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Mediatrends

Quanto vende il marchio “America Latina” nel mondo?



È possibile creare per il Continente latino americano un marchio vendibile in tutto il mondo? A questa impegnativa domanda hanno cercato di dare una risposta Donato Di Santo, Segretario Generale dell’IILA (Istituto Italo Latino Americano con sede a Roma) e Juan De La Torre, CEO della società di comunicazione La Machi, con sede a Roma, Barcellona, Buenos Aires e San Francisco. All’incontro organizzato da MediatrendsAmerica (prestigioso Osservatorio sull’America Latina) e svoltosi nel noto albergo Giustiniano di Roma, hanno partecipato numerosi rappresentanti del mondo diplomatico accreditato in Italia, nonché giornalisti italiani ed esteri. Moderatore è stato il giornalista peruviano Roberto Montoya.

Il Segretario Generale dell’IIlA Di Donato ha iniziato il suo intervento ricordando che l’Istituto sta festeggiando il suo cinquantesimo compleanno. Fortemente voluto a suo tempo da Amintore Fanfani, questo organismo non ha uguali nel mondo. Col tempo è diventato un preciso punto di riferimento per tutti i Paesi Latino Americani presenti in Italia ma anche un ponte per gli italiani interessati a visitare, vivere o investire nel subcontinente americano.

Si tratta, secondo Di Donato, di valorizzare due concetti: la pace e la stabilità. Premesse indispensabili per rafforzare ulteriormente i rapporti con un Continente che in passato ha ospitato milioni di italiani. Di Donato ha poi ricordato una serie di iniziative avviate dell’Istituto che ha acquisto anche lo status di osservatore presso le Nazioni Unite.

Uno dei cavalli di battaglia dell’IILA sarà comunque quello di favorire la collaborazione tra le piccole e medie imprese italiane e le omologhe latino americane. Ciò potrebbe comportare, tra l’altro, la possibilità per i giovani italiani di fare degli stage presso aziende dislocate nell’America Latina, e per i giovani di quel Continente di effettuare una esperienza in Italia.

Il responsabile della società La Machi, Juan della Torre, ha messo in rilievo l’importanza di presentare l’America Latina con un’immagine forte. Da una veloce raccolta di pareri tra le persone intervenute all’incontro è emerso che l’America Latina evoca soprattutto colore, gioventù, allegria, integrazione sociale e razziale. L’aspetto più negativo è rappresentato dalla sicurezza. “Ed è su questo aspetto preciso”, ha sottolianto De La Torre, “che i Governi Latino Americani debbono fare molto e comunicare meglio”.

In chiusura dell’incontro il moderatore Montoya a ricordato che MediatrendsAmerica è intenzionata ad allargare la sua attività di ricerca anche gli Stati Uniti e al Canada. Ma sul prossimo appuntamento ha mantenuto il più assoluto Top Secret.

Mons. Sorondo: “Ecco perché il Papa parla di ecologia”



E’ giusto che il S. Padre si occupi di questioni come i cambiamenti climatici e lo sviluppo sostenibile? E a distanza di due anni, come è stata recepita od osteggiata l’enciclica Laudato Si’? Sono stati i temi al centro dell’incontro organizzato da Mediatrends America Europa, un osservatorio indipendente che studia le tendenze dell’informazione internazionale, che ha visto come relatore mons. Marcelo Sanchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze. Il vescovo argentino è stato tra i principali collaboratori di Papa Francesco nel redigere la lettera sulla tutela ambientale. Il focus dell’incontro era centrato sull’America Latina e ha visto la partecipazione di diversi ambasciatori sud americani presso la S. Sede, ma il discorso si è inevitabilmente allargato agli altri continenti.

