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Manca la volontà politica per combattere la fame nel mondo

Argomenti:

“Il cambiamento climatico in questo momento è innegabile, ed eliminare la fame non sarebbe un problema, come ha dimostrato il Brasile, perché “l’umanità produce più di quanto consuma e un terzo del cibo è sprecato. Manca quindi la volontà politica di risolvere il problema”.
Lo ha affermato venerdì 22 giugno 2018 il Consigliere Speciale, Partnership Sud-Sud FAO, Fernando Ayala, Ambasciatore Emerito del Cile, in occasione di una colazione di lavoro tenutasi a Roma presso l’Hotel NH Giustiniani, sul tema: “Cambiamenti climatici ed energia in America Latina”, organizzata da Mediatrends America.
L’Ambasciatore Emerito ha presentato i dati di agenzie come ECLAC e FAO sul cambiamento climatico e la mancanza di adattamento dei paesi per affrontarlo, che compromette la sicurezza alimentare. In particolare, ha sottolineato le difficoltà dell’America centrale.

La sfida dell’emigrazione regionale in America Latina



Colazione di lavoro “La sfida dell’emigrazione regionale in America Latina. Normativa, Spazio comune e libera circolazione di lavoratori”, giovedì 31 maggio 2018, presso l’Hotel NH Giustiniano, Via Virgilio 1, Roma.

Relatori:
• L’Ambasciatrice della Repubblica del Costarica in Italia, Dott.ssa Cristina Eguizábal Mendoza (vedi la sua intervista)
• Il Console Generale della Repubblica dell’Honduras a Roma, Dott.ssa Giselle Canahuat (vedi la sua intervista)

 

Emigrazione. Un problema che ormai attanaglia tutto il mondo. Anche nella lontana America Centrale convivono due realtà completamente opposte: in Honduras oltre 2 milioni di persone hanno lasciato il proprio Paese mentre in Costa Rica, nessuno emigra. Anzi, le porte sono spalancate verso tutti i cittadini dei Paesi vicini. Ad affrontare questa interessante realtà è stato l’Osservatorio indipendente Mediatrends America-Europa che studia le tendenze dell’informazione internazionale e che si propone di analizzare gli aspetti più significativi riscontrati nell’ambito dei media. In questo modo vengono, tra l’altro, facilitati i rapporti tra i giornalisti che lavorano in Europa e quelli impegnati nelle Americhe.

Per l’occasione sono stati invitati come relatori in un noto albergo romano l’Ambasciatrice del Costa Rica Cristina Eguizabal Mendoza e il Console Generale dell’Honduras Giselle Canahuati. Erano presenti rappresentanti del mondo diplomatico latino americano e giornalisti italiani ed esteri. A condurre il dibatto è stato il giornalista peruviano Roberto Montoya. Da registrare che complessivamente sono ben 28 milioni i cittadini sei Paesi Latino Americani che sono emigrati, per il 70 per cento negli USA. Per l’Ambasciatrice Eguizabal Mendoza, l’emigrazione è un problema storico che nell’era della globalizzazione ha assunto delle caratteristiche particolari. “Una volta”, ha detto, “la gente partiva per non tornare più. Si scrivevano lettere che arrivavano dopo tre mesi. Oggi, grazie a internet e ai telefonini, il contatto con le origini non si spezza mai. Un’altra differenza è che in passato quasi sempre l’emigrazione era una scelta individuale o familiare. Oggi le emigrazioni vengono organizzate e coordinate da organizzazioni che, purtroppo, spesso sono criminali. Inoltre abbiamo un’immigrazione circolare: la gente va per un periodo ma spesso torna in patria”.

Il Costa Rica viene comunque considerato uno dei Paesi più ospitali del mondo. Come tutti i Paesi americani vige lo ius soli, cioè, diventa cittadino chi è nato sul posto. Anche i diritti sul lavoro vengono rispettati in maniera adeguata. Lo stesso vale per l’assistenza sanitaria e abitativa. Ben diversa è la situazione dell’Honduras, come ha spiegato il Console Canahuati. In questo caso abbiamo a che fare con una massiccia emigrazione dovuta alla povertà alle disuguaglianze croniche, alla presenza di organizzazioni criminali nazionali e internazionali. “Per combattere questo fenomeno”, spiega il Console, “è stato varato una vasto programma sociale da parte del Presidente Juan Orlando Hernandez, soprattutto sul piano abitativo e sanitario. Inoltre si sta combattendo seriamente la corruzione e l’attività delle organizzazioni criminali”.

