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MedioOriente e Mediterraneo

Corso sulle grandi tradizioni religiose

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Mercoledì 12 febbraio inizia il corso sulle Grandi Tradizioni Religiose, organizzato dal Comitato Giornalismo & Tradizioni Religiose. L’obiettivo del Corso è quello di fornire una conoscenza di base sulle principali tradizioni religiose che costituiscono il fondamento delle diverse culture, influendo sulle formazioni sociali, sulle strutture giuridiche e sulla vita politica ed economica dei vari Paesi.

I temi proposti sono affrontati in modo da delineare, con riferimento alle radici documentali, una sintesi identitaria di ciascuna religione.

Da febbraio a marzo 2020, quattro sessioni di due ore e mezzo con professori ed esperti di cristianesimo, ebraismo, islam e induismo.

Il Corso è stato ideato per giornalisti che si occupano di informazione religiosa; Diplomatici impegnati in contesti variegati, con tradizioni religiose differenti; imprenditori e agenti sociali che desiderano avere ulteriori elementi di comprensione della realtà in cui operano.

Ulteriori informazioni e Programma

Lo stereotipo dello scontro di religioni



Il Comitato “Giornalismo & Tradizioni religiose” coinvolge giornalisti, istituzioni ed esponenti delle diverse realtà religiose (cristiani, ebrei, musulmani, induisti, buddisti, ecc.) per favorire la comprensione del fattore religioso nel contesto sociale e nell’opinione pubblica.
Il Gruppo è coordinato dalla Facoltà di Comunicazione della Pontificia Università della Santa Croce, dal Centro Studi sul Medio Oriente (Cemo) e dall’Associazione Iscom. Il 18 dicembre 2019 è stato organizzato a Roma un incontro con Alberto Zanconato, Capo servizio Redazione Internazionale dell’Agenzia Ansa. Zanconato è stato corrispondente a Teheran (1994-1997 e 2001-2011), Tokyo (1997-2001) e Beirut (2011-2018). Ha scritto ‘L’Iran oltre l’Iran. Realtà e miti di un paese visto da dentro’ (2016, seconda edizione ampliata e aggiornata 2017) e ‘Khomeini. Il rivoluzionario di Dio’ (2018).

Qual è la percezione diffusa del rapporto tra le tre grandi religioni?

Se focalizziamo l’attenzione sul rapporto tra Islam e Occidente, la percezione, a livello mediatico ma spesso anche politico, è quella dello scontro tra due universi.Si tratta però di uno stereotipo. I dati dimostrano che nel mondo del dopo 11 settembre 2001 il terrorismo islamico ha preso di mira i Paesi musulmani più dell’Occidente.

Secondo i dati del Terrorism Index pubblicato ogni anno dall’Institute for Politics and Peace di Sydney, dal 2002 al 2018 i morti per terrorismo in Europa e nel Nord America sono stati l’1,1% del totale mondiale, contro il 42% del Medio Oriente e Nord Africa, il 30% dell’Asia meridionale (con Stati islamici molto popolosi come il Pakistan e il Bangladesh, o con una forte presenza islamica come l’India), e il 20% dell’Africa subsahariana, che presenta la stessa realtà.

Ancora nel 2018 il 73% delle vittime totali del terrorismo si registrano in quattro Paesi islamici (Afghanistan, Iraq, Somalia e Siria) e in uno a maggioranza islamica (Nigeria). Il terrorismo come attacco al mondo cristiano è dunque uno stereotipo cavalcato per interessi di natura geopolitica ed economica. Ciò non toglie che le minoranze cristiane si siano sentite particolarmente vulnerabili nella bufera che negli ultimi decenni ha sconvolto il Medio Oriente – cominciata con l’invasione americana dell’Iraq, nel 2003 – e che chi ha potuto abbia preferito andarsene, per raggiungere l’Europa, gli Stati Uniti, il Canada.

La regione rischia così di cambiare radicalmente e diventare più povera anche dal punto di vista culturale, visto che queste sono tra le culle delle più antiche comunità cristiane.  Ho parlato con molti cristiani che negli ultimi anni sono arrivati in Libano dopo essere fuggiti dall’Iraq e dalla Siria. Specie quelli del nord dell’Iraq, nella Piana di Ninive, che un giorno si sono trovati tracciata sulla porta la lettera ‘N’ di Nazareno. Un cristiano, appunto, la cui casa può essere impunemente attaccata.

Nasser Jebbo, un profugo fuggito con la famiglia e quella del fratello da Qaraqosh, occupata dalle milizie dell’Isis nell’estate del 2014, già da diverso tempo prima dell’arrivo dell’Isis le cose per i cristiani avevano cominciato a mettersi male. I Jebbo ricordano che dopo la caduta di Saddam, nel 2003, a poco a poco erano cresciute le pressioni perché le donne cristiane si coprissero il capo quando uscivano.

Già prima che il ’Califfato’ apparisse sulla scena, oltre la metà del milione e mezzo di cristiani che vivevano in Iraq aveva lasciato il Paese.

Un esempio seguito da molti cristiani siriani, presi di mira della milizie islamiste nel caos della guerra civile. Il caso più conosciuto è quello del padre gesuita romano Paolo Dall’Oglio, di cui non si sa più nulla da quando scomparve nell’estate del 2013 a Raqqa, controllata dall’Isis.