La casa comune
“Il Papa ha il diritto-dovere di parlare della nostra relazione con la casa comune che è la terra” ha affermato mons. Sorondo, partendo da due tesi. “La prima è che la Chiesa deve accompagnare lo sviluppo sostenibile degli esseri viventi. Si può dire che la scienza stia riscoprendo la creazione, con 400 galassie sparse nell’universo. Bisognerebbe istituire una festa dedicata a Dio Creatore, perché la creazione è un mistero. Dunque l’uomo è custode del pianeta”. Ma, ha sottolineato Sorondo, “il pianeta è malato. Il clima sta subendo gli effetti del riscaldamento globale ed è un cambiamento antropico, determinato dall’uomo. L’incremento eccessivo di anidride carbonica va a incidere sul ciclo dell’acqua. E se si altera questo, si altera il clima e la vita stessa. Quando si parla di suicidio, non è una metafora”. La seconda tesi è che a soffrire le conseguenze di tali mutamenti “sono i poveri, sia come singoli che come popoli. Ora, tutte queste cose non stanno direttamente nel Vangelo. Ma il Papa assume concetti che stanno nella società”. Il vescovo ha citato Galileo e i due libri, quello della natura e quello della rivelazione, che non sono in contrasto. “Questi cambiamenti per la comunità scientifica sono verità, e verità di fatto. Perciò il Papa ha due motivi per occuparsene. Il primo è appunto che deve utilizzare le verità scientifiche come usa quelle filosofiche: è la sana dottrina che serve all’uomo. Il secondo è che è un’attività umana e tutte le attività umane in qualche modo hanno un’etica, riguardano la fede e la morale”. Il mancato rispetto della natura rischia di “tornare indietro come un boomerang“, pertanto l’”ecologia va affrontata alla pari di temi come il bene comune, la giustizia, la persona umana”.

Il mondo laico
La sensazione, tuttavia, è che la Laudato Si’ abbia avuto un’accoglienza migliore in ambito non cattolico. E’ così? E perché? “Effettivamente ha avuto una buona accoglienza nel mondo accademico e in quello non cristiano che già da anni si occupava di questi temi, li conosceva da più tempo“. E il vescovo ha fatto un esempio. Il re di Norvegia ha organizzato un convegno sulla deforestazione al quale, oltre a scienziati, esperti e politici, ha voluto che partecipassero anche aborigeni di diverse parti del mondo, dall’Amazzonia all’Africa all’Asia, perché era stato due volte in Brasile dove aveva riscontrato nella popolazione indigena una preoccupazione simile a quella degli scienziati per il riscaldamento globale, pur non comprendendone le cause. “Ma anche il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, se ne era occupato. E lo stesso Benedetto XVI, in un’omelia di Natale, aveva detto che Gesù nasceva in una ‘baracca’ a significare che veniva a ricreare il mondo distrutto dal peccato. Non a caso fu definito ‘il Papa verde‘. Ora, è vero che ci sono interpretazioni eccessive. In Belgio – ha raccontato Sorondo – ci sono stati dei vegani che hanno interpretato l’enciclica in senso vegetariano… Ma in generale i vescovi non sono molto preparati sui temi ecologici. Penso che bisognerebbe creare degli istituti di climatologia nelle università cattoliche” per migliorare la formazione.

Le conseguenze
Lo sfruttamento incontrollato della Terra ha tra le sue conseguenze la povertà che diventa una forma di schiavitù e “crea migrazione, lavoro forzato, tratta di esseri umani e prostituzione, che è quanto di più disumano si possa trovare. Benedetto XVI, tornando dal suo viaggio in Germania, disse chiaramente la prostituzione non si può giustificare perché è un degrado della donna e ancora di più, un crimine contro l’umanità. E non è vero che non c’è niente da fare: si può e si deve fare molto”.

L’Onu e Cop 21
L’influenza del Papa è servita, ha ricordato mons. Sorondo, a votare all’unanimità all’Onu i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile. Altrettanto importante il risultato del Cop 21 che obbliga tutti i Paesi ad agire per diminuire il riscaldamento globale. “Molto grave“, per questo, la decisione di Trump di non rispettare gli accordi, anche se sia l’opinione pubblica che la stessa amministrazione americana sono divise. “Così hanno perso la leadership morale del mondo” ha affermato Sorondo, aggiungendo che “al Cop 21 ci sono stati scienziati che si opponevano ai dati sul riscaldamento ma sappiamo che erano pagati dalla lobby dei petrolieri”.

