha lavorato con grandi imprese ideando e sviluppando progetti formativi complessi in area Operation & Safety. E’ stato il responsabile, in qualità di Service Manager, della fornitura dei servizi integrati per la salute e sicurezza sul lavoro per il MiBACT. Knowledge worker e co-designer, collabora con team internazionali in progetti di facilitazione dei gruppi di lavoro. È formatore sui temi della crescita personale, della comunicazione interpersonale e dell’intelligenza emotiva.

Perché un leader dovrebbe essere umile?

Argomenti:

Lunedì 3 aprile 2017 si è parlato del tema “Perché un leader dovrebbe essere umile?” con una riflessione d’apertura a cura del dott. Fabio Rubeo (Global Supply Chain Director – Integration,Planning & Logistic – at Philip Morris International).

Perché un leader dovrebbe essere umile? Al leader investito di autorità e potere poche volte si esige umiltà, una virtù fondamentale per il successo personale e per quello dell’impresa.

Le domande sono tante, il rischio di cadere nella semplice morale è alto: ma perché mai un leader, un uomo di successo, dovrebbe essere umile? Addirittura “servire” le proprie persone?

Questi gli spunti di riflessione emersi nel secondo workshop.

Lo stile pragmatico che contraddistingue il nostro dibattito permette a Fabio di andare dritto al punto. Esiste un modo non tradizionale di avere successo ed essere leader, ed esistono persone e organizzazioni di successo che hanno fatto della leadership di servizio [Servant Leadership] il loro punto di forza, come ad esempio Procter & Gamble che già 170 anni fa divideva parte dei profitti con i dipendenti, oppure il Cavalier Michele Ferrero, che quando assunse il comando dell’azienda nel ’57 scrisse una lettera ai suoi dipendenti in cui manifestava le sue intenzioni: “Mi impegno a dedicare tutte le mie attività e tutti i miei sforzi per questa azienda e vi assicuro che mi sentirò soddisfatto solo quando sarò riuscito, con risultati concreti, a garantire a voi e ai vostri figli un futuro sicuro e tranquillo.” Oramai sempre più ricerche mostrano come il successo delle aziende dipenda da tre fattori: formazione, qualità dei rapporti, raccontare le buone pratiche.

Il mio essere manager deve essere utile …

Procter & Gamble e Ferrero: due esempi di servant leadership che, a livello mondiale, sono riconosciute organizzazioni di successo. Un caso? Forse, oppure potrebbe darsi che l’avere a cuore i bisogni dei propri collaboratori e la loro crescita come individui e non solo come lavoratori, porti ciascuno a migliorare le proprie performance e di conseguenza l’azienda a raggiungere risultati eccellenti. Se il tema è così chiaro, per quale motivo nell’esperienza comune è più frequente incontrare capi e non leader, ed è più frequente vedere leader tradizionali piuttosto che servant leader, umili e al servizio degli altri? Le spiegazioni sono molteplici e risiedono senza dubbio nella sfera culturale di persone e aziende e nel modo in cui viene inteso il successo, sia esso personale che professionale.

Dietro un grande manager che raggiunge grandi risultati c’è sempre un grande team …

Il servant leader, così come descritto da Robert K. Greenleaf negli anni ’70, contrappone all’idea del successo legata all’accumulo di potere e al riconoscimento personale, un’innovativa e coraggiosa idea di gratificazione derivata dalla condivisione dei risultati con i propri collaboratori. Uno stile di leadership differente, in cui la classica dinamica del capo che “comanda” il collaboratore e che lo vede come “risorsa da gestire per raggiungere i propri obiettivi”, viene stravolta dalla semplicità e dall’umiltà del capo che vede le proprie risorse come “persone”, che si prende cura della loro crescita e che tiene alla loro realizzazione sia personale che professionale. La ricaduta aziendale di questo modello consiste nell’aver compreso che al centro non va il cliente, ma il proprio dipendente, infatti così otterremo un maggiore attaccamento all’azienda, al suo sviluppo, alla soddisfazione del cliente. La vera rivoluzione consiste nel fatto che è la “comunità” e non il prodotto che permette di raggiungere l’obiettivo.