In Siria, secondo il nunzio apostolico a Damasco, cardinale Mario Zenari, la percentuale dei cristiani si è ridotta dal 6% della popolazione di prima del conflitto al 2% di oggi.  In Egitto la vasta comunità dei cristiani copti – circa il 15% della popolazione – teme ancora l’instaurazione di un regime religioso islamico, dopo l’anno di governo del presidente Mohammad Morsi, dei Fratelli Musulmani, deposto con un colpo di Stato nel 2013 in seguito a massicce manifestazioni popolari.

Con l’abbattimento del sanguinario regime di Saddam Hussein, nel 2003, e molto di più con le Primavere Arabe del 2011, i media e molti politici occidentali si lasciarono trascinare dall’entusiasmo nella superficiale convinzione che i modelli occidentali di democrazia e libertà avrebbero preso automaticamente il posto dei sistemi tirannici abbattuti. Ma per quanto questi regimi siano oppressivi, bisogna sempre chiedersi cosa prenderà il loro posto una volta che saranno crollati.

Un problema che non si sono poste le potenze occidentali che negli ultimi 20 anni hanno rovesciato questi regimi, provocando sconvolgimenti e sofferenze non meno gravi di quelle patite dalle popolazioni – comprese quelle cristiane – sotto i sistemi precedenti. Comunque non bisogna mai dimenticare che i conflitti non sono provocati da uno scontro di religioni, bensì da mire concrete. Lo si capisce se si tiene presente che da un punto di vista storico la collaborazione tra i paesi occidentali e islamici, per interessi vari, è stata, ed è, molto frequente.

Basti pensare al sostegno dato dagli Usa ai Mojaheddin afghani nella guerra contro gli invasori sovietici negli anni ’80 del Novecento, e all’alleanza tra Impero Austro-Ungarico e Califfato turco nella Prima Guerra Mondiale. O, andando indietro nel tempo, all’alleanza tra la Francia e l’Impero Ottomano nel ‘500, contrapposta a quella tra gli Asburgo e l’Impero iraniano dei Safavidi.

Altro esempio è la posizione dell’Iran, Paese a stragrande maggioranza musulmana sciita retto da un regime religioso di questa confessione, che negli anni ’90, durante il conflitto tra lo sciita Azerbaigian e la cristiana Armenia, si schierò dalla parte di quest’ultimo Paese, soprattutto a causa dell’ostilità verso l’Azerbaigian dovuta alle dispute per la spartizione delle risorse petrolifere del Mar Caspio.

Meccanismi  simili sono dietro alla nascita dell’Isis, un’organizzazione sunnita vista agli inizi con simpatia da parte della popolazione di questa confessione che era stata emarginata, repressa ed esposta alle vendette dopo la caduta del regime del sunnita Saddam Hussein, mentre i politici e le milizie sciite affermavano il loro strapotere anche grazie all’appoggio dell’Iran.

E proprio dalla cerchia vicina a Saddam provenivano i comandanti militari del ‘Califfato’ di Abu Bakr al Baghdadi, che nel giugno 2014 si impadronì in pochi giorni di circa un terzo del territorio iracheno.  Poco dopo la figlia di Saddam, Raghad Hussein, disse chiaramente come stavano le cose: “In Iraq – affermò – stanno vincendo gli uomini di mio padre”.

Più politica, insomma, che religione. Anche l’ayatollah Rouhollah Khomeini, figura simbolo della rivoluzione iraniana del 1979, diede ampie dimostrazioni di come sapesse servirsi della religione per consolidare il potere della sua fazione a scapito delle altre che avevano partecipato alla sollevazione contro lo Shah. E per far questo non esitò a mettersi contro ed eliminare dalla scena pubblica altri leader religiosi sciiti di primo piano, come l’ayatollah Shariatmadari, contrario, come altri suoi pari, alla guida religiosa dello Stato. Per decenni lo Stato khomeinista iraniano è riuscito ad affermare il suo potere ed esercitare la sua influenza tra gli sciiti di vari Paesi della religione, in particolare l’Iraq e il Libano.

Anche se oggi tale ideologia confessionale appare in crisi proprio in questi Paesi, con masse di giovani sciiti che scendono nelle strade in manifestazioni di protesta contro la corruzione e le difficili condizioni economiche, insensibili al vecchio richiamo dell’Islam politico.

Se dunque sono gli interessi economici e geopolitici ad alimentare le guerre, perché perdura la percezione dello scontro di religioni?

C’è un’abitudine, una pigrizia mentale di cui sono colpevoli molti giornalisti e politici, di classificare le persone appartenenti a religioni e culture diverse secondo stereotipi. Come dice Edward Said, autore de ‘L’Orientalismo’, da noi si tende a vedere “L’Oriente come luogo di avventure. popolato da creature esotiche”.

Qualunque musulmano, dunque, viene identificato non come un essere umano con la sua storia, le sue esperienze, i dubbi, le paure, le gioie e i dolori, cioè come noi, ma semplicemente come un ‘essere islamico’ le cui uniche preoccupazioni sono quelle di andare in moschea a pregare, digiunare durante il Ramadan, evitare il vino e rispettare le regole rituali alla lettera.