La sfida
Il cancelliere dell’Accademia ha concluso ricordando che occorre cambiare le modalità di produzione dell’energia e le attività umane, riducendo il fossile e valorizzando le energie rinnovabili: “Ci sono problemi, come ad esempio lo stoccaggio – ha detto Sorondo – ma rappresentano un’opportunità, occasioni di lavoro. Serve un programma comune. Con questa enciclica il Papa ha allargato i temi della dottrina sociale della Chiesa”.

di Andrea AcaliInterris

Superare un Noriega per tornare a crescere



Lo stato guidato da Maduro, la crisi economica e gli equilibri mutati in Sud America. Perché “in un altro contesto ideologico la sospensione del paese dal Mercosur non ci sarebbe stata”

di Maurizio Stefanini
Il Foglio, 30 Maggio 2017

“È morto Manuel Antonio Noriega!”. La notizia arriva quando Ana María de León, da due mesi nuova ambasciatrice di Panama in Italia, sta per cominciare uno degli incontri che ogni mese organizza Mediatrends America-Europa, l’osservatorio indipendente per giornalisti latino-americani e latino-americanisti a Roma. Si dovevano analizzare i progetti di integrazione economica che da un po’ affollano le agende dei leader della regione, dal Mercosur all’Alleanza del Pacifico, dal Caricom all’Unasur, dalla Sica al Celac, ma la discussione si è spostata sull’ex dittatore panamense.

“Noriega?”. L’imbarazzo è evidente, anche dopo il tweet dell’attuale presidente di Panama Juan Carlos Varela: “Morte di Manuel A. Noriega chiude un capitolo della nostra storia; i suoi figli e i suoi familiari hanno diritto a un seppellimento in pace”. Di suo de León non aggiunge altro, preferisce concentrarsi sulla crescita del Paese e sui molti fronti di integrazione economica con gli stati sud americani. Un miglioramento economico che nasce proprio dalla cacciata di Noriega, come disse al Foglio il suo predecessore Fernando Berguido Guizado: “È stato grazie all’intervento americano del 1989 se Panama è oggi il Paese che cresce più in America Latina. È  stato un intervento cruento, ma ha permesso di porre fine a vent’anni di dittatura militare”.

Un passato che Panama è riuscito a superare, ma che si ripropone ancora in altre zone del continente. Ad esempio in Venezuela. E’ l’ambasciatore dell’Uruguay, Gastón Alfonso Lasarte Burghi, a ricordare come lo stato guidato da Maduro sia ancora sopeso dal Mercosur. E’ Juan Fernado Holguín Flores, ambasciatore dell’Ecuador, a ricordare cosa sta succedendo nel paese e a precisare: “In realtà non è stato sospeso per i problemi politici, ma per il non compimento di un gran numero di obblighi nell’area commerciale”, ma “bisogna essere onesti: in un altro contesto ideologico questa sospensione non ci sarebbe stata”, soprattutto dopo il cambio di governo in Argentina e Brasile, elezioni che hanno “cambiato i rapporti di forza” in Sud America.

“Non solo il governo dell’Ecuador, ma tutti i governi dell’Unasur stanno cercando di evitare che la situazione in Venezuela degeneri”, precisa Holguín Flores. “Come farlo? Questo è il problema. Bisogna creare occasioni di dialogo, e gli strumenti dell’Integrazione stanno lì”. Lo sforzo diplomatico è notevole, anche per il rappresentante di un governo che ufficialmente è ancora uno stretto alleato ideologico di Maduro.