A proposito di sicurezza la Canahuati a voluto assicurare tutti: “I pericoli ci sono nelle grandi città. Nei luoghi turistici la sicurezza è assicurata molto bene. Quindi venite in Honduras senza timori e scoprire un Paese meraviglioso con della gente splendida.

 

World Youth Day shows ‘dreams can become reality’

Argomenti:

The Archbishop of Panama José Domingo Ulloa Mendieta gave responsibility and power back to young people around the world, declaring that “the youth are the present, not just the future.” The Archbishop spoke these emboldening words at the Friday forum hosted by Mediatrends, during a discussion titled “Why is World Youth Day in Panama important in relation to Central America?”

World Youth Day (WYD), to take place 22nd-27th January 2019 in Panama, is a celebration organised by the Catholic church, intended to unite young people, facilitating interactions between the youth of different countries and backgrounds. It provides an opportunity to share experiences of the Christian faith and aims to inspire hope and optimism for the future.

Ambassador Miroslava Rosas Vargas gave the context behind the organisation of WYD, touching upon the key problems experienced by society, such as drug trafficking and extreme poverty, and consequently emphasising the importance of events such as World Youth Day, as a way of uniting young people and giving them hope and a voice.

WYD intends to “revitalise young people and the church,” by encouraging young people in their lives and in their relationships with one-another, and offering both “material and spiritual support.”

Although organised by the Catholic church, Rosas Vargas stressed that all young people are welcome at WYD, regardless of religion, race or social class, and that the only requirement is an “interest in the celebration” and a desire to participate.

Rosas Vargas described it as a “collaboration,” in which young people come together, embracing a “multi-ethnic and multi-cultural attitude” towards one another and to celebrate and learn about different countries and cultures. There is also the opportunity for young people attending to stay in homes of Panama families, providing further occasions in which to facilitate meetings between different people.

Given the widespread suffering in the world, Archbishop Ulloa articulated the need to achieve world-wide transformation, arguing that this change has to be carried out by the youth, saying that “in unity, there is strength and potential”.

Archbishop Ulloa expressed that, regrettably, being young in this age unavoidably means being exposed to many negative things, and the only way in which productive help and support can really be offered to young people is “to give them opportunities” and to help them “realise their potential.” Archbishop Ulloa said, “to be young is to be a dreamer,” and events such as World Youth Day help to show that “their dreams can become a reality.”

When posed the question “in this instance, why has God chosen to work through Central America?”, Archbishop Ulloaresponded that despite it being a comparatively small region, “God works through the small things.” The Archbishop also expressed his confidence in the initiative saying that when something is in accordance with “the will of God”, God gives us the “strength” to see it through.

An article on Rome Reports

Dove va l’America Latina nel 2018?



All´apparenza quanto accade in America Latina potrebbe sembrare una realtà lontana. Il 2018, però, in particolare per l´America Centromeridionale, è un anno particolare: in sei Paesi circa 350 milioni di elettori sono chiamati alle urne per le elezioni presidenziali e questo, nel mondo della globalizzazione, non potrà non avere i riflessi e importanza negli equilibri geopolitici mondiali, come è emerso da un incontro – promosso a Roma dall´osservatorio Mediatrends America – al quale hanno partecipato il prof. Federico Argentieri, direttore del Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University; il giornalista Roberto Da Rin, inviato permanente in America latina del quotidiano “Il Sole 24 Ore”; Gianni La Bella, portavoce della Comunità di S. Egidio per l´America Latina ed alcuni diplomatici latinoamericani.
Costa Rica, Colombia, Paraguay, Messico, Brasile e Venezuela, in ordine cronologico, sono i sei Paesi dove si voterà. In Costa Rica si è già tenuto il primo turno e il ballottaggio è previsto per il primo aprile. Un caso interessante, perché si tratta di una delle democrazie più forti e stabili dell´area (tra l´altro senza forze armate). E già al primo turno non sono mancate le sorprese: in testa, infatti, è finito un outsider, Fabricio Alvarado, un evangelico conservatore, che al ballottaggio sfiderà l´ex ministro del Lavoro Carlos Alvarado Quesada, del Partito Azione Cittadina, attualmente al governo. Al centro della campagna elettorale i matrimoni gay, dopo che a gennaio la Corte Interamericana dei diritti umani aveva emesso una sentenza, su richiesta del Governo, con cui affermava che il Costa Rica deve garantire le nozze omosessuali e pari diritti ai contraenti. Una decisione, questa, alla quale sono contrari due terzi degli elettori, che hanno così premiato Fabricio Alvarado, che su questo tema è andato controcorrente.
Sul voto hanno però influito anche altri fattori, analizzati nel corso del dibattito da Cristina Eguizábal Mendoza, ambasciatrice del Costa Rica in Italia. “Prima di tutto”, ha affermato, “c´è anche da noi la crisi dei partiti politici tradizionali, causata anche dalla corruzione, partiti che non sono più reti sociali aggreganti. Il secondo aspetto è che i partiti non erano preparati ad un ruolo politico attivo della classe media. Infine, c´è il ´canto della sirena´ dei populismi di destra e di sinistra e, particolarmente in Costa Rica, è forte il populismo evangelico che ha cavalcato l´imposizione della legalizzazione delle nozze gay”.