Un atteggiamento mentale che appartiene a chi vede nell’Islam  un pericolo, ma anche ai rappresentanti del cosiddetto ‘politicamente corretto’, che vorrebbero vietare i festeggiamenti per il Natale nelle scuole perché convinti che ne possano rimanere offesi gli alunni musulmani e i loro genitori.

Un atteggiamento che è frutto di ignoranza. Nei due decenni che ho passato in Medio Oriente non ho incontrato un solo musulmano che si sentisse offeso da alberi di Natale e presepi, e tutti mi hanno sempre fatto gli auguri per le feste. Inoltre, Gesù è uno dei più importanti profeti dell’Islam e Maria una figura tra le più venerate dai musulmani. Più volte nel Corano si fa anche cenno all’immacolata concezione.

Reza, un amico iraniano che non mancava di recitare quotidianamente le preghiere, non beveva alcol e osservava coscienziosamente il digiuno del Ramadan, mi chiese un giorno, mentre partivo per le vacanze in Italia, di portargli al mio ritorno le statuine del presepio, per suo figlio.

Diverse volte per Natale la televisione di Stato di Teheran ha trasmesso un film sulla Madonna di Lourdes, e i presidenti iraniani non mancano di fare gli auguri al Papa e a tutti i cristiani.

E comunque nessun dialogo può partire dal presupposto che è necessario rinunciare alla propria religione e alla propria cultura, perché ciò sarebbe un controsenso. Anziché preoccuparci di presepi e alberi di Natale faremmo meglio a concentrarci sulle motivazioni politiche che sono all’origine di buona parte della diffidenza nutrita dalle popolazioni orientali verso l’Occidente e il suo passato coloniale.

In una qualunque strada del Cairo, di Baghdad, di Beirut o di Teheran è facile sentire gli sconvolgimenti degli ultimi 20 anni nella regione spiegati con la teoria del Grande Complotto. “Sono gli americani ad aver creato tutto questo, vogliono portarci il caos per preparare un nuovo Sykes-Picot”, mi ha detto Antoine, un amico libanese avvocato, di fede cristiana.

Ecco la ferita che ancora brucia nei rapporti con l’Occidente: l’accordo segreto firmato durante la Prima Guerra Mondiale con cui Francia e Gran Bretagna decisero come si sarebbero spartite il Medio Oriente alla fine delle ostilità, proprio mentre Londra, per il tramite di Lawrence d’Arabia, prometteva agli arabi l’indipendenza in cambio della rivolta contro l’Impero Ottomano.

Ce n’è abbastanza per alimentare diffidenze per almeno un altro secolo. Diffidenze di cui approfittano anche organizzazioni jihadiste. Fra le prime dichiarazioni emesse dall’Isis dopo la proclamazione della rinascita del ‘Califfato’, nell’estate del 2014, vi fu quella intitolata ‘La fine del Sykes-Picot’, con la quale si voleva evidentemente fare appello ai sentimenti anticolonialisti delle popolazioni mediorientali.

E molti anni prima sentimenti nazionalisti ebbero un forte peso, insieme con il malcontento economico, nello scoppio della rivoluzione iraniana del 1979, poi diventata ‘islamica’ sotto la guida di Khomeini.

Ma c’è anche un altro fenomeno che alimenta la diffidenza fra Medio Oriente e Occidente. I musulmani non hanno paura della religione cristiana, ma al contrario, dell’ateismo occidentale. Chi abbia visitato i Paesi musulmani fino agli anni ’70 del Novecento ricorda quanto i costumi fossero più ‘laici’ rispetto ad oggi.

Certe strade del Cairo, di Baghdad, di Damasco, non erano molto diverse da quelle di una città mediterranea europea. Le donne coperte dal velo erano poche, ai tavolini dei bar all’aperto si beveva la birra, i cartelloni pubblicitari e le locandine dei cinema erano quasi gli stessi. Poi, con il passare degli anni, queste realtà simili si sono polarizzate verso estremi opposti. Da una parte un Occidente in cui veniva contestato e in molti casi demolito ogni fondamento della cultura tradizionale, dalla religione alle ideologie politiche, alla famiglia, con l’autorità dei genitori. Un mondo in cui il sesso, soprattutto quello parlato, quello nella pubblicità, nei film e nei media, diventava sempre più esplicito ed obbligatorio, nel nome di una (presunta) liberazione.

Dall’altra un mondo islamico sempre più arroccato nella sua reazione di difesa, sempre più (falsamente) puritano perché impaurito da un Occidente che sembra solo in grado di distruggere le vecchie regole, ma non di proporne di nuove per salvaguardare le basi della vita comunitaria. Un Occidente che pare sostituire l’autorità di Dio o dello Stato con quella dell’Individuo, con i suoi sconfinati diritti e la sua ricerca di una sconfinata libertà. Ma anche con la sua solitudine. Quando vivevo in Iran il mio lavoro mi ha costretto per molti anni ad ascoltare i sermoni della Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, e le sue denunce dell’ “invasione culturale dell’Occidente”.