Dal dibattito esce l’immagine di Lenin Moreno che sta cercando di essere mediatore ed era stato proprio lui stesso a dire, il giorno dell’insediamento di voler avere uno stile più disteso rispetto a Correa. “Anche Correa dialogava”, anche se notoriamente avevesse un carattere piuttosto iracondo (“l’ex-presidente Correa diceva sempre: io sono un essere umano”, scherza l’ambasciatore): “Diceva: ‘Sono emotivo. Vengo da una città come Guayaquil, non cambierò la mia natura’. Io però, che lo conosco personalmente, posso testimoniare che è una persona che sa dialogare. Moreno può sembrare più tranquillo, ma non è meno fermo. Può cambiare il linguaggio, ma non la linea”. Nonostante i i risultati economici e sociali ora non siano dei migliori: “A parte il crollo dei prezzi del petrolio, come economia dollarizzata il nostro export soffre per la sopravvalutazione del dollaro”. Che però Correa ha mantenuto, malgrado le possibile pregiudiziali ideologiche in contro. “Una volta dollarizzati, non è proprio il caso di uscirne”. Un po’ come non è il caso di uscire dall’euro? “Esattamente. Costerebbe troppo”.  Promemoria per Grillo: che sul suo blog ha spesso indicato la politica economica d Rafael Correa come ideale punto di riferimento per i Cinque Stelle.

Costarica. Un economia diversificata

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L’economia costaricense viene oggi trainata dai servizi, che contribuiscono per il 56,2% al Pil totale. Questo settore viene incentivato per favorire la diversificazione di un sistema economico altrimenti statico e fragile agli squilibri internazionali. Fino a pochi anni fa infatti il Costa Rica era proiettato solo allo sfruttamento – e quindi all’esportazione – delle materie prime e dell’agroalimentare, in linea con gli altri paesi dell’America Latina.

Nazioni come Venezuela, Ecuador, Colombia, Argentina, Peru’, Cile e Brasile – secondo stime del 2014 – ancora fondano oltre la metà delle proprie esportazioni sul petrolio e altri prodotti come ferro, carbone, cereali, banane, caffè. Un sistema come quello venezuelano, dove il 98.0% dell’expo nel 2014 era costituito da petrolio, ferro e alluminio, racchiude un fattore di forte rischio, che negli ultimi anni è drammaticamente emerso: col rallentamento della domanda cinese nel 2012, e poi il generale crollo del prezzo delle materie pochi anni dopo, Caracas e economie analoghe in tutta l’America Latina sono andate incontro a enormi difficoltà. Nel 2015, il crollo della domanda straniera segnò un record storico, paragonabile solo ai livelli di 80 anni prima, con un conseguente peggioramento delle diseguaglianze sociali.

Il Costa Rica tuttavia a partire dagli anni Ottanta ha visto un progressivo declino nella vendita dei prodotti dell’industria tradizionale, che se nel 1986 rappresentavano il 67% dell’expo totale, nel 2015 sono scesi al 14%. Questo a favore del terziario – in cui il turismo ‘ecologico’ gioca un ruolo chiave – dei servizi, e dell’industria tecnologica e dell’innovazione. Ad esempio, nel 2015 al primo posto si sono collocate le macchinari e apparecchiature medico-sanitarie. In totale, San José vende a 156 paesi 4.359 prodotti differenti. Composto per oltre la metà dai servizi, il resto del Pil e’ costituito per il 24,4% dal settore manifatturiero e da quello delle costruzioni, e poi dall’8% da agricoltura e settore minerario.

Tale processo di diversificazione tuttavia non è ancora finito. Lo spiega alla DIRE l’ambasciatore del Costa Rica in Italia, Cristina Eguizabal Mendoza, a margine dell’incontro di stamani a Roma su ‘America Latina: le sfide dopo un decennio di prosperità, organizzato da Mediatrends America-Europa, osservatorio indipendente sull’attualità latino americana.

Per l’ambasciatore “non e’ una buona cosa ne’ avere troppi servizi e pochi prodotti alimentari, né l’inverso, cioè una dipendenza enorme dalle esportazioni di materie prime”. Al contrario, “abbiamo bisogno di continuare a diversificare il nostro sistema anche per seguire l’evoluzione della domanda sui mercati internazionali, che cambia giorno per giorno”, suggerisce l’ambasciatore Eguizabal.