I fattori in gioco
Al di là di come finiranno le elezioni in Costa Rica, una “lettura unificante è difficile”, secondo il prof. La Bella, docente di Storia Contemporanea all´Università di Modena e Reggio Emilia, per il quale “non corrisponde più alla realtà l´antica ´teoria del pendolo´ secondo la quale in America Latina è finita la fase del socialismo rosa ed è cominciata quella della destra al potere, come dimostrerebbero le recenti elezioni in Cile e Argentina. “Questo”, ha affermato, “è un approccio europeo alla realtà sudamericana, ma ci sono chiavi interpretative nuove e trasformazioni profonde e complesse”.
Tra questi, per La Bella, “l´avvento di Trump, che ha innescato una nuova ondata di antiamericanismo, soprattutto dopo gli insulti ai popoli straccioni; la questione legata alla fine dell´eldorado delle materie prime, con il macigno di un debito pubblico crescente; un passaggio egemonico dalla predominanza nell´area di stampo anglosassone a quella di russi e cinesi; la crisi dell´integrazione, che vede i singoli Paesi latinoamericani sempre più soli nonostante il proliferare di sigle e unioni; infine, il ruolo della Chiesa: l´America Latina non è più l´Occidente estremo ma non è più nemmeno il continente cattolico”.

Lo scenario
Riferendosi ai singoli Paesi, La Bella ha sottolineato come il Brasile si trovi in una fase “di eterna transizione, con una paura del futuro e un drammatico scollamento tra la politica e l´elettorato” e per questo le elezioni si trasformeranno in un referendum pro o contro Lula, che riscuote ancora un consenso impressionante nonostante una fortissima voglia di cambiamento.
In Messico ci sono i problemi storici della criminalità e del narcotraffico, “una violenza che non risparmia preti, giornalisti e sindaci”. Qui la sfida sarà tra il presidente uscente Peña Nieto, Obrador, in vantaggio nei sondaggi, e Anaya Cortes. Il tutto “in piena trattativa per la rinegoziazione del Nafta e con il tema della legalità” sullo sfondo.
In Colombia “la pace avanza ma la violenza resta”, questa la sintesi del portavoce della Comunità di Sant´Egidio, secondo il quale “il negoziato si è di fatto impantanato nella sua realizzazione pratica. Il negoziato con l´Eln è sospeso, anche perché questo non ha voglia di firmare la pace ed è eterodiretto dal Venezuela. La pace a questo punto non è l´oggetto principale della campagna elettorale: c´è voglia di voltare pagina e rimettere le cose a posto”.
Infine, il Venezuela per il quale La Bella ha evidenziato “l´insensatezza della comunità occidentale nel lasciare alla deriva un Paese che rischia di destabilizzare un´area immensa”.