Tuttavia, quello contro cui si scaglia Khamenei non sono gli infedeli seguaci di un’altra religione, ma un mondo che alla religione, ai valori della tradizione, ha voltato le spalle. Evidentemente è questa la possibile invasione, il contagio, che fa più paura. La paura a cui Khamenei dà voce è quella di una disintegrazione del mondo di appartenenza, non più tenuto insieme dal cemento di regole valide per tutti. La paura insomma di quello che lo psicanalista Massimo Recalcati chiama il “nichilismo occidentale, che non è più in grado di dare un senso alla vita e alla morte”, dopo aver “demolito ogni concezione solidaristica dell’esistenza”.

Probabilmente il desiderio di fuggire da questo nichilismo ha spinto molti giovani occidentali ad aderire all’Islam estremista e addirittura arruolarsi nell’Isis, alla ricerca, sicuramente nel postro sbagliato, di punti di riferimento rassicuranti. Uno studio del Centro di prevenzione contro le derive settarie dell’Islam (Cpdsi) è illuminante a questo proposito.

Secondo i risultati dell’analisi, i “soggetti cresciuti in famiglie eccessivamente tolleranti o atee” sono “più propensi a trovare conforto in messaggi che, contrariamente al loro contesto famigliare, diano nette regolamentazioni dottrinali”. ‘Risposta al fondamentalismo laico’ è il titolo di un messaggio video postato su Facebook da Aleppo nel 2013 dal jihadista Anas al Abboubi, detto anche Al Italy, l’italiano.

Al Abboubi era un giovane di origine marocchina, ma effettivamente italiano, perché era vissuto in provincia di Brescia con i genitori da quando aveva 7 anni. Fino al 2012 era un adolescente ribelle, cantante rap con il nome di McKhalif, che parlava con un forte accento bresciano e beveva alcol. Poi, la conversione, che gli fa rinunciare anche alla musica. Dopo un breve arresto, fugge in Siria e si unisce all’Isis. Nel suo messaggio da Aleppo, il giovane definisce la società occidentale “perversa e malinconica”, accusandola di individualismo, promiscuità sessuale, discriminazione e di poco rispetto per gli anziani.

Secondo i due autori che hanno studiato il suo caso, Marco Arnaboli e Lorenzo Vidino, è un vero “atto di accusa ai valori (o meglio, alla mancanza di essi) della società italiana e occidentale”.

Cosa possono fare i media per superare l’approccio schematico e falsato dello scontro di religioni?

I giornalisti hanno innanzitutto il dovere di non farsi coinvolgere nelle ondate emotive del momento, e cercare di analizzare con razionalità i fatti, chiedendosi sempre quali sono i motivi e gli interessi, o i sentimenti nazionalisti, che si nascondono dietro ai presunti conflitti di religione e fomentano l’odio.

Per questo bisogna studiare seriamente la storia e la situazione geopolitica della regione di cui ci si occupa. Purtroppo questo avviene raramente, perché dinanzi ad ogni guerra o scoppio di violenza si è subito sommersi, specie sui social media, da una marea di messaggi e immagini cruente che inducono l’osservatore a reagire in modo semplicemente istintivo, attribuendo sbrigativamente al ‘cattivo’ di turno la colpa di quanto avviene.

Si crea così un circuito politico-mediatico in cui tutti intervengono per dire la loro senza avere conoscenza reale dei fatti. E senza nemmeno preoccuparsi di accertare se le fotografie sono autentiche oppure, come a volte avviene, sono vecchie immagini riutilizzate in contesti completamente diversi.

Il giornalista non dovrebbe mai dimenticare il suo primo dovere, che è anche ciò che lo contraddistingue come professionista: verificare, nei limiti del possibile, ogni informazione e ogni immagine che si trova a trattare. E, quando non è possibile farlo, deve informarne onestamente i lettori.

Viaggiare, e vedere con i propri occhi le cose, è ovviamente di primaria importanza, per chi possa farlo. Si verrebbe così a scoprire che la realtà a volte è molto diversa da come viene gridata sui media. Per fare un esempio, durante le manifestazioni ostili all’Occidente svoltesi negli anni scorsi in alcuni Paesi musulmani, come nel caso della pubblicazione di vignette su Maometto, si sarebbe scoperto che a tali raduni partecipavano qualche centinaio, o in alcuni casi poche migliaia di persone, in città con diversi milioni di abitanti.

Intorno la vita continuava a scorrere normale, ma le telecamere si concentravano solo sui gruppi di manifestanti, intenti magari a bruciare la bandiera americana e di Paesi europei. Così il messaggio che veniva veicolato era che “il mondo dell’Islam è in rivolta contro l’Occidente”.

Perché c’è islamofobia, antisemitismo, cristianofobia in Occidente dove c’è libertà di religione?

Se fino a 50 anni fa i contatti tra religioni e culture diverse erano limitati, il grande movimento di globalizzazione degli ultimi decenni, con la circolazione delle informazioni e delle persone, ha creato un terreno di confronto ravvicinato.

Le nostre società devono ancora prendere le misure e adattarsi a questi nuovi tipi di rapporti. Inoltre, la globalizzazione dell’economia ha portato, insieme con gli indubbi benefici, anche molti scompensi e nuove tensioni tra Paesi ricchi e poveri. Per non parlare della globalizzazione dell’informazione, con la possibilità di diffondere in tutto il mondo in pochi minuti notizie vere o false.