Che valore ha un manager che centra gli obiettivi di fatturato ma al tempo stesso spacca il proprio team?

Se identifichiamo il successo – personale e professionale – con la quantità di cose possedute, con il numero di riconoscimenti ottenuti, con la quantità di potere accumulato, è evidente che l’idea di dover servire gli altri per realizzarci, per avere successo e, perché no, per essere felici, non ha motivo di svilupparsi in noi. Il punto è che il vero leader ha il compito di aiutare gli altri e far progredire le persone del suo team, e si dice che un manager viene considerato di successo in base a come organizza la sua successione, in base cioè a come prepara i suoi collaboratori ad essere nuovi leader. C’è quindi un modo diverso di intendere il successo, e sempre molte più organizzazioni lo stanno riconoscendo, preferendo strategie che garantiscano risultati anche a lungo termine, salvaguardando persone (famiglie) e ambiente. Non sempre però – anzi quasi mai – il cambiamento viene dall’alto, e potrebbe essere necessario dover prendere delle decisioni coraggiose per rispondere a richieste poco “etiche” da parte dei nostri capi.

Cosa fare in questi casi? Ancora una volta, come per la gestione dell’errore, si tratta di essere coerenti con se stessi, di trovare un equilibrio tra l’uomo e il professionista e di essere pronti a difendere le proprie scelte e i propri comportamenti: perché si sa che scegliere di essere umili, di essere al servizio degli altri, non è la scelta più facile per un manager.

Se non sei umile ti chiudi e non ascolti …

Serve una “virata culturale”, una rivoluzione di coloro che guidano gli altri ascoltando invece che urlando; serve cambiare le regole del gioco e l’unico modo per farlo è iniziare da noi stessi.

Costarica. Un economia diversificata

Argomenti:

L’economia costaricense viene oggi trainata dai servizi, che contribuiscono per il 56,2% al Pil totale. Questo settore viene incentivato per favorire la diversificazione di un sistema economico altrimenti statico e fragile agli squilibri internazionali. Fino a pochi anni fa infatti il Costa Rica era proiettato solo allo sfruttamento – e quindi all’esportazione – delle materie prime e dell’agroalimentare, in linea con gli altri paesi dell’America Latina.

Nazioni come Venezuela, Ecuador, Colombia, Argentina, Peru’, Cile e Brasile – secondo stime del 2014 – ancora fondano oltre la metà delle proprie esportazioni sul petrolio e altri prodotti come ferro, carbone, cereali, banane, caffè. Un sistema come quello venezuelano, dove il 98.0% dell’expo nel 2014 era costituito da petrolio, ferro e alluminio, racchiude un fattore di forte rischio, che negli ultimi anni è drammaticamente emerso: col rallentamento della domanda cinese nel 2012, e poi il generale crollo del prezzo delle materie pochi anni dopo, Caracas e economie analoghe in tutta l’America Latina sono andate incontro a enormi difficoltà. Nel 2015, il crollo della domanda straniera segnò un record storico, paragonabile solo ai livelli di 80 anni prima, con un conseguente peggioramento delle diseguaglianze sociali.

Il Costa Rica tuttavia a partire dagli anni Ottanta ha visto un progressivo declino nella vendita dei prodotti dell’industria tradizionale, che se nel 1986 rappresentavano il 67% dell’expo totale, nel 2015 sono scesi al 14%. Questo a favore del terziario – in cui il turismo ‘ecologico’ gioca un ruolo chiave – dei servizi, e dell’industria tecnologica e dell’innovazione. Ad esempio, nel 2015 al primo posto si sono collocate le macchinari e apparecchiature medico-sanitarie. In totale, San José vende a 156 paesi 4.359 prodotti differenti. Composto per oltre la metà dai servizi, il resto del Pil e’ costituito per il 24,4% dal settore manifatturiero e da quello delle costruzioni, e poi dall’8% da agricoltura e settore minerario.

Tale processo di diversificazione tuttavia non è ancora finito. Lo spiega alla DIRE l’ambasciatore del Costa Rica in Italia, Cristina Eguizabal Mendoza, a margine dell’incontro di stamani a Roma su ‘America Latina: le sfide dopo un decennio di prosperità, organizzato da Mediatrends America-Europa, osservatorio indipendente sull’attualità latino americana.