Maduro resta saldo (per ora)
Sul Venezuela, dove si dovrebbe votare a fine anno (ma visti i precedenti il condizionale è d´obbligo) si è soffermato Da Rin. “Gli analisti prevedono un aumento del prezzo del petrolio e se toccherà gli 80 dollari al barile potrebbe risolvere molti dei problemi di Maduro e farlo andare avanti nella sua linea intransigente di assenza di dialogo”. Ma non è l´unico elemento a favore del dittatore chavista: “Da una parte c´è un´opposizione poco coesa, dall´altro il sostegno di Russia e Cina: negli ultimi 10 anni il flusso di aiuti e investimenti cinesi è stato enorme e questo dà forza a Maduro e riduce lo spazio democratico”.
Eppure il Paese chiede cambiamenti: con l´inflazione che oscilla tra l´800 e il 1200% spesso l´unico mezzo di sostentamento è il “carnet della patria”, una sorta di tessera annonaria con cui acquistare il cibo che ha “cubanizzato” il Venezuela ma divide ancora di più perché non tutti ce l´hanno. Sul Messico Da Rin ha sottolineato che sta accadendo una replica delle elezioni americane con un “condizionamento da parte della Russia, con lo stesso sistema di hackeraggio. Il petrolio è al centro degli interessi”.

Il ruolo degli Stati Uniti
Infine, uno degli aspetti su cui si è soffermato il prof. Argentieri è il ruolo degli Stati Uniti: “Dopo la dottrina Monroe” dell´Ottocento e quella “di Roosevelt” all´inizio del Novecento, “il terzo evento che ha caratterizzato la politica americana è stata la costituzione dell´OEA, una sorta di NATO delle Americhe” nella quale la supremazia degli USA era netta. Con lo storico viaggio a Cuba, Paese elevato al rango di “normale interlocutore, sulla base di comprensione e rispetto. Era la fine dell´arroganza” – Obama ha messo fine a questa filosofia e a questa prassi”.
Ora, con Raul Castro che ha già annunciato l´intenzione di cedere il passo (il 19 aprile), secondo Argentieri “non sembra esserci un Gorbaciov cubano all´orizzonte. Il clima con Trump non è favorevole ma anche all´epoca di Gorbaciov c´era Reagan e il clima non era positivo. In ogni casoTrump è una grande disgrazia per l´America Latina”, ha concluso l´esperto.

Carlo Rebecchi , Il Giornale Diplomatico.

 

Quanto vende il marchio “America Latina” nel mondo?



È possibile creare per il Continente latino americano un marchio vendibile in tutto il mondo? A questa impegnativa domanda hanno cercato di dare una risposta Donato Di Santo, Segretario Generale dell’IILA (Istituto Italo Latino Americano con sede a Roma) e Juan De La Torre, CEO della società di comunicazione La Machi, con sede a Roma, Barcellona, Buenos Aires e San Francisco. All’incontro organizzato da MediatrendsAmerica (prestigioso Osservatorio sull’America Latina) e svoltosi nel noto albergo Giustiniano di Roma, hanno partecipato numerosi rappresentanti del mondo diplomatico accreditato in Italia, nonché giornalisti italiani ed esteri. Moderatore è stato il giornalista peruviano Roberto Montoya.

Il Segretario Generale dell’IIlA Di Donato ha iniziato il suo intervento ricordando che l’Istituto sta festeggiando il suo cinquantesimo compleanno. Fortemente voluto a suo tempo da Amintore Fanfani, questo organismo non ha uguali nel mondo. Col tempo è diventato un preciso punto di riferimento per tutti i Paesi Latino Americani presenti in Italia ma anche un ponte per gli italiani interessati a visitare, vivere o investire nel subcontinente americano.

Si tratta, secondo Di Donato, di valorizzare due concetti: la pace e la stabilità. Premesse indispensabili per rafforzare ulteriormente i rapporti con un Continente che in passato ha ospitato milioni di italiani. Di Donato ha poi ricordato una serie di iniziative avviate dell’Istituto che ha acquisto anche lo status di osservatore presso le Nazioni Unite.

Uno dei cavalli di battaglia dell’IILA sarà comunque quello di favorire la collaborazione tra le piccole e medie imprese italiane e le omologhe latino americane. Ciò potrebbe comportare, tra l’altro, la possibilità per i giovani italiani di fare degli stage presso aziende dislocate nell’America Latina, e per i giovani di quel Continente di effettuare una esperienza in Italia.

Il responsabile della società La Machi, Juan della Torre, ha messo in rilievo l’importanza di presentare l’America Latina con un’immagine forte. Da una veloce raccolta di pareri tra le persone intervenute all’incontro è emerso che l’America Latina evoca soprattutto colore, gioventù, allegria, integrazione sociale e razziale. L’aspetto più negativo è rappresentato dalla sicurezza. “Ed è su questo aspetto preciso”, ha sottolianto De La Torre, “che i Governi Latino Americani debbono fare molto e comunicare meglio”.