Secondo una frase attribuita al ministro della propaganda del regime nazista, Joseph Goebbels,  una menzogna detta una volta è una menzogna, ma ripetuta continuamente diventa una verità. E le tecnologie di oggi danno la possibilità di ripetere e fare ripetere una menzogna milioni di volte.

In questa situazione è più facile diffondere i sentimenti di odio verso chiunque venga percepito come diverso, e sul quale si può scaricare la responsabilità dei propri problemi e delle proprie sofferenze. Questo fenomeno non si combatte con gli slogan, ma con una difficile e continua opera di educazione dei giovani che faccia capire loro come sia fondamentale il rispetto delle persone, che deve sempre essere reciproco. Le persone vanno rispettate non perché appartengono ad una determinata religione, ma in quanto appunto persone.

Quando si insulta una religione – o qualsiasi profonda credenza – non viene ferita la ‘chiesa’ di appartenenza, ma i sentimenti più intimi delle persone di quella fede. E’ una violenza contro la parte più cara di sé che ciascuno di noi ha. E i mediorientali– come noi – vogliono essere rispettati prima di tutto come esseri umani, e non come caricature di musulmani dietro le quali non è difficile (nemmeno per loro) intravvedere una condiscendenza ipocrita dalle venature razziste.

Cosa possono fare i leader spirituali delle diverse religioni per combattere l’odio e favore i dialogo?

Come dicevoprima, non servono gli slogan, ma un percorso di educazione rivolto in particolare ai giovani che deve fondarsi anche su fatti ed esempi concreti. A questo proposito vorrei citare i tanti sacerdoti e suore che ho visto operare in Medio Oriente, spendendosi a favore di tutti, cristiani o musulmani, pur nella tempesta che ha investito la regione portando una minaccia alla presenza stessa dei cristiani.  Come padre Luciano Burati, 65 anni, dei quali 25 passati a Qamishli, nel nord della Siria vicino alla frontiera con la Turchia, e che poi si è spostato a Kafrun, vicino a Homs, per gestire una casa salesiana che ospita decine di sfollati da Aleppo.

Come madre Annamaria Scarsella, alla quale è stato ordinato di andare a Damasco nel 2011 a dirigere l’ ‘ospedale degli italiani’, anch’esso dei salesiani, dopo 41 anni nelle scuole e nelle missioni del Messico, compreso il Chiapas. Come il padre gesuita olandese Frans van der Lugt, che ha voluto rimanere al fianco dei malati e degli affamati nella città assediata di Homs, dove è stato ucciso nell’aprile del 2014.

Come suor Patrizia Guarino, di Avellino, una francescana quasi ottantenne rimasta a Knayeh, nel nord-ovest della Siria conteso tra l’Isis e Al Qaida, per gestire un dispensario dove venivano curati 6.500 malati all’anno. Come coloro che lavorano all’iniziativa ‘Ospedali aperti in Siria’, voluta dal nunzio Zenari e realizzata dalla ong Avsi, che permette di offrire cure gratuite a migliaia di poveri in due ospedali di Damasco e uno di Aleppo.

Il futuro delle minoranze religiose in Medio Oriente



Esaminare le sfide e le prospettive riguardanti le minoranze religiose in Medio oriente, già duramente colpite dalle crisi che attraversano la regione, per garantire il rispetto dei loro diritti umani fondamentali, primo tra tutti la libertà religiosa. È questo l’obiettivo del Forum “Il futuro delle minoranze religiose in Medio Oriente”, promosso dal Centro Studi sul Medio Oriente della Fundación Promoción Sociale dal Religion & Security Council .

Il Forum si è svolto a Roma martedì 11 dicembre 2018, a palazzo Borromeo, Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, con la partecipazione di rappresentanti del mondo politico, religioso, diplomatico e accademico.

Il ruolo del dialogo interreligioso in Medio Oriente



Il Centro Studi sul Medio Oriente (CEMO) e il Religion & Security Council (RSC) organizzano una colazione di lavoro venerdì 18 maggio 2018, dalle ore 9,30 alle 11,30, sul tema Il ruolo del dialogo interreligioso nella risoluzione dei conflitti in Medio Oriente.
Sede dell’incontro è l’NH Hotel di via Virgilio 1, Roma
Intervengono:
Rev. Fr. Markus Solo, SVD – Ufficio per l’Islam, Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso
Dott. Abdellah Redouane – Segretario Generale del Centro Islamico Culturale d’Italia
Modera:
Dott. Emiliano Stornelli – Chairman del Religion & Security Council
Il CEMO realizza dal 2006 incontri periodici – a Madrid, Gerusalemme e Roma – per un pubblico selezionato di diplomatici, giornalisti ed esperti per approfondire le circostanze della situazione politica ed economica dell’area mediorientale. Il CEMO è promosso dalla Fundación Promoción Social (www.promocionsocial.org), una fondazione internazionale, con sede principale a Madrid (e sede operativa anche a Roma), attiva da oltre 25 anni nel campo della cooperazione allo sviluppo.
RSC promuove la risoluzione dei conflitti attraverso un impegno attivo nella dimensione religiosa delle crisi internazionali, riservando una particolare attenzione agli strumenti e ai principi guida che le religioni possono offrire a supporto dei processi di riconciliazione e costruzione della pace (www.religionandsecurity.org).