In questo, l’Europa è un soggetto molto importante, “dove esportiamo principalmente frutta e verdura, tra cui ananas e meloni, ma crediamo che quei paesi, e l’Italia in particolare, possano diventare un mercato importante per i nostri servizi. L’Olanda ad esempio- aggiunge la rappresentante di San José – importa molti prodotti manifatturieri. La multinazionale Intel è un grande compratore di circuiti integrati. L’Italia può quindi diventare un mercato interessante”.

La lingua spagnola come mezzo di democratizzazione in America Latina

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Lo spagnolo è la terza lingua più diffusa al mondo, con centinaia di migliaia di parlanti sia nativi che persone la studiano per le ragioni più diverse. Capire in che modo la nostra ‘societa’ digitale’ la sta trasformando e quindi cosa fare per promuoverne l’insegnamento è stato il tema dell’incontro organizzato da Mediatrends America Europa, osservatorio indipendente sulle dinamiche attuali di tipo politico, economico e sociale che caratterizzano i Paesi dell’America Latina.
All’incontro dal titolo ‘Sfide e opportunità della lingua spagnola in un’economia globalizzata e digitalizzata’ sono intervenuti Rosa Jijon, addetta culturale dell’Istituto italo latinoamericano (Iila), e Sergio Rodriguez, direttore dell’Istituto Cervantes di Roma.
La digitalizzazione e la globalizzazione, come spiega Rosa Jijon, sono processi che influenzano qualsiasi lingua, non solo lo spagnolo. Ma quest’ultima – rispetto alle altre – grazie alla sua diffusione geografica, si presenta in tante varianti, al punto che si può arrivare a chiedersi: è più corretto dire ‘spagnolo’ o ‘castigliano’? Secondo l’addetta culturale Iila quindi molto lavoro va fatto per rafforzare la conoscenza dei parlanti nativi rispetto al ‘proprio’ spagnolo, e per incoraggiare bambini e giovani a studiarlo. In questo senso, interessanti sono alcune start-up in America Latina che favoriscono la diffusione tra i cittadini di contenuti culturali, in modo da sostenere “la democratizzazione degli strumenti digitali”. Una di queste ad esempio è concepita per ridurre l’abbandono scolastico in Brasile.
“L’insegnamento della lingua è un obiettivo che possiamo condividere, ma in ultima istanza spetta ai ministeri dell’Educazione portarlo avanti, con i mezzi e gli strumenti di cui sono dotati”. Ne è convinto il direttore dell’Istituto Cervantes, Sergio Rodriguez, il quale insiste anche sull’importanza di recuperare la versione ‘standard’ dello spagnolo rispetto alle trasformazione che nell’uso quotidiano subisce: “‘L’itaniolo’- dice- è un ibrido che in Italia molti parlano, convinti che basti aggiungere la famosa ‘S’ all’italiano per essere in grado di padroneggiare la lingua. Ma non è così.
Anche in questo consiste il ruolo di istituzioni come il Cervantes”, al pari dell’istituto della Crusca per l’italiano dal punto di vista scientifico e di autorevolezza.