In chiusura dell’incontro il moderatore Montoya a ricordato che MediatrendsAmerica è intenzionata ad allargare la sua attività di ricerca anche gli Stati Uniti e al Canada. Ma sul prossimo appuntamento ha mantenuto il più assoluto Top Secret.

Mons. Sorondo: “Ecco perché il Papa parla di ecologia”



E’ giusto che il S. Padre si occupi di questioni come i cambiamenti climatici e lo sviluppo sostenibile? E a distanza di due anni, come è stata recepita od osteggiata l’enciclica Laudato Si’? Sono stati i temi al centro dell’incontro organizzato da Mediatrends America Europa, un osservatorio indipendente che studia le tendenze dell’informazione internazionale, che ha visto come relatore mons. Marcelo Sanchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze. Il vescovo argentino è stato tra i principali collaboratori di Papa Francesco nel redigere la lettera sulla tutela ambientale. Il focus dell’incontro era centrato sull’America Latina e ha visto la partecipazione di diversi ambasciatori sud americani presso la S. Sede, ma il discorso si è inevitabilmente allargato agli altri continenti.

La casa comune
“Il Papa ha il diritto-dovere di parlare della nostra relazione con la casa comune che è la terra” ha affermato mons. Sorondo, partendo da due tesi. “La prima è che la Chiesa deve accompagnare lo sviluppo sostenibile degli esseri viventi. Si può dire che la scienza stia riscoprendo la creazione, con 400 galassie sparse nell’universo. Bisognerebbe istituire una festa dedicata a Dio Creatore, perché la creazione è un mistero. Dunque l’uomo è custode del pianeta”. Ma, ha sottolineato Sorondo, “il pianeta è malato. Il clima sta subendo gli effetti del riscaldamento globale ed è un cambiamento antropico, determinato dall’uomo. L’incremento eccessivo di anidride carbonica va a incidere sul ciclo dell’acqua. E se si altera questo, si altera il clima e la vita stessa. Quando si parla di suicidio, non è una metafora”. La seconda tesi è che a soffrire le conseguenze di tali mutamenti “sono i poveri, sia come singoli che come popoli. Ora, tutte queste cose non stanno direttamente nel Vangelo. Ma il Papa assume concetti che stanno nella società”. Il vescovo ha citato Galileo e i due libri, quello della natura e quello della rivelazione, che non sono in contrasto. “Questi cambiamenti per la comunità scientifica sono verità, e verità di fatto. Perciò il Papa ha due motivi per occuparsene. Il primo è appunto che deve utilizzare le verità scientifiche come usa quelle filosofiche: è la sana dottrina che serve all’uomo. Il secondo è che è un’attività umana e tutte le attività umane in qualche modo hanno un’etica, riguardano la fede e la morale”. Il mancato rispetto della natura rischia di “tornare indietro come un boomerang“, pertanto l’”ecologia va affrontata alla pari di temi come il bene comune, la giustizia, la persona umana”.

Il mondo laico
La sensazione, tuttavia, è che la Laudato Si’ abbia avuto un’accoglienza migliore in ambito non cattolico. E’ così? E perché? “Effettivamente ha avuto una buona accoglienza nel mondo accademico e in quello non cristiano che già da anni si occupava di questi temi, li conosceva da più tempo“. E il vescovo ha fatto un esempio. Il re di Norvegia ha organizzato un convegno sulla deforestazione al quale, oltre a scienziati, esperti e politici, ha voluto che partecipassero anche aborigeni di diverse parti del mondo, dall’Amazzonia all’Africa all’Asia, perché era stato due volte in Brasile dove aveva riscontrato nella popolazione indigena una preoccupazione simile a quella degli scienziati per il riscaldamento globale, pur non comprendendone le cause. “Ma anche il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, se ne era occupato. E lo stesso Benedetto XVI, in un’omelia di Natale, aveva detto che Gesù nasceva in una ‘baracca’ a significare che veniva a ricreare il mondo distrutto dal peccato. Non a caso fu definito ‘il Papa verde‘. Ora, è vero che ci sono interpretazioni eccessive. In Belgio – ha raccontato Sorondo – ci sono stati dei vegani che hanno interpretato l’enciclica in senso vegetariano… Ma in generale i vescovi non sono molto preparati sui temi ecologici. Penso che bisognerebbe creare degli istituti di climatologia nelle università cattoliche” per migliorare la formazione.

