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Dove va l’America Latina nel 2018?

  • 17 febbraio 2018
All´apparenza quanto accade in America Latina potrebbe sembrare una realtà lontana. Il 2018, però, in particolare per l´America Centromeridionale, è un anno particolare: in sei Paesi circa 350 milioni di elettori sono chiamati alle urne per le elezioni presidenziali e questo, nel mondo della globalizzazione, non potrà non avere i riflessi e importanza negli equilibri geopolitici mondiali, come è emerso da un incontro – promosso a Roma dall´osservatorio Mediatrends America – al quale hanno partecipato il prof. Federico Argentieri, direttore del Guarini Institute for Public Affairs della John Cabot University; il giornalista Roberto Da Rin, inviato permanente in America latina del quotidiano “Il Sole 24 Ore”; Gianni La Bella, portavoce della Comunità di S. Egidio per l´America Latina ed alcuni diplomatici latinoamericani.
Costa Rica, Colombia, Paraguay, Messico, Brasile e Venezuela, in ordine cronologico, sono i sei Paesi dove si voterà. In Costa Rica si è già tenuto il primo turno e il ballottaggio è previsto per il primo aprile. Un caso interessante, perché si tratta di una delle democrazie più forti e stabili dell´area (tra l´altro senza forze armate). E già al primo turno non sono mancate le sorprese: in testa, infatti, è finito un outsider, Fabricio Alvarado, un evangelico conservatore, che al ballottaggio sfiderà l´ex ministro del Lavoro Carlos Alvarado Quesada, del Partito Azione Cittadina, attualmente al governo. Al centro della campagna elettorale i matrimoni gay, dopo che a gennaio la Corte Interamericana dei diritti umani aveva emesso una sentenza, su richiesta del Governo, con cui affermava che il Costa Rica deve garantire le nozze omosessuali e pari diritti ai contraenti. Una decisione, questa, alla quale sono contrari due terzi degli elettori, che hanno così premiato Fabricio Alvarado, che su questo tema è andato controcorrente.
Sul voto hanno però influito anche altri fattori, analizzati nel corso del dibattito da Cristina Eguizábal Mendoza, ambasciatrice del Costa Rica in Italia. “Prima di tutto”, ha affermato, “c´è anche da noi la crisi dei partiti politici tradizionali, causata anche dalla corruzione, partiti che non sono più reti sociali aggreganti. Il secondo aspetto è che i partiti non erano preparati ad un ruolo politico attivo della classe media. Infine, c´è il ´canto della sirena´ dei populismi di destra e di sinistra e, particolarmente in Costa Rica, è forte il populismo evangelico che ha cavalcato l´imposizione della legalizzazione delle nozze gay”.

I fattori in gioco
Al di là di come finiranno le elezioni in Costa Rica, una “lettura unificante è difficile”, secondo il prof. La Bella, docente di Storia Contemporanea all´Università di Modena e Reggio Emilia, per il quale “non corrisponde più alla realtà l´antica ´teoria del pendolo´ secondo la quale in America Latina è finita la fase del socialismo rosa ed è cominciata quella della destra al potere, come dimostrerebbero le recenti elezioni in Cile e Argentina. “Questo”, ha affermato, “è un approccio europeo alla realtà sudamericana, ma ci sono chiavi interpretative nuove e trasformazioni profonde e complesse”.
Tra questi, per La Bella, “l´avvento di Trump, che ha innescato una nuova ondata di antiamericanismo, soprattutto dopo gli insulti ai popoli straccioni; la questione legata alla fine dell´eldorado delle materie prime, con il macigno di un debito pubblico crescente; un passaggio egemonico dalla predominanza nell´area di stampo anglosassone a quella di russi e cinesi; la crisi dell´integrazione, che vede i singoli Paesi latinoamericani sempre più soli nonostante il proliferare di sigle e unioni; infine, il ruolo della Chiesa: l´America Latina non è più l´Occidente estremo ma non è più nemmeno il continente cattolico”.