Per l’ambasciatore “non e’ una buona cosa ne’ avere troppi servizi e pochi prodotti alimentari, né l’inverso, cioè una dipendenza enorme dalle esportazioni di materie prime”. Al contrario, “abbiamo bisogno di continuare a diversificare il nostro sistema anche per seguire l’evoluzione della domanda sui mercati internazionali, che cambia giorno per giorno”, suggerisce l’ambasciatore Eguizabal.

In questo, l’Europa è un soggetto molto importante, “dove esportiamo principalmente frutta e verdura, tra cui ananas e meloni, ma crediamo che quei paesi, e l’Italia in particolare, possano diventare un mercato importante per i nostri servizi. L’Olanda ad esempio- aggiunge la rappresentante di San José – importa molti prodotti manifatturieri. La multinazionale Intel è un grande compratore di circuiti integrati. L’Italia può quindi diventare un mercato interessante”.

Bibliografia del laboratorio Servant Management

Argomenti:

A cura di Paolo Petrucciani e Raffaele Santoro, pubblichiamo la lista di testi, siti e altri riferimenti utili per il lavoro del laboratorio Servant Management.

 

ARSS – Associazione Romana Studi e Solidarietà (2017): “Ciclo di Incontri su Servant Leadership”. (febbraio 2017).

Facebook (2017): Discorso di Papa Francesco all’ILVA (27 maggio 2017),

Entrepreneur (2017): “How to Retain Employees through ‘Servant’ Leadership”. (magazine on-line) (1 marzo 2017),

Bruno Vitali (2015): “Tremila giorni. Fiat: la metamorfosi e il racconto”. Marsilio, 2015,

Leonardo Bechetti (2014): “Manifesto dell’economia civile”. Editore il Mulino, 2014. 

Paolo Petrucciani (2013): La comunitocrazia e la risposta delle aziende”. Officine Einstein, n. 12, 4 maggio 2013, (magazine on-line).

Paolo Petrucciani (2013): “Trasformare la cultura aziendale in valore”. Officine Einstein, n. 10, 3 maggio 2013, (magazine on-line).

Henry Mintzberg (2009): “Rebuilding Companies as Communities”. Harvard Business Review, July-August 2009, https://hbr.org/2009/07/rebuilding-companies-as-communities,

Henry Mintzberg (2009): “L’azienda come comunità”. Harvard Business Review, versione italiana, Settembre 2009,

Paolo Petrucciani (2009): “Come trasformare la cultura in valore (prima, seconda e terza parte)”. pubblicato sulla rivista elettronica “Il Caos Managementn.444546, settembre-ottobre-novembre 2009.

Robert K. Greenleaf (1977): “Servant Leadership – A Journey into the Nature of Legitimate Power and Greatness”. Paulist Press 1977,

Robert K. Greenleaf (1970): “The servant as leader”. Cambridge, Massachusetts, Center for Applied Studies, 1970,

L’Europa ed il futuro della Turchia

Argomenti:

Venerdì 24 marzo alle ore 21.00 si è svolto un incontro del Forum “Pensiero e Società” con Mustafa Cenap Aydin, cofondatore dell’Istituto Tevere, un centro per il dialogo interculturale, sul tema “Europa ed il futuro della Turchia”.

Da dove deve iniziare il manager del futuro?

Argomenti:

Martedì 14 marzo 2017 è iniziato il Laboratorio Arss “Servant Management’ con una riflessione d’apertura a cura dell’ing. Roberto Apollonio, Internal Auditer Director di WindTre.

Il Manager e l’errore: quanto siamo consapevoli dei nostri errori e quanto desideriamo realmente correggerci e farci correggere? Solo manifestando apertamente questo atteggiamento otterremo dai nostri collaboratori una predisposizione positiva che contrasti la paura dell’errore e la conseguente attitudine a nasconderlo.

Riconoscere di aver sbagliato è sinonimo di debolezza? Il manager migliore è quello che non ammette errore da sé e dai suoi collaboratori o è vero il contrario?

Questi sono alcuni degli spunti di riflessione emersi nel primo workshop.