Papa Francesco in Messico

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Il 12 febbraio Papa Francesco arriva in Messico per un viaggio di cinque giorni in quello che è il secondo paese cattolico del mondo per popolazione dopo il Brasile. È la settima visita di un Pontefice nello stato sudamericano, dopo i cinque viaggi di Giovanni Paolo II e quello di Benedetto XVI. Ma è la prima volta che sarà ricevuto al Palacio Nacional “come sovrano assoluto dello Stato della Città del Vaticano indipendentemente dalla sua figura apostolica e pastorale”, come spiega al Foglio Mariano Palacios Alcocer, ambasciatore del Messico presso la Santa Sede, in occasione di un incontro organizzato dall’Osservatorio Mediatrends America-Europa. In occasione della prima storica visita di Giovanni Paolo II erano ancora in vigore quelle norme anticlericali che vietavano ai sacerdoti di portare il loro abito religioso fuori delle chiese, e che in pratica il Papa violò. C’era pure un divieto ai riconoscimenti formali tra stato e Vaticano, talmente forti che l’allora presidente, per aggirare il problema, finse di atterrare casualmente col suo elicottero vicino e in contemporanea a quello di Giovanni Paolo II, apposta per potergli dare un informale ma epocale saluto.
Palacios Alcocer ci racconta di aver fatto parte della Commissione che tolse dalla Costituzione i suoi articoli anticlericali. “Tutte le otto Costituzioni che il Messico aveva avuto tra il 1813 e il 1856 avevano stabilito il cattolicesimo come religione obbligatoria, e quella del 1857 dava libertà di coscienza ma con preferenza per il cattolicesimo”, ci spiega. “Nella Costituzione del 1917 c’era invece l’articolo terzo, che negava alla chiesa il diritto all’Educazione. L’articolo quinto, che negava ai religiosi il voto. L’articolo 24, che limitava la libertà di credo. L’articolo 27, che vietava alle chiese di possedere beni. L’articolo 130, che negava la personalità giuridica. I gruppi che avevano trionfato durante la Rivoluzione messicana imposero una Costituzione radicale e giacobina e in particolare quando il presidente Calles tentò di regolamentare l’articolo 130 ci fu l’insurrezione dei cattolici in nome della libertà di coscienza passata alla Storia come Cristiada. Dopo la guerra seguì un lungo periodo di coesistenza tra stato e chiesa su basi sostanzialmente amichevoli, ma formalmente gli articoli anticlericali sono durati 75 anni. Fui anch’io tra coloro che elaborarono il progetto di riforma del 1991, che fu approvato nel 1992 e che ha permesso sia il riconoscimento dei diritti della chiesa sia il riconoscimento diplomatico tra Messico e Santa Sede”.
Però quando nel suo ultimo viaggio nel paese Giovanni Paolo II fu ricevuto per la prima volta da un presidente come Vicente Fox, che si proclamava cattolico, questi si chinò, insieme alla moglie per baciare la mano del pontefice, generando grandi polemiche. “Il fatto che il Papa sia ora ricevuto al Palacio Nacional ha un significato simbolico importantissimo”. Ma sta accadendo anche un’altra cosa notevole. Riconoscendogli un miracolo, il Papa ha fatto il primo passo verso la canonizzazione di José Sanchez del Rio, un guerrigliero “Cristero” quattordicenne, torturato e ucciso nel 1928. Un passo clamoroso, perché da una parte la chiesa ufficiale non aveva mai dato un vero e proprio imprimatur ai Cristeros. Dall’altro, non sono mancate polemiche da parte di chi ha accostato il ragazzino a tanti bambini soldato, vittime delle guerre e delle guerriglie di oggi. Peraltro, dopo i due mandati presidenziali di Fox e Calderón, che appartenevano al cattolico Partito di azione nazionale, con Peña Nieto è tornato al governo il Partito rivoluzionario istituzionale, erede dei rivoluzionari giacobini. Eppure è proprio con il nuovo presidente del Pri e con il Papa che canonizza il bambino cristero che avviene questo incontro al Palacio Nacional. Significa che ormai tutto il mondo politico messicano è pronto a dare sulla Cristiada un giudizio storico più comprensivo? “La Cristiada fu una protesta contro quella che veniva considerata una violazione della libertà di coscienza”, spiega Alcocer. “La valutazione storica della Cristiada è un processo giustificato alla luce di fatti post-rivoluzionari che avevano causato una ferita lacerante nella coscienza del popolo del Messico. Proprio questo processo ci permette oggi di dare valore alla capacità di risolvere i problemi con il dialogo, la comprensione e la distensione, piuttosto che con la violenza”.