Le conseguenze
Lo sfruttamento incontrollato della Terra ha tra le sue conseguenze la povertà che diventa una forma di schiavitù e “crea migrazione, lavoro forzato, tratta di esseri umani e prostituzione, che è quanto di più disumano si possa trovare. Benedetto XVI, tornando dal suo viaggio in Germania, disse chiaramente la prostituzione non si può giustificare perché è un degrado della donna e ancora di più, un crimine contro l’umanità. E non è vero che non c’è niente da fare: si può e si deve fare molto”.

L’Onu e Cop 21
L’influenza del Papa è servita, ha ricordato mons. Sorondo, a votare all’unanimità all’Onu i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile. Altrettanto importante il risultato del Cop 21 che obbliga tutti i Paesi ad agire per diminuire il riscaldamento globale. “Molto grave“, per questo, la decisione di Trump di non rispettare gli accordi, anche se sia l’opinione pubblica che la stessa amministrazione americana sono divise. “Così hanno perso la leadership morale del mondo” ha affermato Sorondo, aggiungendo che “al Cop 21 ci sono stati scienziati che si opponevano ai dati sul riscaldamento ma sappiamo che erano pagati dalla lobby dei petrolieri”.

La sfida
Il cancelliere dell’Accademia ha concluso ricordando che occorre cambiare le modalità di produzione dell’energia e le attività umane, riducendo il fossile e valorizzando le energie rinnovabili: “Ci sono problemi, come ad esempio lo stoccaggio – ha detto Sorondo – ma rappresentano un’opportunità, occasioni di lavoro. Serve un programma comune. Con questa enciclica il Papa ha allargato i temi della dottrina sociale della Chiesa”.

di Andrea AcaliInterris

Superare un Noriega per tornare a crescere



Lo stato guidato da Maduro, la crisi economica e gli equilibri mutati in Sud America. Perché “in un altro contesto ideologico la sospensione del paese dal Mercosur non ci sarebbe stata”

di Maurizio Stefanini
Il Foglio, 30 Maggio 2017

“È morto Manuel Antonio Noriega!”. La notizia arriva quando Ana María de León, da due mesi nuova ambasciatrice di Panama in Italia, sta per cominciare uno degli incontri che ogni mese organizza Mediatrends America-Europa, l’osservatorio indipendente per giornalisti latino-americani e latino-americanisti a Roma. Si dovevano analizzare i progetti di integrazione economica che da un po’ affollano le agende dei leader della regione, dal Mercosur all’Alleanza del Pacifico, dal Caricom all’Unasur, dalla Sica al Celac, ma la discussione si è spostata sull’ex dittatore panamense.

“Noriega?”. L’imbarazzo è evidente, anche dopo il tweet dell’attuale presidente di Panama Juan Carlos Varela: “Morte di Manuel A. Noriega chiude un capitolo della nostra storia; i suoi figli e i suoi familiari hanno diritto a un seppellimento in pace”. Di suo de León non aggiunge altro, preferisce concentrarsi sulla crescita del Paese e sui molti fronti di integrazione economica con gli stati sud americani. Un miglioramento economico che nasce proprio dalla cacciata di Noriega, come disse al Foglio il suo predecessore Fernando Berguido Guizado: “È stato grazie all’intervento americano del 1989 se Panama è oggi il Paese che cresce più in America Latina. È  stato un intervento cruento, ma ha permesso di porre fine a vent’anni di dittatura militare”.

Un passato che Panama è riuscito a superare, ma che si ripropone ancora in altre zone del continente. Ad esempio in Venezuela. E’ l’ambasciatore dell’Uruguay, Gastón Alfonso Lasarte Burghi, a ricordare come lo stato guidato da Maduro sia ancora sopeso dal Mercosur. E’ Juan Fernado Holguín Flores, ambasciatore dell’Ecuador, a ricordare cosa sta succedendo nel paese e a precisare: “In realtà non è stato sospeso per i problemi politici, ma per il non compimento di un gran numero di obblighi nell’area commerciale”, ma “bisogna essere onesti: in un altro contesto ideologico questa sospensione non ci sarebbe stata”, soprattutto dopo il cambio di governo in Argentina e Brasile, elezioni che hanno “cambiato i rapporti di forza” in Sud America.