Il Medio Oriente instabile. Visto da Pechino e Teheran

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Venerdì 16 giugno a Roma si è svolto un incontro del laboratorio dedicato ai temi del Medio Oriente e Mediterraneo. Pubblichiamo qui il resoconto di Francesco Bechis per Formiche.

Quando si discute del caos dello scenario mediorientale, tanto più adesso che alla guerra in Siria si stanno aggiungendo nuove tensioni fra i paesi del golfo persico e il Qatar, capita spesso di dimenticarsi di una potenza che in quell’area ha qualcosa di più di qualche affare economico: la Cina. Venerdì mattina in una colazione di lavoro promossa a Roma dal Centro Studi per il Medio Oriente (CEMO) della Fundación Promoción Social de la Cultura, si è cercato di fare il punto degli interessi cinesi nell’area con l’ex Ambasciatore di Italia a Pechino e a Teheran  Alberto Bradanini e il professore della China University of Political Sciences Alessandro Dri.

La crisi diplomatica tra Qatar e gli altri paesi del golfo rischia di dividere il Medio-Oriente in due fronti, con il Qatar e la Turchia da una parte e Arabia Saudita, Bahrein, Egitto e Emirati Arabi dall’altra. Se non è chiara la posizione che assumeranno gli Stati Uniti, che prima criticano il Qatar e poi siglano col suo ministro della Difesa un accordo per la vendita di 36 Jet F5, è ancora meno chiara la posizione che la Cina vorrà tenere sulla crisi diplomatica del golfo.

“Esattamente come gli Stati Uniti, la Cina agisce da regolatore esterno nelle crisi regionali” spiega l’Ambasciatore Bradanini, per anni in rappresentanza diplomatica a Pechino, e dunque fine conoscitore della politica estera cinese. A suo parere i cinesi non interverranno direttamente per risolvere la rottura dei rapporti fra i paesi del golfo, “la Cina ha le idee chiare, non vuole esporsi più di tanto, reputa che questo disastro sia stato generato dalle politiche sbagliate statunitensi”. Un altro attore di primo piano nella regione resta l’Iran, nemico giurato dei sauditi. Durante il Summit di Astana dell’8 e 9 giugno con la Russia e gli altri paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (SCO), i cinesi hanno supportato l’ipotesi di un’entrata a pieno titolo nell’organizzazione degli iraniani, già da qualche anno osservatori esterni. Dunque i cinesi hanno buoni rapporti diplomatici con l’Iran di Hassan Rouhani, che a sua volta non ha nessuna intenzione di interrompere le relazioni del Qatar, perché, aggiunge l’Ambasciatore, con i qatarioti gli iraniani condividono il South Pars, il più grande giacimento di gas al mondo.

La Cina di Xi Jinping non ha alcun interesse a scatenare una polveriera fra i paesi del Golfo per una serie di motivi precisi. Per quanto a Gibuti, dunque sul lato africano della regione, vi sia un’imponente base militare cinese, non sono gli interessi militari che preoccuperebbero la Cina in caso di un conflitto nell’area, ma quelli commerciali. Non solo infatti i cinesi trovano nell’Arabia Saudita il primo partner commerciale in Medio Oriente, di cui costituiscono i principali acquirenti di petrolio (51 milioni di tonnellate nel 2016), ma hanno anche premura di mantenere buoni rapporti diplomatici con l’Iran, che costituirà un partner fondamentale per il mastodontico programma della “One belt one road”, il progetto di un’immensa rete di comunicazioni terrestri e marittime nell’Eurasia per far rivivere gli antichi fasti della Via della Seta.

“L’iniziativa è nata alla fine del 2013, quando i cinesi proposero l’idea di una cintura economica” precisa il professor Dri, “il progetto mira a risolvere un problema irrisolto dello sviluppo economico cinese: i paesi costieri cinesi producono la gran parte del PIL, le province interne come quelle che si affacciano sulla Russia e sulla Mongolia sono invece le meno sviluppate. L’idea di una cintura di infrastrutture fisiche e digitali che colleghi la Cina all’UE porterebbe sviluppo in queste province più arretrate e nuovi mercati nell’entroterra di materie prime come acciaio e carbone”.

Per portare a termine la costruzione plurimiliardaria di infrastrutture la Cina dovrà camminare su un filo sottile per mantenere la sua proverbiale neutralità nelle sue relazioni diplomatiche in Medio Oriente. Dell’Iran avrà bisogno, e ci sono già accordi fra i due paesi per la costruzione di una rete ferroviaria ad alta tecnologia che congiunga il Golfo all’Europa. Ma la Obor non potrà divenire realtà senza il sostegno dei sauditi e degli altri paesi limitrofi. Non a caso i diplomatici cinesi all’ONU avevano votato a favore, strizzando un occhiolino ai sauditi, sulla famigerata risoluzione 2334 sull’illegalità degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, quando l’amministrazione di Obama, ormai al tramonto, aveva deciso invece di astenersi, scatenando l’ira dei repubblicani e del candidato Donald Trump.