La gestione delle persone in azienda e la valorizzazione dei propri collaboratori sono temi sempre più legati all’efficienza delle persone e al miglioramento della produttività. Ma, nel cosiddetto People Management, quanta attenzione c’è davvero alla Persona (con la “P” maiuscola)? Quanto interesse c’è alla crescita dell’uomo oltre che a quella del lavoratore? È un tema di estrema rilevanza, che richiama altri concetti altrettanto importanti e attuali come ad esempio il work-life balance.

Essere non apparire

Quello che vogliamo approfondire oggi è la crescita umana della Persona che sta dietro, e che forse viene prima del manager. Roberto Apollonio fornisce delle direttrici chiave: “Essere, non apparire” è la sua frase d’esordio. Nella vita come nel lavoro è l’unico modo per ottenere credibilità ed essere accettati dalle persone, anche dai propri collaboratori.

Il binomio manager-errore sembra essere un tabù, come se, una volta assunte posizioni di grande responsabilità in azienda (e nella vita), ci si credesse invincibili e lontani dalla possibilità di commettere sbagli. La naturale conseguenza di un simile approccio è la tendenza a nascondere l’errore quando questo inevitabilmente si presenta …, perché l’errore è parte integrante del lavoro di ognuno, prima o poi capita a tutti di sbagliare. Un manager che sia anche un leader ha la responsabilità di far crescere i propri collaboratori secondo principi di onestà, sincerità e integrità, evitando di instaurare una cultura della colpa che porti ciascuno a sottrarsi alle proprie responsabilità.

Sono più forte quando riconosco l’errore e lo ammetto

Riconoscere di aver sbagliato non ci rende più deboli agli occhi dei nostri collaboratori e dei nostri capi, anzi il contrario. “Quando so di aver sbagliato, che succeda al lavoro con il mio capo o a casa con mia moglie o con i miei figli, non sono sereno e sento il bisogno di liberarmi. Solo ammettendo l’errore si riesce a ritrovare la serenità per lavorare bene e per essere un buon manager, un buon padre e un buon marito”. Certo, ci vuole umiltà per dire “ho sbagliato”, l’umiltà ci permette di dare spazio alla possibilità di sbagliare, ci consente di ammettere che siamo fallibili e quindi anche di riconoscere i nostri errori. Il manager umile è in grado di prendere decisioni importanti assumendosi le sue responsabilità ma al tempo stesso sa quanto sia importante che il consenso passi anche attraverso il confronto con i suoi collaboratori. Allo stesso tempo per poter correggere in modo efficace conviene farlo sempre singolarmente. In gruppo è necessario intervenire solo nei momenti in cui è necessario un chiarimento tra più persone per tentare di riportare i rapporti nella normalità.

“Sta tutto nel proprio essere”: certamente il contesto conta molto, ed è facile trovare ambienti aziendali molto competitivi o nei quali addirittura l’errore possa essere usato come arma contro chi lo ha commesso, come ad esempio accade per la professione di avvocato o consulente o medico, dove addirittura un errore può estrometterti dal mercato, ma in ogni caso “è la struttura morale che permette di ammettere l’errore”.

Vince l’uomo o vince il professionista?

D’altra parte, il contesto e il team possono anche facilitare l’accettazione dello sbaglio e aiutare a trarne validi insegnamenti. L’etica di gruppo, cioè la condivisione di uno spirito che sostiene il prossimo tanto nella valorizzazione dei propri talenti quanto nel rialzarsi dopo un insuccesso, permette a ciascuno non solo di ammettere l’errore, ma di condividerlo per farne quella che si chiama una lesson learned. Per facilitare questa prassi potrebbe essere utile creare un accountability dell’errore per relativizzare alcune tipologie di errore e per concentrarsi solo su quelli importanti per la vita dell’azienda e del gruppo di lavoro a cui si appartiene.

Forse si tratta di sottrarsi, una volta per tutte, a quel dualismo che deve veder vincere o l’uomo o il professionista e che richiede sempre di sacrificare una parte per soddisfare l’altra. Forse dobbiamo smettere di essere Dr. Jekyll nella vita e Mr. Hide nel lavoro, è arrivato il momento di far intrecciare, in un’ottica win win, umanità e competenza, integrità e abilità, sincerità e perizia.