“Non solo il governo dell’Ecuador, ma tutti i governi dell’Unasur stanno cercando di evitare che la situazione in Venezuela degeneri”, precisa Holguín Flores. “Come farlo? Questo è il problema. Bisogna creare occasioni di dialogo, e gli strumenti dell’Integrazione stanno lì”. Lo sforzo diplomatico è notevole, anche per il rappresentante di un governo che ufficialmente è ancora uno stretto alleato ideologico di Maduro.

Dal dibattito esce l’immagine di Lenin Moreno che sta cercando di essere mediatore ed era stato proprio lui stesso a dire, il giorno dell’insediamento di voler avere uno stile più disteso rispetto a Correa. “Anche Correa dialogava”, anche se notoriamente avevesse un carattere piuttosto iracondo (“l’ex-presidente Correa diceva sempre: io sono un essere umano”, scherza l’ambasciatore): “Diceva: ‘Sono emotivo. Vengo da una città come Guayaquil, non cambierò la mia natura’. Io però, che lo conosco personalmente, posso testimoniare che è una persona che sa dialogare. Moreno può sembrare più tranquillo, ma non è meno fermo. Può cambiare il linguaggio, ma non la linea”. Nonostante i i risultati economici e sociali ora non siano dei migliori: “A parte il crollo dei prezzi del petrolio, come economia dollarizzata il nostro export soffre per la sopravvalutazione del dollaro”. Che però Correa ha mantenuto, malgrado le possibile pregiudiziali ideologiche in contro. “Una volta dollarizzati, non è proprio il caso di uscirne”. Un po’ come non è il caso di uscire dall’euro? “Esattamente. Costerebbe troppo”.  Promemoria per Grillo: che sul suo blog ha spesso indicato la politica economica d Rafael Correa come ideale punto di riferimento per i Cinque Stelle.

Relazioni tra le Americhe: continuità e cambiamenti

Argomenti:

Un’analisi sullo stato di salute dei vari raggruppamenti economici e politici in cui si articolano le nazioni del nord, del centro e del sud. I processi di integrazione in America Latina vivono una rinnovata spinta politica che si sviluppa su differenti fronti e varie velovità. Esistono molteplici organizzazioni regionali o subregionali  di integrazione e aggregazione (Mercosur, Alianza del Pacifico, Can, Caricom, Unasur, Sica, Alba e Celac).

I relatori sono: Ana María de León de Alba, Ambasciatrice della Repubblica di Panama in Italia; Gaston Lasarte Burghi, Ambasciatore della Repubblica Orientale dell’Uruguay in Italia  e  Juan Holguin Flores, Ambasciatore della Repubblica dell’Ecuador in Italia,

La colazione di lavoro si svolgerà il prossimo martedì  30 maggio  2017, alle 9.30 della mattina presso l’Hotel NH Giustiniano, Via Virgilio,1, Roma.

Costarica. Un economia diversificata

Argomenti:

L’economia costaricense viene oggi trainata dai servizi, che contribuiscono per il 56,2% al Pil totale. Questo settore viene incentivato per favorire la diversificazione di un sistema economico altrimenti statico e fragile agli squilibri internazionali. Fino a pochi anni fa infatti il Costa Rica era proiettato solo allo sfruttamento – e quindi all’esportazione – delle materie prime e dell’agroalimentare, in linea con gli altri paesi dell’America Latina.

Nazioni come Venezuela, Ecuador, Colombia, Argentina, Peru’, Cile e Brasile – secondo stime del 2014 – ancora fondano oltre la metà delle proprie esportazioni sul petrolio e altri prodotti come ferro, carbone, cereali, banane, caffè. Un sistema come quello venezuelano, dove il 98.0% dell’expo nel 2014 era costituito da petrolio, ferro e alluminio, racchiude un fattore di forte rischio, che negli ultimi anni è drammaticamente emerso: col rallentamento della domanda cinese nel 2012, e poi il generale crollo del prezzo delle materie pochi anni dopo, Caracas e economie analoghe in tutta l’America Latina sono andate incontro a enormi difficoltà. Nel 2015, il crollo della domanda straniera segnò un record storico, paragonabile solo ai livelli di 80 anni prima, con un conseguente peggioramento delle diseguaglianze sociali.