“I burattinai dell’immigrazione? I poteri criminali”

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Nell’incontro su “L’immigrazione in una prospettiva mediterranea”, promosso lunedì 20 giugno a Roma dal CEMO, le parole forti dell’ambasciatore marocchino Hassan Habouyoub. L’analisi stringente della situazione da parte di Germano Dottori (LUISS), mentre Daniela Pompei (Comunità di Sant’Egidio) ha illustrato nei dettagli origine, sviluppo, applicazione del programma ‘Corridoi umanitari’, di cui hanno beneficiato fin qui circa 300 profughi siriani provenienti dal Libano e alcuni – su esplicito desiderio papale – dall’isola di Lesbo.
Lunedì 20 giugno ricorre come ogni anno la Giornata mondiale del rifugiato, istituita dall’ONU nel 2000 e a cui è legata anche la veglia serale di preghiera “Morire di speranza”  promossa giovedì 23 in una trentina di località italiane (a Roma presso la basilica di Santa Maria in Trastevere alle 18.30) da Sant’Egidio, Centro Astalli, Caritas italiana, Migrantes, Federazione Chiese evangeliche, Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII e Acli.
Intanto, sempre per la ricorrenza, il CEMO (Centro de estudios sobre Medio Oriente della Fundacion Promocion Social de la Cultura) ha organizzato a Roma lunedì in mattinata un incontro su “L’immigrazione in una prospettiva mediterranea” cui hanno dato vita – moderati da Giovanni Cubeddu –  Germano Dottori (Università Guido Carli, LUISS), Daniela Pompei (Università Roma 3, Comunità Sant’Egidio) e Hassan Abouyoub  (ambasciatore del Marocco in Italia). Ne è risultata un’ora e mezzo di stimoli non banali alla riflessione in materia, di cui qui cerchiamo di rendere, pur sommariamente, conto.
Germano Dottori (Luiss): Flussi eccezionali per intensità e velocità
Per Germano Dottori i flussi migratori odierni in Italia sono caratterizzati in primo luogo da “intensità e velocità”, due fattori che spaventano l’opinione pubblica: è diffusa la sensazione che il fenomeno sfugga ormai a ogni controllo politico e ciò non può che interagire negativamente con la sfiducia crescente nei governanti.
Il docente di studi strategici della LUISS ha rilevato tre aspetti che pesano sulla drammaticità della situazione. Il primo può sembrare paradossale: la crescita economica che l’Africa ha incominciato a sperimentare favorisce la migrazione verso l’Europa, dato che sempre più persone possono permettersi di pagare i costi di un viaggio che dura anche più di un anno. Ciò comporta una riflessione ulteriore: non è detto che il trasferimento di maggiori risorse verso l’Africa permetta di attenuare il problema. Il secondo aspetto deriva dal fatto che “i tappi sono saltati” ovvero che le ‘Rivoluzioni arabe’ (cosiddette ‘primavere’) hanno cancellato o destabilizzato quei regimi che prima, in qualche modo, potevano fungere da ‘filtro’ per i flussi. Non solo (terzo aspetto): è aumentato il potere di ricatto verso l’Europa delle nuove realtà istituzionali di quei Paesi, come è stato dimostrato anche dal governo di Tripoli (irritato per il favore dell’Italia verso il governo di Tobruk) e recentemente anche dall’atteggiamento spregiudicato del governo di Ankara nei confronti dell’UE.
Il professor Dottori ha poi rilevato “l’inadeguatezza” del diritto italiano vigente (pensato anni fa, quando i rifugiati erano pochi, perlopiù ‘politici’), oggi insufficiente a fronteggiare un “fenomeno straordinario” come quello che stiamo affrontando. Forse bisognerebbe pensare “a un sistema di tutela meno forte, ma più diffuso”.
Daniela Pompei (Sant’Egidio):  I ‘corridoi umanitari’, una via nuova che molti potrebbero seguire
Da qualche tempo si sente e si legge del programma ‘Corridoi umanitari’ in termini concreti. Daniela Pompei lo conosce anche nei minimi particolari, essendone la responsabile per la Comunità di Sant’Egidio. E’ da ormai più di trent’anni che la relatrice si occupa di migranti e ha così potuto constatare come l’Italia sia passata progressivamente da Paese di solo transito a Paese in cui si è accresciuto il numero di migranti che tendono a risiedervi stabilmente. Daniela Pompei ha poi ricordato i morti nel Mediterraneo: negli ultimi due anni circa diecimila provenienti da Libia ed Egitto o gli oltre 500 (di cui la metà bambini) nelle sole sei miglia che dividono la Turchia dalla Grecia nei primi quattro mesi di quest’anno.