Lo scenario
Riferendosi ai singoli Paesi, La Bella ha sottolineato come il Brasile si trovi in una fase “di eterna transizione, con una paura del futuro e un drammatico scollamento tra la politica e l´elettorato” e per questo le elezioni si trasformeranno in un referendum pro o contro Lula, che riscuote ancora un consenso impressionante nonostante una fortissima voglia di cambiamento.
In Messico ci sono i problemi storici della criminalità e del narcotraffico, “una violenza che non risparmia preti, giornalisti e sindaci”. Qui la sfida sarà tra il presidente uscente Peña Nieto, Obrador, in vantaggio nei sondaggi, e Anaya Cortes. Il tutto “in piena trattativa per la rinegoziazione del Nafta e con il tema della legalità” sullo sfondo.
In Colombia “la pace avanza ma la violenza resta”, questa la sintesi del portavoce della Comunità di Sant´Egidio, secondo il quale “il negoziato si è di fatto impantanato nella sua realizzazione pratica. Il negoziato con l´Eln è sospeso, anche perché questo non ha voglia di firmare la pace ed è eterodiretto dal Venezuela. La pace a questo punto non è l´oggetto principale della campagna elettorale: c´è voglia di voltare pagina e rimettere le cose a posto”.
Infine, il Venezuela per il quale La Bella ha evidenziato “l´insensatezza della comunità occidentale nel lasciare alla deriva un Paese che rischia di destabilizzare un´area immensa”.

Maduro resta saldo (per ora)
Sul Venezuela, dove si dovrebbe votare a fine anno (ma visti i precedenti il condizionale è d´obbligo) si è soffermato Da Rin. “Gli analisti prevedono un aumento del prezzo del petrolio e se toccherà gli 80 dollari al barile potrebbe risolvere molti dei problemi di Maduro e farlo andare avanti nella sua linea intransigente di assenza di dialogo”. Ma non è l´unico elemento a favore del dittatore chavista: “Da una parte c´è un´opposizione poco coesa, dall´altro il sostegno di Russia e Cina: negli ultimi 10 anni il flusso di aiuti e investimenti cinesi è stato enorme e questo dà forza a Maduro e riduce lo spazio democratico”.
Eppure il Paese chiede cambiamenti: con l´inflazione che oscilla tra l´800 e il 1200% spesso l´unico mezzo di sostentamento è il “carnet della patria”, una sorta di tessera annonaria con cui acquistare il cibo che ha “cubanizzato” il Venezuela ma divide ancora di più perché non tutti ce l´hanno. Sul Messico Da Rin ha sottolineato che sta accadendo una replica delle elezioni americane con un “condizionamento da parte della Russia, con lo stesso sistema di hackeraggio. Il petrolio è al centro degli interessi”.

Il ruolo degli Stati Uniti
Infine, uno degli aspetti su cui si è soffermato il prof. Argentieri è il ruolo degli Stati Uniti: “Dopo la dottrina Monroe” dell´Ottocento e quella “di Roosevelt” all´inizio del Novecento, “il terzo evento che ha caratterizzato la politica americana è stata la costituzione dell´OEA, una sorta di NATO delle Americhe” nella quale la supremazia degli USA era netta. Con lo storico viaggio a Cuba, Paese elevato al rango di “normale interlocutore, sulla base di comprensione e rispetto. Era la fine dell´arroganza” – Obama ha messo fine a questa filosofia e a questa prassi”.
Ora, con Raul Castro che ha già annunciato l´intenzione di cedere il passo (il 19 aprile), secondo Argentieri “non sembra esserci un Gorbaciov cubano all´orizzonte. Il clima con Trump non è favorevole ma anche all´epoca di Gorbaciov c´era Reagan e il clima non era positivo. In ogni casoTrump è una grande disgrazia per l´America Latina”, ha concluso l´esperto.

Carlo Rebecchi , Il Giornale Diplomatico.

 

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