Il Costa Rica tuttavia a partire dagli anni Ottanta ha visto un progressivo declino nella vendita dei prodotti dell’industria tradizionale, che se nel 1986 rappresentavano il 67% dell’expo totale, nel 2015 sono scesi al 14%. Questo a favore del terziario – in cui il turismo ‘ecologico’ gioca un ruolo chiave – dei servizi, e dell’industria tecnologica e dell’innovazione. Ad esempio, nel 2015 al primo posto si sono collocate le macchinari e apparecchiature medico-sanitarie. In totale, San José vende a 156 paesi 4.359 prodotti differenti. Composto per oltre la metà dai servizi, il resto del Pil e’ costituito per il 24,4% dal settore manifatturiero e da quello delle costruzioni, e poi dall’8% da agricoltura e settore minerario.

Tale processo di diversificazione tuttavia non è ancora finito. Lo spiega alla DIRE l’ambasciatore del Costa Rica in Italia, Cristina Eguizabal Mendoza, a margine dell’incontro di stamani a Roma su ‘America Latina: le sfide dopo un decennio di prosperità, organizzato da Mediatrends America-Europa, osservatorio indipendente sull’attualità latino americana.

Per l’ambasciatore “non e’ una buona cosa ne’ avere troppi servizi e pochi prodotti alimentari, né l’inverso, cioè una dipendenza enorme dalle esportazioni di materie prime”. Al contrario, “abbiamo bisogno di continuare a diversificare il nostro sistema anche per seguire l’evoluzione della domanda sui mercati internazionali, che cambia giorno per giorno”, suggerisce l’ambasciatore Eguizabal.

In questo, l’Europa è un soggetto molto importante, “dove esportiamo principalmente frutta e verdura, tra cui ananas e meloni, ma crediamo che quei paesi, e l’Italia in particolare, possano diventare un mercato importante per i nostri servizi. L’Olanda ad esempio- aggiunge la rappresentante di San José – importa molti prodotti manifatturieri. La multinazionale Intel è un grande compratore di circuiti integrati. L’Italia può quindi diventare un mercato interessante”.

La lingua spagnola come mezzo di democratizzazione in America Latina

Argomenti:

Lo spagnolo è la terza lingua più diffusa al mondo, con centinaia di migliaia di parlanti sia nativi che persone la studiano per le ragioni più diverse. Capire in che modo la nostra ‘societa’ digitale’ la sta trasformando e quindi cosa fare per promuoverne l’insegnamento è stato il tema dell’incontro organizzato da Mediatrends America Europa, osservatorio indipendente sulle dinamiche attuali di tipo politico, economico e sociale che caratterizzano i Paesi dell’America Latina.
All’incontro dal titolo ‘Sfide e opportunità della lingua spagnola in un’economia globalizzata e digitalizzata’ sono intervenuti Rosa Jijon, addetta culturale dell’Istituto italo latinoamericano (Iila), e Sergio Rodriguez, direttore dell’Istituto Cervantes di Roma.
La digitalizzazione e la globalizzazione, come spiega Rosa Jijon, sono processi che influenzano qualsiasi lingua, non solo lo spagnolo. Ma quest’ultima – rispetto alle altre – grazie alla sua diffusione geografica, si presenta in tante varianti, al punto che si può arrivare a chiedersi: è più corretto dire ‘spagnolo’ o ‘castigliano’? Secondo l’addetta culturale Iila quindi molto lavoro va fatto per rafforzare la conoscenza dei parlanti nativi rispetto al ‘proprio’ spagnolo, e per incoraggiare bambini e giovani a studiarlo. In questo senso, interessanti sono alcune start-up in America Latina che favoriscono la diffusione tra i cittadini di contenuti culturali, in modo da sostenere “la democratizzazione degli strumenti digitali”. Una di queste ad esempio è concepita per ridurre l’abbandono scolastico in Brasile.
“L’insegnamento della lingua è un obiettivo che possiamo condividere, ma in ultima istanza spetta ai ministeri dell’Educazione portarlo avanti, con i mezzi e gli strumenti di cui sono dotati”. Ne è convinto il direttore dell’Istituto Cervantes, Sergio Rodriguez, il quale insiste anche sull’importanza di recuperare la versione ‘standard’ dello spagnolo rispetto alle trasformazione che nell’uso quotidiano subisce: “‘L’itaniolo’- dice- è un ibrido che in Italia molti parlano, convinti che basti aggiungere la famosa ‘S’ all’italiano per essere in grado di padroneggiare la lingua. Ma non è così.
Anche in questo consiste il ruolo di istituzioni come il Cervantes”, al pari dell’istituto della Crusca per l’italiano dal punto di vista scientifico e di autorevolezza.