E’ una situazione questa su cui – come tante altre realtà – si è chinata anche Sant’Egidio, tentando di prefigurare un modo incisivo che rispondesse al dramma dell’arrivo in clandestinità contrapponendovi un canale di “ingresso regolare”. Il “grimaldello” è stato individuato non nella legislazione sull’asilo, ma nell’articolo 25 del ‘Regolamento europeo dei visti’, che prevede che gli Stati possano rilasciare visti “a territorialità limitata” (cioè per un solo Paese) anche per motivi umanitari o di interesse nazionale. E’ nata così e si è perfezionata l’idea dei ‘Corridoi umanitari’, che ha ricevuto subito il sostegno della Tavola Valdese (finanziamento dei costi con i soldi dell’8 per mille) e successivamente della Federazione delle Chiese Evangeliche. Le trattative con il Ministero degli Esteri e con quello dell’Interno, incominciate nel settembre del 2014, sono state lunghe e difficili, anche perché da parte governativa si era restii a introdurre la possibilità di ‘sponsorizzare’ l’accoglienza oltre che perplessi sul numero di coloro che avrebbero potuto usufruire di tali ‘corridoi umanitari’ (la cifra è stata stabilita in mille fino a metà del 2017).
Firmato il protocollo d’intesa il 15 dicembre 2015, ci si è concentrati sui criteri della scelta dei profughi. Per la responsabile di Sant’Egidio è stato privilegiato il criterio della vulnerabilità: preferenza dunque a donne con bambini, donne sole, famiglie, malati e anche alcuni tra quelli che, nei campi libanesi, sono in attesa di risposta alla prima domanda di asilo. Tre i Paesi individuati per la ricerca dei profughi: il Libano appunto (Paese piccolo e molto fragile, gravato dalla presenza di oltre un milione di rifugiati), Etiopia (tanti profughi eritrei, somali e sudanesi), Marocco. Fin qui sono stati accolti in Italia dal 29 febbraio 272 siriani in provenienza dal Libano più (eccezionalmente) una ventina dall’isola greca di Lesbo (su preghiera di papa Francesco). Ognuno di loro è stato verificato più volte nella sua identità e nel suostatus (impronte digitali due volte in Libano, controllo italiano, controllo europeo). La ‘sponsorizzazione’ vede Sant’Egidio pagare il viaggio e anche ‘accompagnare’ i profughi nella loro quotidianità italiana (o vaticana), mentre altri costi – come già riferito – sono sostenuti dalla Tavola Valdese.
Sì, ma che sono mille profughi accolti rispetto all’enorme flusso migratorio? Per Daniela Pompei l’osservazione è legittima; tuttavia il programma dei ‘Corridoi umanitari’ è un esempio che può essere seguito da tanti in tutta Europa, oltre l’Italia (come ha chiesto anche Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio). Già qualcuno l’ha fatto, come la Repubblica di San Marino (5 profughi siriani) e la Conferenza episcopale polacca, che ha proposto al suo governo l’adozione del programma. Ma l’allestimento di ‘corridoi umanitari’ non ha l’effetto di accrescere la voglia di raggiungere l’Europa? Secondo Daniela Pompei, da quanto fatto fin qui in materia non viene alcuna indicazione in tal senso: “I profughi, se potessero, resterebbero nel loro Paese”.
Hassan Abouyoub (Ambasciatore del Marocco): Politica europea da rifare, Schengen non serve a niente
Senza le consuete ‘prudenze’ diplomatiche l’intervento dell’ambasciatore del Marocco in Italia Hassan Abouyoub, che ha allargato la sua analisi a livello mondiale (in cui i migranti che giungono in Europa sono solo una piccola parte del grande movimento internazionale in quell’ambito). Certo l’Occidente ha sbagliato tutto o quasi, a partire dai gravi errori statunitensi e anche di europei come Sarkozy e Cameron nell’ingerirsi nelle vicende mediterranee e mediorientali: tale atteggiamento “ha distrutto il rapporto di fiducia tra Europa e Sud del Mediterraneo”.
Il fenomeno migratorio va molto al di là delle cifre con cui siamo abituati a ragionare. L’ambasciatore ha ricordato che nel 1950 la popolazione attiva in Africa assommava a 120 milioni di persone: nel 2050 sarà di un miliardo e 200 milioni di persone, un “capitale umano” di difficile assorbimento. L’Europa delle culle vuote dal canto suo nel 2050 avrà bisogno di 50 milioni di posti di lavoro, con una popolazione molto invecchiata e dunque bisognosa di assistenza.
Davanti a tali cifre, rileva l’ambasciatore del Marocco, ben si capisce come erigere barriere non serva a niente. Perciò bisogna “cancellare Schengen che non è servito a niente: con o senza Schengen le cifre dell’immigrazione non cambiano”. Anzi, “Schengen ha contribuito a rendere più complicato il problema”. Il fatto è che abbiamo a che fare in Europa con governi che ragionano come nel XIX secolo, dunque del tutto inadatti alle sfide odierne.  Poi: non è lo Stato nazionale né l’Europa che possano far fronte al dramma mondiale delle migrazioni. E’ l’ONU che dovrebbe occuparsene. Per farlo deve però essere riformata in profondità, a partire dal Consiglio di Sicurezza in cui alcuni conservano il diritto di veto.
Non solo. Ci si deve rendere conto che dietro il fenomeno delle migrazioni ci sono soprattutto i poteri criminali, “mafiosi, delinquenti”. Che devono fare l’ONU e gli Stati? “Sedersi a tavola con loro o lottare contro di loro?”. D’accordo sui ‘burattinai’ criminali anche il professor Dottori, che inoltre constata la mancata convergenza in materia tra gli Stati, a causa dei loro interessi nazionali divergenti. Domande e constatazioni pesanti, risposte aperte ma certo molto difficili.
Giuseppe Rusconi, Rossoporpora